Il consiglio musicale del mese: Animal Logic, Animal Logic II. Blitz Quotidiano
Per il consiglio musicale del mese di marzo 2026, ho scelto di proporvi un album che non è assolutamente un classico e che, per molti versi, non si può neanche definire propriamente rock. Animal Logic II, secondo album del progetto Animal Logic, è sostanzialmente un prodotto pop, ma estremamente raffinato e con un importante tasso tecnico.
Gli Animal Logic sono un progetto nato dall’improbabile quanto fortunato incontro di due colossi della musica alla fine degli anni Ottanta: Stewart Copeland e Stanley Clarke. Copeland era fresco dell’esperienza alla batteria con i Police, che lo aveva reso una star di livello planetario. Stanley Clarke era invece l’affermato bassista che dagli anni Settanta aveva contribuito a rivoluzionare il mondo del basso elettrico, sia a livello timbrico che per le tecniche utilizzate, muovendosi principalmente nell’ambito della fusion. Insomma, una super sezione ritmica che metteva d’accordo il mondo del punk rock con quello del jazz rock.
Sebbene l’elemento in comune fosse apparentemente proprio il rock, i due decisero di fondare un progetto più rivolto al pop e all’easy listening. Dopo una lunga serie di provini, scelsero la cantautrice canadese Deborah Holland come voce e autrice dei brani, ritagliandosi per loro il ruolo principale di arrangiatori.
All’inizio, si facevano chiamare Rush Hour. Chiamarono alla chitarra l’ex Police Andy Summers e andarono in tour in Sud America. Dopo questo primo tour, Summers lasciò la band, preoccupato che il sound fosse troppo paragonabile a quello dei Police, con una formazione troppo simile. Intanto il gruppo firmò un contratto discografico come trio, cambiando il nome in Animal Logic. A completare la formazione per la registrazione e per i live vennero chiamati a collaborare strumentisti di eccezione, tra i quali compare Steve Howe.
Il primo album uscì nel 1989 con il titolo di Animal Logic. In copertina, Copeland volle una foto di tre dalmata che era stata scartata come cover dai Police. In seguito l’album venne ristampato con il titolo di Animal Logic #1 e tre bufali in copertina. Anche alcuni titoli dei brani sono riportati in maniera diversa, ma le tracce sono le stesse.
Questa prima uscita discografica servì soprattutto a definire il sound di base della band, con Deborah Holland impegnata a scrivere praticamente tutti i brani, sia per quanto riguarda i testi che, nella maggior parte dei casi, la musica. La cantautrice canadese ha indubbiamente notevoli doti vocali, ma anche una scrittura musicale originale, in grado di trovare soluzioni tutt’altro che banali. Se a questo talento aggiungiamo le straordinarie doti della sezione ritmica e la sapienza di arrangiamento di due navigati mostri sacri della musica internazionale, il lancio di una nuova cantautrice nel mercato musicale è garantito. La Holland è stata letteralmente avviata alla carriera discografica dagli Animal Logic, dedicandosi in seguito anche alla carriera solista dopo lo scioglimento della band.
Animal Logic II è il secondo album degli Animal Logic, uscito nel 1991. Le dinamiche sono sempre le stesse, con Deborah Holland a scrivere la quasi totalità delle composizioni, ma con una maggiore presenza e personalità da parte di Stanley Clarke, che qui firma la musica di un brano e dà più libero sfogo al suo caratteristico “strumming” del basso, che è un po’ uno dei suoi marchi di fabbrica.
Sebbene molti critici sostengano che il primo album fosse migliore e che in Animal Logic II si conceda troppo al lato pop delle canzoni, personalmente trovo invece che è proprio in questa seconda produzione che emerge una maggiore maturità stilistica e un equilibrio più efficace nel trio, che permette a ciascuno di liberare la propria personalità musicale senza troppi vincoli. Come sostengono gli stessi componenti della band, Animal Logic II è un album più grande: anche nella copertina, si passa dai tre “modesti” dalmata a tre enormi orsi polari posizionati sulle dune di un deserto!
Il singolo estratto per promuovere l’album con un video ufficiale è la quarta traccia Rose Colored Glasses: un brano che esorta a guardare il mondo attraverso occhiali che permettano di vederne il bello, invece di concentrarci sempre sugli orrori.
Naturalmente, in un trio di questo genere e con questa storia, la batteria di Stewart Copeland e il basso di Stanley Clarke la fanno da padroni. Non solo quando si incastrano in una sezione ritmica dal groove inimitabile. Ma anche quando decidono di esprimersi liberamente, scatenando tutte le loro potenzialità tecniche e artistiche. Stanley Clarke dà costantemente vita a piccoli passaggi di assolo, con il tipico timbro tagliente che lo ha caratterizzato per anni. E si cimenta spesso in fraseggi di “strumming”, in cui le corde del basso vengono suonate quasi come se si trattasse di una chitarra. Stone in My Shoe è l’esempio perfetto, tanto che in questo caso la musica è attribuita allo stesso Stanley Clarke, sempre su un testo di Deborah Holland.
Dentro i testi
I testi scritti da Deborah Holland per gli Animal Logic sono spesso di difficile interpretazione, perché accostano frequentemente elementi che poco sembrano avere a che fare tra loro. Si tratta di testi ricchi di allusioni. Anche quando sembrano raccontare una storia, risultano sfuggenti, vaghi e variamente interpretabili.
Ci sono però alcuni temi che emergono abbastanza chiaramente da molte delle canzoni di questo album. Il primo potremmo riassumerlo con l’idea che il cambiamento deve partire da noi stessi. Quasi in ogni brano di Animal Logic II c’è almeno un momento in cui il testo ci mostra come un qualcosa di negativo può essere trasformato in positivo solo cambiando la prospettiva. Si potrebbe dire che se ci aspettiamo il peggio, potrà arrivare solo il peggio, ma se proviamo ad avere un atteggiamento più positivo, in qualche modo, potremmo favorire l’arrivo di cose positive.
Il secondo tema ricorrente è legato all’avere il coraggio di prendersi la libertà che è nostra dalla nascita. Nessuno ci dovrebbe dire cosa fare o dare il permesso per fare qualcosa, nel giardino dell’Eden. In the Garden è il brano che apre l’intero album e si concentra proprio su questo tema, attraverso la metafora del giardino dell’Eden: “Facciamo due passi nel Giardino dell’Eden, dove Adamo ed Eva hanno camminato prima di noi, nessuna mela d’oro, nessun doppio senso… Non c’è bisogno di un permesso, non c’è bisogno di una ragione… potremmo stare qui per sempre se solo tu ti decidessi”.
Anche Talking is Good affronta un tema analogo, ma da una prospettiva diversa: “Parlare è un bene, parlare ti fa pensare, ma parlare è facile, non fare promesse che non puoi mantenere”. E ancora: “Quando eri piccolo ti hanno insegnato che era sbagliato parlare troppo… apri la bocca e urla nell’aria, io ti ascolto”.
Love in the Ruins (Doctor Dear Doctor) è invece un brano in cui il testo sembra raccontare una storia, forse d’amore, più probabilmente di resilienza, di vita dura. Il racconto è continuamente interrotto dai ritornelli: “Dottore, caro dottore, so come ti senti, c’è così tanta gente che cerchi disperatamente di curare, e tutto quello che puoi fare è il tuo meglio”. Eppure, più che un tono di rassegnazione, sembra emergere una consapevolezza dei propri mezzi e una celebrazione delle piccole cose.
Una sezione ritmica di lusso
Come altro si potrebbe descrivere l’affiatatissimo connubio fra Stewart Copeland alla batteria e Stanley Clarke al basso? Già la storia di questi due pionieri dei propri strumenti impone rispetto. Ma, come è sicuramente emerso dall’ascolto dei brani precedenti, i due non si adagiano sugli allori. Anzi, dimostrano con grande perizia ad ogni singolo passaggio la loro straordinaria maestria. E se l’incontro di questi due mondi musicali appare a prima vista quantomeno improbabile, va certamente dato atto a Clarke e Copeland che il sound che ne hanno saputo derivare è innovativo e originale.
Gli arrangiamenti innalzano indubbiamente le composizioni di Deborah Holland a un livello estremamente raffinato. Verrebbe quasi la curiosità di ascoltare i demo della Holland prima che i due ci mettessero mano, per poter valutare appieno la qualità del loro intervento.
Delle incredibili qualità tecniche di Stanley Clarke al basso abbiamo già accennato. Non resta quindi che sottolineare che Stewart Copeland è un batterista seminale, con un enorme groove e un modo particolare di costruire le parti di batteria, creando dei “temi” ritmici che vengono “trasportati” dal charleston ai tom, dal rullante al ride e così via.
I Won’t Be Sleeping Anymore è un ottimo esempio di questo lavoro alla batteria e contiene uno dei groove più rock ed efficaci dell’intero album.
Pop, ma anche ricerca raffinata
Animal Logic II, lo abbiamo detto, è un album sostanzialmente e volutamente pop, più vicino per molti versi all’easy listening che all’energia del rock. Ma, come vi sarete resi conto già dai brani ascoltati finora, non è assolutamente un album confezionato secondo regole prestabilite: non siamo di fronte al solito pop preconfezionato, banale e “commerciale”.
Nelle composizioni degli Animal Logic c’è una ricerca ritmica, melodica e armonica che a volte sembra sfociare brevemente anche in ambito fusion. A guidare il tutto sono chiaramente basso e batteria, ma le soluzioni vocali e armoniche sono altrettanto importanti nella definizione del sound della band.
If I Could Do It Over Again è un ottimo esempio di brano pop con influenze etniche, oltre a un lavoro ritmico molto particolare e un fraseggio di sax che sembra arrivare dal pianeta della fusion più vicina al jazz.
L’undicesima traccia, che chiude l’album, è una sorta di ballata che racchiude tutti gli elementi che caratterizzano l’originalissimo suono degli Animal Logic. What Looks Good on the Outside sviluppa il suo racconto disilluso su una melodia molto libera nelle strofe e un ritornello accattivante, caratterizzato da una sezione ritmica particolarmente presente: “Ciò che sembra buono all’esterno potrebbe cadere a pezzi dentro, potrebbe essere solo ciò che vuoi vedere”.
Chiudiamo questa breve presentazione con un ultimo brano, lasciando come sempre a voi la scoperta delle canzoni che non vi ho presentato qui e, soprattutto, l’ascolto dell’album nella sua interezza e nella sua sequenza.
Through a Window è un altro esempio perfetto di come gli elementi descritti fin qui si amalgamano nello costruzione del tipico sound degli Animal Logic. Si tratta di un brano fondato sul sapiente e tecnico incastro ritmico di basso e batteria, su cui melodie e armonia costruiscono percorsi che, sebbene appaiano perfettamente naturali, presentano soluzioni sorprendenti dietro ogni angolo.
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