Repubblica: “Pd, la diaspora della minoranza su cambi dell’Italicum e rimpasto”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 22 gennaio 2014 12:47 | Ultimo aggiornamento: 22 gennaio 2014 12:48

diaspora pdROMA – La situazione di caos del Pd dopo l’avvento di Matteo Renzi e il diktat sulla legge elettorale di Denis Verdini e Berlusconi da Renzi subito è ben descritta, su Repubblica, anche se in forma anonima perché va in stampa lo sciopero delle firme dei giornalisti.

Accanto all’articolo, l’elenco delle sei correnti che nel Pd intendono rendere la vita difficile a Matteo Renzi: una qualche spinta centrifuga, magari una bella scissione, semplificherebbero le cose per Renzi, sarebbero la fine dl Pd e porterebbero Berlusconi al primato in carrozza.

Se poi alla scissione seguisse una bella fusione con il Sel di Nichi Vendola, per Berlusconi sarebbe una fantastica spruzzata di pecorino sulla amatriciana e il ripristino dell’armamentario di mamma li comunisti che a Berlusconi portano tanti voti.

Ecco le correnti: bersaniani, cuperliani, giovani turchi, lettiani, civatiani, dalemiani. In quantità, hanno già battuto la Democrazia cristiana.

L’articolo esordisce così:

«Come il burro d’estate. .. «. Alla fine dell’ennesima riunione, la minoranza del Pd più che granitica appare burrosa. E sul punto di squagliarsi. I cuperliani, già divisi in più clan, affrontano il da farsi sulla riforma elettorale, l’Italicum, proposto da Renzi. Sotto botta per le dimissioni di Gianni Cuperlo da presidente del partito, si avviano a diventare un “correntino”, un’opposizione interna al Pd come lo fu nei Ds quella di Mussi, Giovanni Berlinguer e Cofferati.

Più piccola, ovviamente. Soprattutto assai divisa. Da un lato ci sono i bersaniani che hanno annunciato una lotta dura e senza paura: se la legge elettorale nata dal patto tra Renzi e Berlusconi non cambia nel punto che riguarda le liste bloccate, non va votata. Polemicamente, Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro, ha ricordato che non esistono pacchetti di riforme sigillate con il super Attak: «Abbiamo il diritto e il dovere di cambiare quel testo». Alfredo D’Attorre, altro bersaniano, pensa che sia indispensabile presentare emendamenti e, se non passano, non votare come vuole il partito. Però il “correntino” si spacca subito, o meglio rischia di squagliarsi su questo. E su molto altro ancora. I “giovani turchi” sono di tutt’altro avviso.

Matteo Orfini, portavoce dei “turchi”, fa sapere subito, nella prima riunione mattutina della minoranza che non vota emendamenti di corrente: «Io un emendamento per le preferenze non lo voto, a meno che non sia l’emendamento del mio partito. Mi attengo alle decisioni della direzione e del gruppo, perché questo è il modo per tenere unito il Pd. Altrimenti, per questa via, il Pd si sfascia». La scissione è il convitato di pietra. Tanto forte è la tensione, tra accuse reciproche. A Cuperlo che in quell’appuntamento legge la sua lettera di dimissioni dalla presidenza del Pd, Orfini risponde: «Se io fossi stato al tuo posto avrei dato le dimissioni, ma non essendolo, ti chiedo di ritirarle». Tuttavia i “giovani turchi” sono accusatidal resto della minoranza si essere ormai «praticamente renziani ». Il fronte anti segretario perde effettivamente pezzi.

La posizione di Pippo Civati, l’altro sfidante di Renzi alle primarie, sul fronte della riforma elettorale non è intransigente. Ai civatiani l’Italicum non piace. «È pasticciato, apprezzo il dinamismo di Renzi, ma sul risultato sono molto negativo. La legge elettorale proposta piace soprattutto a Berlusconi e ha un sacco di vizi:riprende molto parzialmente quanto ha deliberato la Consulta e allontana invece di avvicinare gli elettori dagli eletti», osserva Civati, ammettendo che «Matteo con Gianni l’ha fatta un po’ grossa ». Però è proprio con Cuperlo che se la prende: «L’avevo già detto che non era il caso di fare il presidente e il capocorrente insieme, soprattutto se non si è d’accordo con la segreteria» (…)