Dentro le emozioni del MoonJune Festival a Teramo: Osanna, Soft Machine, Gong... Blitz Quotidiano. Foto: Elsa Leone
Facce sconosciute si aggirano per il centro di Teramo. Si incrociano, si incontrano, si sorridono, si salutano. È sbarcato il MoonJune Festival e la città è stata invasa da una colorata e colorita ondata di volti nuovi: oggi provo a immergervi dentro le emozioni del MoonJune Festival che si è appena concluso a Teramo. Parlano lingue diverse, ma si riconoscono subito come appartenenti alla stessa tribù. Spesso a tradire questa appartenenza sono le magliette: dei Gong, dei Soft Machine, dei Gentle Giant, dei King Crimson, dei Cardiacs, degli Hawkwind… Basta un’occhiata e subito ci si sente solidali, fratelli dello stesso popolo. Ci sono i musicisti e gli appassionati. Non è possibile distinguerli, perché tutti partecipano dello stesso entusiasmo, della stessa fratellanza nella musica, ognuno con il proprio “ruolo”.
Sono volti che si incontrano ai concerti, ma anche al bar, al ristorante, in albergo, ad ogni angolo di strada. Le vie del centro di Teramo fanno da sfondo a questa ormai inusuale interazione umana e anche le ferite della città, ancora evidenti dopo dieci anni dal terremoto, sembrano metaforicamente rimarginarsi un po’. Perché la pacifica invasione del popolo della musica porta inevitabilmente vita, colore, speranza anche dove la desertificazione si era fatta strada con la violenza dei crolli. E per quattro giorni, nel centro di Teramo, si poteva trovare musica in ogni dove, quasi ad ogni ora. Poteva essere il concerto pomeridiano, rigorosamente gratuito, il palco che veniva preparato con le note dei Gong che si diffondevano dalle casse dell’impianto, il soundcheck in piazza sul palco principale. E poi ovviamente i due, ma anche tre, concerti della sera sul palco principale. Ma poteva essere anche l’immancabile intervento musicale che in genere concludeva gli incontri della mattina, in cui si parlava di musica e musicisti, con i musicisti, ma poi si lasciava sempre l’ultima parola alla musica.
Mercoledì 22 luglio il festival si è aperto con una presentazione e con un concerto serale gratuito, in cui si sono alternati sul palco principale Oswaldo Gomez & Heidi Balza e Boris Savoldelli, con il suo Psychedelic Jazz Trio, per poi dare spazio a una jam session aperta con tutti gli artisti presenti del roster della MoonJune Music. In un crescendo musicale di grande intensità, il festival si è concluso quattro giorni dopo con una eccezionale performance dei Gong insieme a Steve Hillage.
“Insieme a” è probabilmente una delle chiavi che hanno caratterizzato di più questo importantissimo festival. Moltissimi sono stati infatti i musicisti che hanno partecipato alle performance di altri artisti: da Asaf Sirkis, oggi battersita dei Soft Machine, ma che al festival ha suonato anche con la Beledo Moonunity Band e nel trio di Markus Reuter; all’indonesiano Dewa Budjana, impegnato in duo insieme a Nicolas Meier sul palco pomeridiano, e poi la sera con Beledo sul palco principale; a Gary Husband, protagonista di uno show in solitaria con batteria e tastiere e poi ospite dei Soft Machine e anche, il giorno dopo, del Flamenco Free Jazz Trio di Diego Amador.
D’altra parte, “insieme a” potrebbe essere il motto della MoonJune Music: fin dalla sua fondazione 25 anni fa, Leonardo Pavkovic l’ha guidata secondo l’idea precisa di mettere nella stessa sala musicisti eccezionali, spesso provenienti da ambiti musicali diversi, e lasciare che la magia avvenisse. Una scommessa vinta, a giudicare dalla longevità della etichetta discografica e agenzia internazionale. Ma proviamo ad andare con ordine.
La celebrazione dei 25 anni della MoonJune
Giovedì 23 luglio. Secondo giorno. Il MoonJune Festival entra nel vivo, con una giornata dedicata alla celebrazione dei 25 anni di attività della MoonJune Music. La mattina, nella Sala ipogea, il racconto di storie ed aneddoti raccontati da Pavkovic, ma anche da musicisti del roster della MoonJune, come Asaf Sarkis, lascia presto il posto alla musica suonata, invece che parlata.
Così assistiamo a una performance in larga parte improvvisata di Vittorino Curci insieme a Luca Calabrese. Nonostante l’acustica della sala costituisca un ostacolo oggettivo, sia i musicisti che gli ascoltatori non si lasciano scoraggiare, consapevoli dell’importanza del valore di quel “rituale” che è la musica suonata e del ruolo che entrambe le parti hanno nel renderla una cosa “sacra”. Un sax, una voce recitata e una tromba processata con effetti in tempo reale danno vita a sonorità indefinite, al confine tra ambient e musica elettronica.
L’improvvisazione, in tutte le sue sfaccettature e declinazioni, è senza dubbio un’altra chiave di questo festival. È lo stesso Vittorino Curci, in un intervento prima della performance, a sottolineare come il lavoro di Pavkovic sia in un certo senso filosofico, e come la dottrina del “moonjunismo” si fondi sul principio dell’azione prima del pensiero.
I concerti pomeridiani vedono la straordinaria performance di Danilo Di Paolonicola, che esegue con grande successo brani di Charlie Parker con la sua fisarmonica, creando incredibili groove di basso sotto gli svolazzi virtuosistici delle melodie. A seguire, Nicolas Meier, alla chitarra acustica, insieme a Dewa Budjana, alla chitarra elettrica, improvvisano un set basato su composizioni a turno di uno e dell’altro artista.
Ma già un paio d’ore prima, le note dei soundcheck del palco centrale si erano diffuse per le strade, attirando appassionati e curiosi ad assistere alle prove del suono, circondati da tecnici e musicisti.
E così, la sera salgono sul palco i Markus Reuter “Truce”, progetto in trio guidato dal virtuoso tedesco alla touch guitar. Poi è la volta della Beledo Moonunity Band, guidata dal chitarrista uruguayano Beledo, che troveremo nei giorni successivi a suonare con altre band. Qui la Moonunity ospita invece le sperimentazioni vocali di Boris Savoldelli e il talento chitarristico di Dewa Budjana. Infine, il concerto clou della serata, gli Osanna insieme a David Jackson. E tutti questi concerti sono a ingresso gratuito. Gli Osanna sono in gran forma, e se qualcuno pensava che potessero proporre un revival vecchio e stantio del prog italiano degli anni Settanta, be’ ha dovuto decisamente ricredersi. Gli Osanna sono ancora oggi una grande rock band, con un’innata predilezione per la ricerca e la sperimentazione. Il medley di inizio concerto dell’Uomo con Purple Haze di Jimi Hendrix fa il paio con il medley dedicato al prog italiano, con brani del Banco del Mutuo Soccorso, della PFM e degli Area. Ciliegina sula torta, una fantastica versione di Theme One dei Van Der Graaf Generator per omaggiare la carriera di David Jackson, che a ottant’anni ha ancora una contagiosa energia sul palco. E sotto il palco, si notano l’occhio attento di Steve Hillage fra il pubblico e l’onnipresente Markus Reuter, che non si perde un solo minuto delle attività del festival.

La celebrazione dei 60 anni dei Soft Machine
Nel terzo giorno del festival, si celebra un’altra ricorrenza importante: i 60 anni dei Soft Machine. La mattina, l’intera band è schierata nella sala conferenze a raccontare aneddoti e punti di vista della storia dei Soft Machine. Una storia fatta di tanti cambi di formazione, anche durante la registrazione dei singoli album. Una storia che ha visto anche lo scioglimento della band, che poi si è riformata anche grazie al lavoro di Leonardo Pavkovic e della MoonJune, con la produzione dei Soft Works prima, della Soft Machine Legacy poi, e infine dei Soft Machine, guidati oggi dal sassofonista e tastierista Theo Travis. È di quest’anno l’ultima loro pubblicazione, Thirteen, il loro tredicesimo album. Per chiunque non l’avesse già ascoltato, è una produzione consigliatissima, con brani dedicati ai pilastri della storia dei Soft Machine: Robert Wyatt, Daevid Allen, Hugh Hopper, Kevin Ayers.
Ad intervenire nella discussione c’è anche Marco Masoni, musicista, scrittore e giornalista musicale, a cui dobbiamo una grande perla di saggezza: il prog, dice Masoni, non è una musica moderna, forse non cerca neanche di essere attuale, ma è una musica che spinge verso l’eternità. Sostituite liberamente al termine “prog” il termine “jazz” o quello che preferite nell’ambito della musica di ricerca e avrete un’idea del perché certa musica, anche senza essere mainstream, ha il potere e la capacità di aggregare, senza curarsi di confini geografici e politici.
Come al solito poi, le parole lasciano spazio alla musica suonata, improvvisata questa volta da un duo eccezionale quanto difficile da immaginare, sulle tracce dell’album What’s Rattlin’ on the Moon, dedicato a Mike Ratledge dei Soft Machine. Alla tastiera c’è Beppe Crovella, già membro fondatore degli Arti & Mestieri e autore dell’album in questione. Alla chitarra, invece, troviamo il belga Michel Delville, membro dei Wrong Object, interessante progetto contemporaneo legato all’ambito Canterbury e all’etichetta MoonJune Records.
Ancora una volta, nel pomeriggio le strade del centro di Teramo profumano delle note provenienti dai soundcheck in piazza e dal palco in preparazione per le esibizioni pomeridiane, che vedranno in particolare l’interessante performance dello Stephen Thelen Fractal Trio, tra psichedelia improvvisativa ed elementi di math rock.
Il concerto della sera questa volta è a pagamento, ma ad un prezzo che certamente non spaventa gli appassionati. La piazza si riempie e la serata inizia con una vera e propria chicca: Steve Hillage e Miquette Giraudy in una rara esecuzione dal vivo dell’album Rainbow Dome Musick, pubblicato nel 1979. Tra elettronica e space rock, gli intrecci di note dei due folletti del pianeta Gong aprono un portale per una nuova dimensione, riuscendo a spalancare la mente alla meditazione più profonda.

Dopo tanta bellezza, è necessaria una pausa prima dell’esecuzione successiva. Ed ecco che compare Derek Schulman, già bassista e cantante dei Gentle Giant, ad annunciare l’ascolto in anteprima dei primi dieci minuti del nuovo attesissimo mixaggio di In a Glass House, ad opera di Steven Wilson.
Subito dopo è il turno di Gary Husband, che in una performance in solitaria si destreggia fra batteria e tastiera improvvisando sui due strumenti suonati in contemporanea. A fine serata, Husband sarà anche ospite nel concerto dei Soft Machine.
Ed eccoli, i veri eroi della serata. I Soft Machine, nella nuova formazione, sono una macchina, sì, ma tutt’altro che morbida. E se John Etheridge alla chitarra e Theo Travis al sax sono di certo i protagonisti più attesi, è il bassista Fred Baker, secondo me, a sbalordire tutti, con una carrellata di tecniche sopraffine che, a costo di suonare blasfemo, mi hanno fatto pensare a un Jaco Pastorius moderno. Baker è un bassista da anni attivo nell’ambito Canterbury, indicato dallo stesso Roy Babbington come suo successore nei Soft Machine. Il concerto è ovviamente incentrato sui brani dell’ultimo e recente album Thirteen, ma la band esegue anche alcuni medley con grandi classici della storia passata, mandano in visibilio tutta la piazza.
I MoonJune Awards
L’ultima giornata del festival è estremamente ricca di attività. Appena usciti in strada, ci si ritrova dentro il mercato del sabato di Teramo. Questa volta, però, i banchi sono affollati dei volti e lingue sconosciute di chi sa che in fondo siamo tutti fatti di musica, di quel popolo della “musica che tende all’eternità”. Volti che si riconoscono subito e condividono storie ed emozioni con i propri simili, come si farebbe con amici di vecchia data.
Alla Sala ipogea, questa mattina, ci aspetta Derek Schulman, che presenta la propria autobiografia Giant Steps: chissà quando potremo averne un’edizione italiana… Ma oltre al libro, Schulman ha portato con sé anche alcune copie del vinile appena stampato del nuovo mixaggio di In a Glass House, ad opera di Steven Wilson. L’album originale era stato registrato in quattro settimane e mixato in due giorni, perché i Gentle Giant dovevano andare in tour negli Stati Uniti ed era necessario che il tour fosse legato alla promozione di un nuovo prodotto. Ironia della sorte, l’etichetta statunitense bocciò l’album, che quindi venne inizialmente pubblicato solo in Europa. Nessuno nella band era soddisfatto di come suonasse In a Glass House, quindi questo nuovo mixaggio era dovuto e atteso da moltissimo tempo.
La mattinata si conclude poi con i MoonJune Awards, la consegna di premi e riconoscimenti ad artisti che si sono particolarmente distinti nell’ambito della “musica che tende all’eternità”. I MoonJune Awards sono stati istituiti solo di recente: una novità che ha riscosso molta curiosità. Quest’anno sono stati premiati John Etheridge, Lino Vairetti, Markus Reuter, Asaf Sirkis, Gary Husband e Steve Hillage.
L’ultimo concerto pomeridiano gratuito del festival è della Anton Roolaart Band: una performance schietta, diretta, verace, tra psichedelia e cantautorato, con il ritorno sul palco ancora una volta di Beledo alla chitarra elettrica.
La serata sul palco principale, invece, comincia con l’insolita apertura per i Gong da parte del Diego Amador Flamenco Free Jazz Trio: un flamenco liberamente interpretato, con escursioni jazzistiche, da un pianoforte a coda, una batteria e un basso gitano che non fa rimpiangere l’assenza della tipica chitarra flamenco.
Ed eccoci arrivati al concerto finale dell’intero festival, forse il momento più alto. I Gong salgono sul palco e attaccano subito con la loro psichedelia potente, che ti porta in un viaggio fuori da te stesso. Molti brani sono tratti dal nuovo album, Bright Spirit, che indubbiamente rappresenta un momento molto importante e ben riuscito nella discografia di questi “nuovi” Gong dell’era dopo Daevid Allen. Cheb Nettles alla batteria spicca per eccezionalità, con una grandissima interpretazione di Master Builder. Kavus Torabi alla chitarra e voce tiene insieme tutto il tessuto sonoro ed energetico della band come un folletto sul palco. Non sono i Gong degli anni Settanta, ma una nuova band che oggi sembra aver trovato la propria identità e riesce a creare uno spettacolo davvero potente.
Ma anche questo concerto è un concerto “insieme a”, in questo caso si tratta dei Gong insieme a Steve Hillage: un felice ritorno in famiglia. E così la scaletta si arricchisce di alcuni grandi classici dal passato della band, impreziosita anche da una splendida versione di Why Are We Sleeping di Kevin Ayers, presentata come un omaggio ai Soft Machine. E gli stessi Soft Machine sono lì, in quella piazza, ad assistere con attenzione e curiosità al concerto dei Gong, spalla a spalla con appassionati di musica casuali, ma appartenenti allo stesso popolo, alla stessa tribù.

Se eravate presenti anche voi in questi quattro magici giorni di Teramo, sono certo che vi riconoscerete nel racconto delle emozioni del festival. Se invece non c’eravate, spero di essere riuscito a comunicarvi almeno una piccola parte di un’esperienza che va sicuramente vissuta, più che raccontata. Come la musica, d’altra parte, quella che “tende verso l’eternità”. Ad ogni modo, vi consiglio di tenere d’occhio gli artisti di questo festival, ma anche le attività organizzate dall’associazione Music By Eder che ha ospitato il festival all’interno dell’annuale Let’s Get Lost e le produzioni della MoonJune. Di certo possono essere un punto di partenza per avere uno sguardo su quanto di buono c’è nel mondo della musica oggi. Magari anche voi vi sentirete presto parte di quel popolo che sa che siamo fatti tutti di musica.
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