Il consiglio musicale del mese: Willie Dixon, I am the Blues. Blitz Quotidiano
È ufficialmente iniziata l’estate, e credo che ce ne siamo accorti un po’ tutti. Quindi è iniziata anche la solita caccia al “tormentone dell’estate”, alla novità effimera che durerà giusto il tempo di rovinarci le vacanze. E allora io cerco di remare controcorrente, proponendovi per questo consiglio musicale del mese di luglio, un album classico dal passato: I am the Blues di Willie Dixon.
Si dice che se si è davvero fan di una band, si conosce il nome del bassista, sottintendendo quindi che normalmente nessuno ricorda i bassisti. Willie Dixon è un bassista, un contrabbassista per la precisione, anzi, è stato l’icona del contrabbassista blues. Ma se non avete mai sentito neanche parlare di Willie Dixon, be’ dovreste sentirvi un po’ in colpa. Perché Willie Dixon è uno dei personaggi più importanti della storia della musica dal dopoguerra. È stato uno degli autori più prolifici del mondo del blues, firmando brani che tutti conoscono, anche quelli che non sanno che sono di Willie Dixon. Ha suonato con moltissimi nomi importanti della scena blues, forse con tutti i più importanti suoi contemporanei. È stato uno dei principali artefici del cosiddetto Chicago blues, del sound che ha dato vita a band come i Blues Brothers e di una delle scene musicali blues più attive e importanti degli Stati Uniti. È stato anche produttore, in particolare con la Chess Records, etichetta fondamentale nella storia del blues e del rock. Lì ha ricoperto, dal 1950 al 1965, il ruolo di produttore, talent scout, session man e autore, tra gli altri, per Muddy Waters, Howlin’ Wolf e Chuck Berry, con i quali suonava anche il suo contrabbasso. Dal 1956 al 1959 ha ricoperto un ruolo simile anche alla Cobra Records, producendo i primi singoli di Otis Rush, Magic Sam e Buddy Guy, prima di aprire la propria etichetta discografica, la Yambo Records, che ha diretto negli anni Sessanta e Settanta.
Insomma, quello di Willie Dixon è un nome che proprio non si può ignorare. Eppure lui stesso sentiva che molti dei suoi meriti non gli venivano adeguatamente riconosciuti. Forse, verrebbe da dire, perché era un bassista. Così, nel 1970, pubblica il suo sesto album da solista con un titolo che è un’esplicita rivendicazione: I am the Blues. E l’intero album è composto da una serie di grandi hit che Dixon aveva scritto, prodotto, arrangiato e suonato negli anni Cinquanta e Sessanta per i grandi nomi del blues. I am the Blues è anche il titolo dell’autobiografia di Willie Dixon, che di questa rivendicazione del proprio posto nell’Olimpo del blues aveva fatto una sorta di ossessione, o di battaglia, se preferite. Nel 2015 è stato realizzato anche un documentario sulla storia del blues, una produzione canadese dal titolo I am the Blues: così, da rivendicazione personale, il titolo si è trasformato in una sorta di slogan.
In questo album, Willie Dixon è accompagnato da diversi bluesmen del Delta, come nella migliore tradizione del blues di Chicago. La città dei Blues Brothers era stata in effetti la meta preferita dei bluesmen del Sud, che speravano di trovare lavoro nelle fabbriche. Poi, verso gli anni Cinquanta, era diventata la meta preferita dei bluesmen del Sud perché lì c’erano i produttori, i locali, i musicisti. La Chess Records, fondata dai fratelli Chess immigrati dalla Polonia, ha cavalcato quest’onda, ma in larga parte l’ha anche creata.
Accanto a Dixon, quindi, troviamo il pianista Lafayette Leake, che, ad esempio, aveva già inciso per Chuck Berry, e Clifton James, già batterista di Bo Didley. L’altro pianista dell’album, Sunnyland Slim, aveva invece suonato con Muddy Waters, Howlin’ Wolf e Little Walter. All’armonica troviamo Big Walter Horton, considerato da molti uno dei più grandi armonicisti blues di tutti i tempi. Infine, alla chitarra c’è Johnny Shines, uno dei pochi bluesmen che poteva raccontare di aver conosciuto Robert Johnson. Insomma, magari non sono nomi noti ai più, ma di certo si tratta di una formazione di tutto rispetto.
The Seventh Son è la terza traccia dell’album. Fu registrata per la prima volta nel 1954 da Willie Mabon, uno degli artisti di punta della Chess Records. La versione più famosa del brano, però, è quella incisa da Johnny Rivers nel 1965 per l’album Meanwhile Back at the Whiskey à Go Go, registrato dal vivo a Los Angeles, che si apriva proprio con Seventh Son di Dixon.
Un autore prolifico che ha fatto la fortuna di molti bluesmen
Willie Dixon ha scritto oltre 500 canzoni, incluse alcune che in seguito sarebbero diventate standard del repertorio blues. Nel 1963 compare come co-autore di Help Me, famosissimo brano inciso da Sonny Boy Williamson II. Ma Dixon è l’autore anche di My Babe, registrata da Little Walter nel 1955 per la Chess Records, di Pretty Thing, incisa da Bo Didley sempre nel 1955 e sempre per la Chess, e di You Can’t Judge a Book by the Cover, ancora per Bo Didley nel 1962. Nel 1956 scrive I Can’t Quit You Baby per Otis Rush, pubblicata dalla Cobra, mentre del 1954 è I Just Want to Make Love to You, incisa da Muddy Waters.
E poi c’è la canzone forse più famosa di Willie Dixon: Hoochie Coochie Man. La versione originale venne registrata da Muddy Waters nel 1954, per la Chess Records, come sempre con lo stesso Willie Dixon al contrabbasso. Fu subito un successo, tanto da diventare uno degli standard blues più conosciuti e suonati al mondo.
La strofa è basata sull’alternanza della parte vocale con un riff che è diventato iconico. Si tratta, che io sappia, dell’unico riff che si è guadagnato un nome tutto suo: i bluesmen lo chiamano “stop riff” o “stop-time riff”, perché viene utilizzato in centinaia di blues, soprattutto nelle parti in cui si inserisce uno stacco, uno stop. Bo Didley baserà in seguito la sua I’m a Man tutta su questo semplice e incisivo riff. Si può dire che un altro enorme merito di Willie Dixon è stato l’invenzione, o perlomeno l’utilizzo in una maniera poi ripresa da tutti, di questo riff. E non sono in molti a poter vantare un merito simile!
La versione di Hoochie Coochie Man che vi propongo nel video non è quella registrata in I am the Blues, ma è tratta da un live del 1980 di Willie Dixon con Billy Branch, grande armonicista e importante interprete del Chicago blues.
Un altro brano scritto da Dixon e inserito in I am the Blues è diventato negli anni uno standard, tanto da essere un bagaglio comune nel repertorio di qualsiasi bluesman che si rispetti: Little Red Rooster. La prima registrazione risale al 1961 da parte di Howlin’ Wolf, ovviamente per la Chess Records. Sia nella musica che nel testo, il brano riprende elementi da diversi altri blues della tradizione del Delta del Mississippi, con la tipica slide guitar, che rimarrà un elemento ricorrente in quasi tutte le versioni successive.
Nel video, ancora un live di Willie Dixon con Billy Branch, questa volta del 1982, tratto dal film The Facts of Life dello stesso Dixon.
Dal blues al rock in tutte le sue forme
Molti dei blues e degli standard di Willie Dixon hanno fatto la fortuna non solo dei bluesmen dell’epoca, ma anche di artisti rock nei decenni successivi. La stessa Little Red Rooster, fra le molte reinterpretazioni, è stata ripresa ad esempio dai Rolling Stones nel 1964, inclusa poi nell’album The Rolling Stones, Now!, del 1965. E nel 1993 ne pubblicarono una loro versione anche i Jesus and Mary Chain nell’EP Sound and Speed.
Gli stessi Rolling Stones hanno reinterpretato anche I Just Want to Make Love to You, incisa originariamente da Muddy Waters nel 1954. La loro versione era inclusa nell’album di esordio The Rolling Stones del 1964. I Just Want to Make Love to You venne poi ripresa anche dai Foghat nel loro album eponimo del 1972 e dalla Sensational Alex Harvey Band nel loro album Framed, ancora del 1972.
Questi ovviamente sono solo alcuni esempi di quanto artisti non solo di ambito blues, ma provenienti da ogni angolo del rock, abbiano attinto al repertorio di Willie Dixon. Un caso particolare è quello di Back Door Man, brano che apre I am the Blues. La registrazione originale è del 1960, con l’interpretazione di Howlin’ Wolf, pubblicata dalla Chess Records e con Dixon impegnato al contrabbasso. Ma una versione almeno altrettanto famosa fu incisa dai Doors nel 1967 per il loro album eponimo di debutto.
Nel video, vi propongo una versione di Back Door Man dal vivo, con Willie Dixon insieme a Stephen Stills, tratta dal concerto tributo per Muddy Waters del 1983.
Un altro esempio classico di uno standard blues scritto da Willie Dixon che negli anni ha contagiato il vicino pianeta del rock è Spoonful. Inserito in I am the Blues come quarta traccia, il brano era stato registrato originariamente da Howlin’ Wolf nel 1960, sempre per la Chess Records e con l’immancabile contributo di Dixon al contrabbasso. Compare però anche nell’album di debutto dei Cream, Fresh Cream del 1966. Divenuto un punto fermo delle scalette dei concerti dei Cream, Spoonful si trasformò ben presto in una perfetta base per lunghe improvvisazioni: nel live Wheels of Fire del 1968 i Cream ne incisero una versione di quasi diciassette minuti.
In I am the Blues, troviamo anche una versione di You Shook Me, brano inciso originariamente da Muddy Waters nel 1962 per la Chess Records. In questo caso, pare che la musica si debba a Earl Hooker, mentre Dixon sarebbe l’autore delle parole. Nelle note della Chess Records, compare come co-autore del testo J.B. Lenoir, che però non eseguì mai il brano e non è chiaro in che modo sia coinvolto con precisione.
Ad ogni modo, nel 1968 Jeff Beck ne registrò una reinterpretazione più rock con il suo Jeff Beck Group per l’album Truth. Fra i turnisti chiamati per quella registrazione, c’era anche John Paul Jones, che contribuì con una parte di organo che in seguito avrebbe riportato anche nella celebre versione dei Led Zeppelin dell’anno successivo.
Il travagliato rapporto dei Led Zeppelin con Willie Dixon è noto a molti, con il contrabbassista americano che fece causa a Jimmy Page e compagni per aver utilizzato parti di sue canzoni e di suoi testi senza riconoscergli i diritti. Dixon vinse la causa, arrivando a un accordo con la band inglese. Ma i Led Zeppelin, nel loro album eponimo di esordio avevano incluso ben due brani di Dixon: I Can’t Quit You Baby e You Shook Me. Entrambe versioni celeberrime dei classici di Dixon.
Un classico ai margini dei classici
I am the Blues è in un certo senso un classico: un album del 1970, con una sequenza di nove brani che sono stati tutti grandi successi di blues, quando non sono diventati veri e propri standard. Eppure, spesso non è neanche considerato fra i classici del blues.
Forse è perché viene visto da molti come una sorta di compilation o di retrospettiva, ma in realtà si tratta di brani eseguiti dal loro legittimo autore e registrati appositamente per questa produzione: non sono le versioni famose già uscite negli anni Cinquanta e Sessanta, ma nuove registrazioni.
A questo punto, mi sento di dire che la rivendicazione di Willie Dixon, che afferma, quasi in maniera arrogante, “io sono il blues”, è più che motivata. E fa quasi strano che uno degli autori più prolifici di blues, che ha donato al mondo e a tutti gli altri bluesmen una gran quantità di standard con cui riempire il proprio repertorio, debba farsi avanti e ribadire una così ovvia verità.
Ad ogni modo, I am the Blues è anche un album che ci propone un’ottima occasione per conoscere o approfondire l’universo del blues. Chiunque intenda avvicinarsi al genere e non sappia da dove iniziare troverà in questo album una selezione importante di classici, interpretati da grandi musicisti che hanno contribuito enormemente alla storia del blues. Per chi invece il blues già lo conosce, I am the Blues rimane a mio modo di vedere un classico, uno di quegli album che non dovrebbero mancare nella collezione di un amante del genere.
Come sempre in questi articoli, vi sottolineo che non vi ho proposto tutti i brani dell’album e che la sequenza che trovate qui è legata alle esigenze della costruzione di un ragionamento e non corrisponde a quella dell’album. Vi esorto quindi, prima di chiudere, ad andare ad ascoltare l’intero album, nella sua sequenza originale.
Intanto vi lascio con la traccia che apre il secondo lato del vinile di I am the Blues, I Ain’t Superstitious. Anche in questo caso si tratta di un brano originariamente inciso da Howlin’ Wolf nel 1961 per la Chess Records. E anche in questo caso, esistono versioni più recenti registrate da artisti non propriamente blues. Fra tutte, citerei quella del Jeff Beck Group, inclusa nell’album Truth del 1968, e quella dei Megadeth, pubblicata in Peace Sells… but Who’s Buying?, uscita nel 1986.
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