Marco Travaglio: giornalisti: “categoria malfamata…ufficialmente estinta”

Pubblicato il 31 Dicembre 2014 9:35 | Ultimo aggiornamento: 31 Dicembre 2014 9:35
Marco Travaglio: giornalisti: "categoria malfamata...ufficialmente estinta"

Marco Travaglio (a sin.) litiga con Giuliano Ferrara, uno dei suoi bersagli preferiti

ROMA – Marco Travaglio dedica il suo ultimo editoriale del 2014 a una invettiva contro i colleghi giornalisti. Secondo il titolo, sono vittime di “Mestieri usuranti”, costituiscono una “categoria […] generalmente malfamata”, colpevole di avere portato il giornalismo, quello vero, alla scomparsa.

Marco Travaglio salva alcune eccezioni, secondo un suo personale criterio su cui ci sarebbe molto da dissentire. Non solo per i nomi che ne fanno parte, tutti di morti (Montanelli, Bocca, Biagi, Rinaldi) ma per quelli che non ne fanno parte, a cominciare da Eugenio Scalfari, il più grande giornalista di tutti nel dopoguerra e tra i più grandi in assoluto nel giornalismo italiano, al pari di Alfredo Frassati, Luigi Albertini, Giulio De Benedetti, capace di creare dal nulla un quotidiano, farne il primo d’Italia e imprimergli una tale forza che ancora è primo, vent’anni dopo la sua estromissione.

Così Marco Travaglio si sente di dichiarare la categoria, “salvo sparute eccezioni, ufficialmente estinta”. Se c’è mai stata, nel senso che vorrebbe Travaglio. Non è che i giornalisti di oggi siano peggio di quelli di ieri, ieri come oggi, in Italia come nel resto del mondo, i giornalisti sono abbastanza uguali. In mezzo spiccano eccezioni. La differenza la fanno gli standard professionali, ma non c’è di che stupirsi, perché anche i giornalisti, come tutte le categorie che fanno la classe dirigente di un Paese, sono il riflesso del Paese in cui operano. Quelli di oggi, almeno i giornalisti politici di oggi cui soprattutto sembra fare riferimento Marco Travaglio, sono

“costretti (spesso da se stessi) a scodinzolare appresso a Re Giorgio Napolitano e alla Regina Clio mentre fanno gli scatoloni per lo Storico Trasloco (più o meno come nel 2013: il Quirinale costa il triplo di Buckingham Palace, ma i bagagli se li fanno loro da soli); ridotti ad applaudire per la seconda volta una conferenza stampa di Sua Eccellenza Matteo Renzi che li aveva appena sbeffeggiati, anziché alzarsi e lasciarlo lì a parlare da solo di Fonzie, Al Pacino e Newsroom; intenti a magnificare l’eroica impresa del comandante Argilio Giacomazzi, meritevole di encomio solenne per aver fatto il minimo sindacale del suo dovere sulla nave Norman in fiamme, non scappando come uno Schettino qualunque; impegnati a camuffare da reportage sul Natale le più invereconde marchette agli sponsor pubblicitari; i giornalisti italiani fanno di tutto per giustificare la pessima fama di cui godono, tant’è che tra le figure più credibili per gli italiani la nostra sfugge ai radar, ben al di sotto dei politici (accreditati di un ragguardevole 3%).

Intanto l’Ordine dei giornalisti, indaffaratissimo a processare Barbara D’Urso perché si permette di fare domande (si fa per dire) ai politici senza essere iscritta all’Albo, non trova nulla da ridire sullo spettacolo avvilente di un premier che risolve la crisi di Europa (uno dei due giornali del suo partito) trasferendone la sede a Palazzo Chigi e sostituendo la redazione col suo ufficio stampa(pagato da noi)”.

Ormai, dei giornali berlusconiani, secondo Marco Travaglio,

“Il Foglio non ha più dubbi e lecca sempre e solo Renzi (“le tempie appena segnate ai primi capelli bianchi… esalta l’aspetto di luce… tono sordo di sfida al dio invisibile dell’austerità economica che abita l’Olimpo della Banca centrale tedesca… uno schiocco di parole… ottimista spumeggiare di certezze… sintomatica percussione… rappresentazione di metalinguaggio e mimica facciale… e lui non ci casca”: copyright Salvatore Merlo).

Libero lecca l’altro Matteo, Salvini, senz’abbandonare il vecchio Silvio.

Al Giornale invece si consuma il dramma di Sallusti. Già molto provato dal rientro a casa della Daniela Santanché dopo anni di tournée nei talk show, Zio Tibia se l’era cavata leccando sia Renzi sia Silvio. “Renzi ha le palle”, titolò qualche mese fa: e non alludeva a quelle che racconta, ma al coraggio dimostrato col Patto del Nazareno (e in effetti per accordarsi con B. ci vuole un bel coraggio). Ora che però il padrone sta per tornare a piede libero e, almeno a parole, dà segni di insofferenza verso il Governo, […] nel dubbio, ha sdoppiato il Giornale. La parte sinistra della prima pagina è tutta lingua: “Il premier asfalta i nemici del Nazareno”. La parte destra invece tutta frusta: “Il governo non sa contare i morti”,“Tesseramento truffa: abbiamo iscritto il Duce al Pd (firmato Renzi)”, “Catasto, prima stangata dell’anno”. Idem nelle pagine interne, anzi alterne: una leccata nelle pari e una scudisciata nelle dispari.

[…] Bei tempi quelli di Prodi e di Berlusconi: si sapeva subito chi menare e chi accarezzare. Ora il padrone tentenna, cambia idea ogni due per tre, manda input contraddittori.Ha persino tolto il veto su Prodi al Quirinale (tanto a fotterlo ci pensa il Pd). Mettetevi nei panni di Tibia, che stava già caricando a pallettoni Paolo Guzzanti per una nuova serie a puntate del caso Mitrokhin”.