Calcioscommesse, Stellini: “Conte non l’ho inguaiato io”

Pubblicato il 21 Novembre 2012 11:40 | Ultimo aggiornamento: 21 Novembre 2012 11:40
Stellini e Conte

Stellini e Conte (LaPresse)

ROMA – Cristian Stellini, ex vice di Antonio Conte a Siena e con la Juventus, ora è per tutti quello che ha inguaiato l’allenatore bianconero. E da quando il Tnas ha pubblicato le motivazioni dei 4 mesi di squalifica ad Antonio Conte, lo è ancora di più. E’ la confessione pro-patteggiamento di Cristian Stellini a dare forza alle parole del pentito Carobbio.

Ecco l’intervista di Cristian Stellini al Corriere della Sera:

Stellini, è stato lei a togliere Conte dalla panchina.

«Ma non è vero: anche lui stava patteggiando, poi il suo accordo è saltato e sono rimasto io. Che, in tutto, ho preso due anni e sei mesi: troppi. Con i legali della Juventus avevamo concordato di non collaborare e chiuderla entrambi con il patteggiamento. Invece alla fine ho patteggiato solo io, e con ammissione di colpa».

Quale?

«L’aver discusso di AlbinoLeffe-Siena del 29 maggio 2011 (1-0). Tutto nasce nella partita di andata: stiamo vincendo 2-1 e alla fine scoppia una lite. Poi mi pento e dico a Carobbio, che aveva amici nell’AlbinoLeffe, di andare a chiedere scusa e di dire che, alla fine del campionato, non ci saremmo fatti del male. Era una mossa strategica. Prima della partita di ritorno Carobbio mi dice di aver preso accordi con quelli dell’AlbinoLeffe. Io pensavo a un pareggio, però, non volevo perdere».

E Conte?

«Conte voleva arrivare primo, davanti all’Atalanta che l’aveva esonerato. Spronò la squadra come sempre. Poi se ti basta un punto per essere promosso, è chiaro che l’allenatore dica che l’importante è non perdere».

Passiamo all’inchiesta di Bari, dove lei è indagato. Cosa è successo in Bari-Treviso dell’11 maggio 2008?

«Alcuni giocatori del Treviso ci hanno chiesto di perdere. Io, Gazzi e Masiello eravamo contrari. Masiello ha sentito alcune voci prima della partita precedente e si è fatto squalificare apposta per non giocare col Treviso».

E lei cosa fece?

«Sono andato a parlare col capitano Gillet, che mi ha rassicurato: “Noi giochiamo per vincere”. Ma poi un altro compagno mi ha detto di farmi gli affari miei. E così ho fatto. In campo, dopo cinque minuti, commetto un errore madornale e mi viene l’ansia: penso possano credere che faccio parte della combine. Faccio una scenata nello spogliatoio, ma comunque perdiamo».

Poi, fino alla partita con la Salernitana dell’anno successivo, non succede più nulla?

«No. L’anno dopo Ganci, un ex del Bari, è alla Salernitana. Noi siamo già promossi, loro si devono salvare. Le tifoserie sono gemellate e sappiamo che vincere a Salerno significa far scoppiare un casino. C’era già una mezza idea di non infierire. Poi però Ganci ci chiama. Io, che non avrei giocato quella partita per problemi familiari, mi ricordo le liti dell’anno prima e vado a parlarci, assieme a qualche compagno. È stato un grave errore. Ci siamo detti che non ci saremmo fatti del male, ma era una cosa sportiva, i soldi non ci interessavano».

Ma i soldi li avete presi alla fine.

«Abbiamo cominciato a parlarne nello spogliatoio, io non volevo nascessero liti. Per questo ho proposto la riunione in palestra: lì ho fatto un discorso di cui mi pento: “Decidiamo assieme. Se la vogliamo fare facciamola, se qualcuno non vuole, lasciamo perdere”».

Nessuno si ribellò?

«No. Ma se non avessi fatto l’appello all’unità forse qualche giovane che era contrario come Ranocchia e Gazzi avrebbe trovato il coraggio di parlare. Gazzi se n’è andato a metà riunione».

Tutti gli altri hanno preso soldi?

«Non so, non c’ero nei giorni della distribuzione dei soldi, i miei li ho trovati nello spogliatoio. Li ho dati un po’ in beneficienza, un po’ al fattorino Iacovelli e un po’ li ho messi nel fondo per il premio promozione per lo staff. A Gazzi e Barreto è stato dato un computer. Ma non gli è stato detto che era per la partita. A Barreto hanno detto che era perché era capocannoniere, con Gazzi si sarà trovato un altro motivo».

E Ranocchia?

«Ripeto: non c’ero. Ma penso abbia detto di dare a Iacovelli i suoi soldi».

È vero che avete baciato la scatola con i soldi?

«Mai visto una scatola nello spogliatoio».

Possibile che un allenatore così attento ai dettagli come Conte non si sia accorto di niente, neanche a Bari?

«È possibile, non può sapere cosa si dice nello spogliatoio. E poi quell’anno a Bari non c’era neanche un grande rapporto tra lui e la squadra. Lui era sempre molto critico».

Lei è rimasto amico di Conte?

«Io e Conte non siamo amici, avevamo un ottimo rapporto professionale. È un super-allenatore ed è l’unico per il quale farei il collaboratore. Spero sia ancora possibile».

Non crede sia grave non denunciare una combine?

«Le rispondo con un episodio. Gioco nel Bari e incontriamo il Modena. Noi vinciamo e loro rischiano di retrocedere. Nell’intervallo uno di loro mi chiede: “Cosa vi importa?, dateci una mano”. Mi giro e vedo l’ispettore federale. Gli dico: ”Ha sentito?”. E lui: “Poverini, stanno retrocedendo”».

Morale?

«I giocatori sono la parte debole del sistema. A Bari i tifosi arrivavano fino alle porte degli spogliatoi: chi ce li faceva venire? C’è una marea di gente che vuole scommettere e ti chiede informazioni. Io con questi non ho mai avuto a che fare».

I giocatori, però, hanno delle responsabilità.

«Certo, l’ho detto a Damiano Tommasi. Fermiamo il campionato per sei mesi, che è la punizione per omessa denuncia. Perché non c’è un giocatore che non si sia trovato nella mia situazione».