Lavoro/ Mobbing: Il peggior nemico della donna è la donna-capo

di Viola Contursi*
Pubblicato il 27 Maggio 2009 15:15 | Ultimo aggiornamento: 27 Maggio 2009 15:52

Cappotti sbattuti sulla scrivania, urla disumane, vessazioni continue, sguardi che fulminano. Un capo donna che diventa la persecuzione della propria vita, una vera e propria ossessione. Nel film “Il diavolo veste Prada” Meryl Streep disegnava così la direttrice di una prestigiosa rivista di moda, nota per vessare tutte le stagiste e collaboratrici che lei capitavano a tiro. Solo un film, ma che spesso rispecchia la realtà. Una realtà fatta di rivalità, di ripicche, di pettegolezzi, ingiurie. In una parola sola: mobbing.

Che le vittime del mobbing siano più le donne degli uomini è un fatto ormai appurato (il 33 per cento contro il 2,8 per cento), quello che viene ora a galla da uno studio del Workplace Bullying Institute riportato oggi su “La Repubblica” è che il 40 per cento dei responsabili di mobbing sono donne. E nel 70 per cento queste donne “di potere” si accaniscono su altre donne.

Donne che odiano le donne, verrebbe da dire citando un ormai famosissimo best-seller che è diventato anche un film. In realtà che la solidarietà femminile sia molto rara e che le donne non riescano a “fare gruppo” come fanno gli uomini, soprattutto sul luogo di lavoro, le bambine iniziano a capirlo sin dall’asilo. E continuano ad averne conferma per tutto il resto della vita, per scoprire che spesso una donna che ha potere si “accanisce” più con quelle dello stesso sesso che con gli uomini. Chissà poi perché.

Daniela Cantisani, fondatrice dell’Associazione periti ed esperti di mobbing, racconta a Repubblica che le donne “di potere” «aggrediscono con il pettegolezzo, con ingiurie, diffamazioni, utilizzando fatti della vita privata per screditare» e aggiunge «condividere lo stesso ufficio con una donna è spesso un inferno».

Una lotta ad accanirsi con il più debole che molto probabilmente risente di una sorta di rivalsa storica nei confronti di un passato molto maschile e maschilista che per troppo tempo le ha viste in posizioni di subordinazione e spesso di vessazione.

E se di mezzo ci si mette la maternità le cose si complicano. Harolh Ege, che a Bologna ha fondato “Prima”, associazione per dare un aiuto professionale alle vittime del mobbing, racconta sempre a “Repubblica” che «la maternità è il caso più tipico: quando una donna si permette di avere un figlio, dopo deve pagarla. Soprattutto se il suo capo è una donna che di figli non ne ha avuti».

Ma non solo condanne per le donne. Dall’American Catalyst c’è qualcuno che cerca una giustificazione: «Le donne sbagliano qualsiasi cosa: se lo stile di leadership è corretto sono considerate troppo deboli, se copiano gli uomini sono giudicate sempre dure».

* Scuola Superiore Giornalismo Luiss