Medici di base sotto accusa: poche le visite a casa

di Redazione Blitz
Pubblicato il 11 gennaio 2018 11:59 | Ultimo aggiornamento: 11 gennaio 2018 11:59
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Medici di base sotto accusa: poche le visite a casa

ROMA – Medici di base sotto accusa: poche le visite a casa. Il picco invernale dell’influenza sta ingolfando gli accessi ai pronto soccorso con gravi ripercussioni sulla normale attività di gestione anche dei casi più gravi. Colpa anche dei medici di base che facendo poche visite domiciliari contribuiscono al disagio organizzativo, secondo l’assessore al Welfare della Regione Lombardia, Giulio Gallera.

Che ha preso carta e penna e ha inviato una lettera agli oltre seimila specialisti della Regione: “I medici di base devono fare più visite domiciliari”, ha scritto puntando il dito e ricevendo e ricevendo la risposta piccata dell’associazione di categoria che nega addebiti.

Per Fiorenzo Corti, segretario nazionale della Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale (Fimmg) ed ex segretario generale della Lombardia, le cose non stanno così: “Aumentando le visite domiciliari da parte dei medici di famiglia non si riducono gli accessi al pronto soccorso. Questo perché, soprattutto nelle grandi città, dove le domiciliari sono più difficili anche per le distanze, c’è la tendenza a bypassare il medico di base per rivolgersi subito a una struttura ospedaliera”.

Quanto alla possibilità di ottenere una visita a casa, che può essere a pagamento se effettuata fuori dall’orario di servizio, e dunque pure nei giorni festivi, «si parla di una facoltà del medico, che viene esercitata in ragione del rapporto di fiducia che c’è col paziente». Tradotto: se chi sta male è impossibilitato a muoversi, la convenzione con la Asl e la carta dei servizi impongono allo specialista di ritagliarsi uno spazio per visitare l’assistito a domicilio. Ma quasi mai questi casi sono determinati dall’influenza, che è l’emergenza di questi giorni: oltre due milioni di italiani già colpiti, con il picco previsto per la prossima settimana. (Fabio Di Todaro, La Stampa)