(Foto Ansa)
Intervistata da Viviana Mazza sulle pagine del Corriere della Sera, Anne Applebaum, già vincitrice del premio Pulitzer ed importante firma della rivista The Atlantic, ha sostenuto che i rapporti tra Usa e Ue non torneranno mai come prima:
“Dopo Giulio Cesare non si è tornati alla Repubblica romana”, sono state le sue parole. Tutto molto chiaro, ma all’analisi della Applebaum andrebbe aggiunto che, comunque vada, ciò che maggiormente dovrebbe preoccupare è la marginalità che tale rapporto avrà negli scenari globali futuri. Un recente studio di J.P. Morgan ci dice che nel 2050 i primi cinque paesi chiave nel sistema finanziario mondiale saranno, in ordine, Cina, Stati Uniti, che probabilmente verranno superati dall’India, Indonesia e Brasile.
La tendenza strategica complessiva, sempre secondo J.P. Morgan, prevede un importante spostamento verso l’Asia, con un probabile 40% del Pil globale prodotto proprio in questa parte del mondo; mentre per l’Europa e le varie economie europee, la prospettiva è quella di un progressivo declino che le porterà inevitabilmente a ridimensionare il proprio ruolo economico e politico.
Quindi, ragionare sulla possibile futura forma del rapporto Usa-Europa, vuol dire soprattutto dover essere consapevoli che l’insieme di questa relazione tenderà ad avere un’importanza secondaria nella competizione globale e che un eccessivo occidentalismo che pone la nostra civiltà come fulcro dello sviluppo mondiale, mal cozza con i probabili futuri scenari internazionali che esprimeranno nuovi confini e leadership.
Certo, non stiamo parlando di marginalità perché sarebbe forviante, però nemmeno di una centralità ormai figlia di un’epoca al tramonto. Se per molti aspetti ed interessi reciproci, è auspicabile che i rapporti tra Stati Uniti ed Europa ritrovino la loro storica proficua dimensione, è altrettanto sperabile che l’Europa possa coltivare e far maturare legami anche con altri paesi e aree di sviluppo emergenti; perché ad esempio, la prospettiva di un’Indonesia che diventa la quarta economia mondiale, ci dice molto di quanto dovranno cambiare i punti di riferimento per un Occidente che rischia di venire risucchiato dal vortice di un cambiamento epocale.
Anche se forse non appare immediatamente in tutta la sua importanza perché oscurato da altre questioni talvolta inutili, il tema delle relazioni tra paesi ma soprattutto la capacità di costruirne di nuove più attinenti al quadro politico-economico generale, rappresenterà un punto strategico di svolta per l’Europa.
Ha ragione la Applebaum quando sostiene che niente sarà più come prima tra Stati Uniti ed Europa. Anche un’eventuale sconfitta di Trump alle prossime elezioni presidenziali, che riporterebbe i Democratici alla Casa Bianca, cambierebbe di poco le attuali traiettorie. Trump ha solo accelerato un processo che da anni era innescato.
Da questo punto di vista il presidente Maga ha prodotto ben poco, perché anche lui è strumento di un divenire storico che trova energia nei processi sociali ed economici. Prendere atto il prima possibile di un mutato contesto, e conseguentemente programmare strategie radicalmente nuove, diventa imperativo per chi governa. Ma su quali valori dovrà fondarsi, e quali direttrici dovrà seguire questa rigenerazione? Per l’Unione europea c’è un solo percorso per non rinunciare a sé stessa: unità, competitività, democrazia, diritti e pace. Altrimenti, se ciò non fosse, ci incammineremmo verso un futuro fragile e contraddistinto da una pericolosa regressione. In parte ci siamo già dentro, tuttavia, persistono ancora, per fortuna, i margini per un recupero. Tutto dipenderà dalle scelte che verranno fatte, dalla capacità di comprendere ed influenzare i processi reali e soprattutto dalla resistenza opposta a quelle spinte ideologiche che ancora non hanno espulso le loro peggiori pulsioni.
Il 2026 sarà un anno molto delicato da questo punto di vista. Il rapporto tra Stati Uniti ed Europa attraversa una fase che gli analisti definiscono di “realismo transazionale”, per dire che non si parla più di una storica amicizia, ma di un complesso dare-avere. La “vecchia normalità” transatlantica non tornerà più. Tutto quel che comunque verrà ricostruito sarà ben accetto, ma l’Europa ha il compito di diventare altro da quel che è stata fino ad oggi, guardare altrove, con un obiettivo molto chiaro: maturazione strategica, che piaccia o non piaccia, è il crocevia dove tutte le nostre speranze passeranno.
