Caso Pirlo, il calcio italiano davanti allo specchio: non basta cambiare ct per risolvere la crisi (foto ANSA) - Blitz quotidiano
Pirlo si o Pirlo no? L’interrogativo è durato una manciata di giorni: Poi, è stato lui stesso ad annunciare sui social che non sarebbe più stato l’allenatore degli azzurri. Perché? Una collaborazione che aveva con un’agenzia russa di scommesse sportive gli è stata fatale. Le polemiche, non le prime, si sono fatte pesanti, è intervenuto pure il Palazzo entrato a gamba tesa nella vicenda. Da quel momento in poi pochi hanno più spese parole a favore di Pirlo anche se, come è ormai consuetudine l’ltalia si era divisa in due. Ha rotto il ghiaccio pure il ministro dello sport Andrea Abodi. Una freccia avvelenata: “Ora bisogna riparare in fretta alla brutta figura”. “D’accordo”, replica a distanza Giovanni Malagò, “ma chi è stato a farla?”.
Certo è che questa bomba esplosa alla vigilia di un incontro in Federazione lascerà strascichi per giorni. La buriana non si placherà nel giro di ventiquattro ore. Ci saranno altri feriti, i social sono scatenati e vogliono la testa di altri responsabili. Se ne vanno subito pure Paolo Maldini e Leonardo, stretti collaboratori del presidente della FIGC. Ancora una volta il Paese segue la strada dei politici. Maggioranza contro opposizione? Che cosa c’entra la destra o la sinistra, in questo caso i favorevoli e i contrari? Già di per sè la scelta di Andrea Pirlo non era stata digerita da un grande numero di italiani che si vantano tutti di essere commissari tecnici. Poi è scoppiata la bomba e l’incendio è divampato. Con Putin proprio no: il leader di un Paese che aveva invaso l’Ucraina poteva farlo ugualmente con l’Italia. Quindi discorso chiuso.
L’imbarazzo della FIGC e il nodo della panchina
ll dilemma crea subito imbarazzo nella stessa FIGC. Giovanni Malagò è più prudente o, se volete, più diplomatico: temporeggia. Preferisce il silenzio o le poche parole che gli sono state strappate dai giornalisti più caparbi. Antonio Conte e Roberto Mancini stanno alla finestra e aspettano perchè uno dei due potrebbe sedersi su quella panchina che molti sognano. Previsioni è difficile farne: quando il calcio dà la mano alla politica non per stringerla, ma per dimostrare come il Parlamento in genere abbia torto, allora è complicato dire chi avrà la meglio. Una settimana? Anche meno? Potrebbe pure darsi che oggi, per placare la piazza, si riesca a trovare una quadra che renda tutti contenti.
La crisi della Nazionale va oltre il commissario tecnico
Sarà risolto così il problema della crisi degli azzurri? Non dimentichiamo che siamo stati esclusi negli ultimi tre appuntamenti mondiali. Solo spettatori, i protagonisti sono altri. Dunque, forse non è il mister in panchina che può risolvere la situazione. Il marcio è altrove, è laddove si è creato nel campionato italiano una situazione che ad essere buoni si può chiamare paradossale. Proviamo a leggere le formazioni della serie A. Tutte: dall’Inter al Lecce. I cognomi italiani si contano sulle dita di una mano ad essere benevoli. Gli stranieri la fanno da padrone e spesso, se non sempre, durante gli allenamenti la squadra si deve spiegare a gesti perchè la lingua non aiuta.
Dove sta, quindi, il nocciolo del problema? I nostri giovani in erba chi li cura, chi è in grado di seguirli con attenzione perchè un giorno possano essere i nuovi Rivera, Totti, Del Piero senza dimenticare Riva? Invece di analizzare e studiare questo problema, i dirigenti della Federazione non intervengono, subiscono lo strapotere delle società che spendono meno (prendendo a volte brocchi) con ingaggi che sono nettamente inferiori se la scelta cadesse su una “promessa di casa nostra”. Un esempio recente è quello della campagna acquisti dell’estate in corso. Quanti giovani italiani hanno cambiato casacca e quanti stranieri sono stati acquistati, spesso a scatola chiusa? Se poi quel calciatore venuto da lontano è una vera e propria bufala scoppierà la polemica: un fuoco di paglia che durerà lo spazio di un mattino per poi finire nel dimenticatoio.
Il vero cambiamento passa dai giovani e dal sistema
A farla breve e ad essere più espliciti è il costume che va cambiato. Non sono i mister a scendere in campo. Sono, al contrario, quei giovanotti in maglietta e calzoncini a vincere una partita. L’allenatore potrà dare consigli, magari sostituire un giocatore non in forma, nulla più. Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni presenta uno scenario diverso. Ci si danna l’anima per avere un allenatore a cui si offrono addirittura venti milioni l’anno, (SCANDALOSO, proviamo a farlo digerire a quelle centinaia di migliaia di italiani che vivono con 1200 euro al mese con moglie e figli a carico). Ora, questi emolumenti forse spariranno (ripetiamo forse), ma il problema rimarrà.
I nostri campioni in erba dovranno attendere per far posto ad uno sconosciuto che vale quanto il due di bastoni quando briscola è danari. Giovanni Malagò, uomo intelligente e preparato, dovrà tentare questa rivoluzione che darà un volto diverso al nostro calcio. Con risultati sicuri anche se non istantanei. Non sarà una passeggiata perchè è il business che conta nel nostro sport più popolare. Un mondo pieno di manager, di persone che sono sicure di aver trovato il ragazzo che sfonderà. Dove si nasconde la verità? In una platea che dovrà cambiare faccia, avere connotati diversi, insieme con personaggi che non debbono pensare solo al loro tornaconto. Altrimenti, il calcio finirà di essere una vetrina, mentre sono già entrati di prepotenza alla ribalta i Sinner, gli Antonelli e i tanti “ignoti” che forse avranno finalmente la possibilità di diventare campioni e di ridare autorevolezza alla nostra nazionale.
