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Repubblica: “Convegni, hotel e aragoste: il modello emiliano naufraga tra gli scontrini”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 1 Dicembre 2013 11:53 | Ultimo aggiornamento: 1 Dicembre 2013 11:53
L'inchiesta di Repubblica

L’inchiesta di Repubblica

ROMA – Convegni, hotel e aragoste,  il “modello emiliano naufraga tra gli scontrini” scrive Michele Smargiassi per Repubblica:

«Nulla di illegale!», la difesa corale è ovvia quanto debole. Spese di missione giustificate? Si vedrà. Ma dall’hotel veneziano pagato per due notti (perché in contanti?) euro 1.100, fino ai 50 centesimi per la pipì in stazione, quel che suggerisce l’»inchiesta non ordinaria» della Procura nel pozzo dorato dei budget di via Aldo Moro (35 mila scontrini al setaccio), prima ancora che ipotesi di peculato è una colossale perdita dei criteri di sobrietà, congruità e saggia gestione del denaro pubblico che dovrebbero appartenere a ogni serio amministratore.
Le notizie sulle “spese pazze”, se non del carnevalesco come a Roma («Qui nonci sono Batman!»), hanno del grottesco e dello smisurato. Golosità: ecco cene per 30-43 mila euro a testain19 mesi, con conti di ristoranti gourmet da 300 fino a 680 euro per due coperti, mentre la Regione dimezza i buoni pasto ai suoi dipendenti (da 14 a 7 euro). Galanterie a costo zero: se il Pdl passa da Tiffany, per Natale il Pd dona proletari ma erariali panettoni, Sel invece fa regali intelligenti, buoni-libro per 2.200 euro (Gian Guido Naldi: «I revisori ci dissero che era regolare!», be’, almeno un biglietto: i contribuenti augurano buona lettura). L’Idv spende 600 euro in fiori (Liana Barbati: «Le mimose sono un atto politico!», anche i mazzi di rose alle collaboratrici neomamme?). I Cinquestelle comprano un divano (Andrea Defranceschi: «Non sapevamo dove far sedere la gente!», ma era un divano letto: non sapevano dove farla dormire?). Nello spensierato attingere alle tasche di Pantalone, ogni partito ha le sue specialità. L’Udcama fare bella figura con le Onlus versando generosi contributi (Silvia Noè: «Cosa c’è di disdicevole nella beneficenza?», nulla, san Martino donò ai poveri il mantello di un altro, no?).
La Lega spande centomila euro in volantini, poster, passaggi tivù e radio, insomma in propaganda. Ma ibudgetper la vita dei gruppi consiliari possono essere usati per attività di partito? «Ad Amalfi andai per lavoro», protesta Montanari, ma era un convegno di Area-Dem, la Regione cosa c’entra con le correnti Pd?
È un corale, spesso non eclatante ma ubiquo “così fan tutti”, l’andazzo dellenote spese emiliane. «Uno spappolamento di sistema, più che di etica personale», commenta Massimo Cacciari che a Bologna ha una cattedra, «sono convinto che molti non si siano neppure resi conto di essere andati oltre». Accade in una Regione politicamente immobile, consociativa e senza vera opposizione da decenni. L’impressione è che nel decalogo del consigliere sia saltata ogni distinzione fra spese istituzionali, finanziamento ai partiti, belle figure “a gratis” e sontuoso apporto al benessere personale con missioni stile “convegno più aragosta”. Uno stile di vita politico fatto di begli alberghi, ristoranti atutte stelle e auto in attesa, un benefitinsindacabile e autocertificato, percepito come dovuto e adeguato al rango, anche in uno scenario di crisi. E autorizzato (salvo furbizie): perché di parametri sul modo di spendere ibudget dei gruppi, non c’era fino a pochi mesi fa alcuna traccia in quei regolamenti auto-controllati.
Il sonno della Regione genera mostri. Ma il risveglio è doloroso. «Clima pessimo », i politici girano a testa bassa, aspettando la botta. Isolare mele marce non basta, scricchiola la credibilità del sistema, «stavolta gli elettori non distingueranno fra l’errore e l’errante», ammonisce il politologo Carlo Galli. La Cgil lo dice dai palchi dello sciopero generale che «qui c’è il mondo reale», grida Danilo Gruppi, «e i lavoratori non sopportano più una politica che ostenta cene e hotel di lusso». La “base sociale” del sistema emiliano fa la faccia schifata: «Sconcerto è un eufemismo» non si trattiene il numero uno della Cna Massimo Ferrante.
Chi non la paga psicosomaticamente come Monari, dimissionario da capogruppo e chiuso in casa da settimane, gira a occhi bassi. Assediato dai cronisti, Luca Bartolini del Pdl alza due dita, «dovrei andare in bagno», e chi lo rivede più. Un consigliere di Sel sbarella: «Siamo già tutti colpevoli, come gli ebrei», poi fa mea culpa. Le mozioni Pd sembrano aver stretto un patto per non usare la vicenda come arma congressuale, ma non hanno il controllo, renziani sparsi fanno balenare l’ipotesi tabula rasa, dimissioni generali, anche il sindaco Merola si sgancia: «C’è un tema etico».
Domani, la riunione «urgente» della direzione del Pd non sarà una passeggiata. E qui, la cosa sale di grado. Perché aipiani alti delle torri di Tange siede da ormai quindici anni un grande kingmakerdel Pd, il governatore Vasco Errani, bersaniano tuttora intoccabile, che è appena uscito immacolato dall’indagine sui fondi regionali a un’azienda del fratello, e non intende finire tritato dalle dismisure dei peones. Hanno provato a frugare anche tra le sue ricevute, reazione durissima: «Non finiremo nel frullatore». Epifani si fa vivo per difenderlo. Ma è proprio «l’onore dell’Emilia Romagna» come istituzione mai colpita dagli scandali che ora rischia di scivolare sulle fatture di un ceto politico abituato ai privilegi a piedilista. Anche se i processi non dovessero mai arrivare. Anzi. Un ex assessore comunista d’un altro secolo, Guido Tampieri, ha preso la penna per invocare le scuse e ricordare un semplice principio: «Le responsabilità penali sono individuali, quelle politichequasi mai».