Stampa-Giustizia/ Secolo XIX, giornalisti non colpevoli se pubblicano un identikit collaborando alla cattura del ricercato

di Giancarlo Usai*
Pubblicato il 3 Giugno 2009 16:51 | Ultimo aggiornamento: 3 Giugno 2009 16:51

Se la Polizia chiede aiuto per rintracciare un criminale, perché un giornalista dovrebbe essere punito per aver pubblicato un identikit? La risposta l’ha data il tribunale di Genova che ha assolto sei giornalisti del Secolo XIX, finiti sotto processo perché avevano reso pubblico l’aspetto di un ricercato. Una sentenza che rivoluziona il rapporto tra il giornalismo e le indagini giudiziarie.

Edgar Bianchi, il giovane che tra il 2004 e il 2006 aveva aggredito 25 ragazze in ascensore, è stato arrestato anche grazie al lavoro investigativo della stampa ligure. Non erano dello stesso avviso i magistrati della procura, che avevano chiesto un mese di arresto per i sei professionisti perché avrebbero ostacolato le indagini, rendendo noto l’identikit dell’allora latitante. Ma il giudice Clara Guerello non ha accolto le tesi dell’accusa e ha assolto i giornalisti.

Prima di tutto, nella sentenza, ne ha sottolineato i meriti aiutando a rintracciare Bianchi. E poi c’è da ricordare che erano stati gli stessi agenti della squadra Mobile a mostrare il volto del sospettato in una conferenza stampa. Insomma, quando la Polizia chiede aiuto ai cittadini per fermare qualcuno, poi non può farne una colpa ai giornali se anche loro, con il loro mestiere, tentano di collaborare.

Gli episodi in tal senso sono numerosi: l’ultimo caso è quello di Taranto, dove i poliziotti hanno distribuito l’identikit dell’uomo che aggredisce le coppie stuprando le ragazzine.

*Scuola di Giornalismo Luiss