La mozione sull'Iran spacca il campo largo con i parlamentari M5S che si astengono (Fonte Ansa) - Blitz Quotidiano
Nei 5Stelle, ieri, c’è stata come una gran voglia di ritorno al passato quando i grillini, diventati partito di maggioranza, erano contro tutti. Il vaffa, lo ricordate? “Il parolone” voluto e lanciato dall’ex comico che aveva entusiasmato molti italiani. Una specie di saudade brasiliana, un desiderio nemmeno nascosto, di fare un passo indietro quando alla Camera e al Senato, i pentastellati spadroneggiavano forti del loro trenta per cento raggiunto alle elezioni politiche. Una nostalgia che ha sorpreso l’alleanza di sinistra, ma soprattutto il Pd ed Elly Schlein in particolare. È successo che si doveva votare una mozione a favore del popolo iraniano tiranneggiato da Khomeyni, e il gruppo, guidato da Giuseppe Conte, non ha detto no, ma è come se lo avesse detto.
I parlamentari del Movimento si sono astenuti, gli unici ad avere dubbi sulla proposta presentata dalla maggioranza. Si poteva essere contrari alla tragedia che sta sconvolgendo quel Paese con migliaia di morti, colpevoli solo di essere scesi in strada per dire basta alla dittatura?
La decisione ha preso in contropiede, oltre alla destra come è ovvio, anche la sinistra che quasi non credeva a quel che stava succedendo in aula. Non è un episodio di poco conto, perché al di là del voto, dimostra come il campo largo sia pieno di contraddizioni e non riesca a trovare un vero punto d’incontro. “È come se fosse morto”, sostengono i sostenitori del governo. Al di là delle ovvie parole di quanti oggi sono favorevoli all’esecutivo, il sogno rimane quello della unità dell’opposizione. “Solo se saremo compatti potremo dare una spallata alla destra e vincere alle elezioni politiche del 2027”, predica ad ogni piè sospinto la segretaria del Pd.
La caparbietà con cui segue questo suo disegno è ammirevole. Lo continua a sostenere non soltanto perché comprende che se questa alleanza terrà, lei avrà la possibilità di rimanere la numero uno del partito e sognare di raggiungere Palazzo Chigi. Ma anche perché sarà una cartina di tornasole per il partito che soffre del mal di correnti, la principale delle quali vorrebbe la Schlein fuori da via del Nazareno, la sede dei dem.
Non è l’unico ostacolo che la segretaria dovrà superare. Il voto di ieri dei pentastellati nasconde (è il verbo?) anche la grande voglia di Giuseppe Conte di diventare il numero uno dell’opposizione. Gli ex grillini ne sono convinti perché chi se non lui potrà occupare quella poltrona forte della sua duplice esperienza come presidente del consiglio? Ogni qual volta si manifesta l’occasione di correre insieme il leader dei 5Stelle tentenna, sfoglia la margherita perché è conscio che se l’attuale situazione della minoranza non cambierà, avrà pochissime chances di tornare a Palazzo Chigi.
Risuona un vecchio ritornello che manda su tutte le furie la maggior parte degli oppositori. “E’ la sinistra che favorisce il cammino di Giorgia Meloni. È sempre divisa e canta il solito refrain che non incanta più nessuno. La scuola, la sanità, la sicurezza, l’economia: tutti problemi di notevole interesse su cui l’opposizione non riesce mai a presentare un progetto degno di questo nome.
Stando così le cose si pensa solo alla campagna elettorale per il referendum sulla riforma della giustizia. Si ricorre al Tar per ottenere un rinvio che possa dare ai “no” la possibilità di convincere gli assenteisti di sempre, ma il tribunale amministrativo respinge l’iniziativa e allora si spera solo che l’ultimo ricorso, forte di migliaia di firme, allontani di un mese, o forse più, l’appuntamento con il voto previsto per il 22 e il 23 marzo.
Il divario fra le due forze politiche è su tutto, principalmente sulla divisione delle carriere. Il ministro Carlo Nordio parla durante una riunione e sostiene che si debbano “cacciare” le toghe inadeguate. Nasce il solito putiferio, perché la sinistra lo vorrebbe fuori dal governo perché inadeguato al posto che occupa. Si va più in là, usando l’ironia. “Finché rimarrà seduto su quella poltrona avremo modo di attaccare gli avversari senza il timore di essere sbugiardati”, tuonano i tifosi del “no”. Si parla ancora della sicurezza e di una nuova legge sostenuta dal ministro Piantedosi “che non risolverà un bel nulla”, dicono quelli che non la pensano come lui. “E’ una impresa di polizia”, scrive Il Manifesto con un titolo a tutta pagina. Insomma, fino a marzo ed anche oltre la politica avrà continui sussulti.
Potrebbe essere lo sport una specie di sanatoria? Nemmeno il calcio può mettere d’accordo le varie anime da Nord a Sud. Gli arbitri sono, giornata dopo giornata, al centro delle polemiche. Hanno sbagliato, hanno ragione? Si sperava che la moviola e gli alleati del Var potessero riportare la calma e zittire le polemiche. Se possibile, sono diventate più cattive perché “non si può annullare un gol dopo qualche minuto” solo perché le immagini hanno visto meglio del direttore di gara. Come dire: la tranquillità non è più di moda.
