Tg1 e Minzolini/ “Si è passato il segno”. Beppe Giulietti sul quotidiano ecologista Terra

Pubblicato il 24 Giugno 2009 20:54 | Ultimo aggiornamento: 24 Giugno 2009 20:55

L’editoriale del direttore del Tg1 Augusto Minzolini è un evento senza precedenti perché, per la prima volta nella storia del giornalismo persino rispetto agli anni più bui della Rai, viene letto un editoriale per teorizzare la scelta di non dare una notizia o di relegarla tra le prediche.
Se fosse una scelta del direttore sarebbe comunque grave, perché ciò di cui si parla – la vicenda di Bari – è una notizia che sta sulle prime pagine dei giornali internazionali e nazionali.

Le norme deontologiche della professione giornalistica, e persino il contratto di lavoro, prevedono l’obbligo per qualsiasi giornalista di dare tutte le notizie di rilevanza sociale. E quindi, a prescindere da qualsiasi altra valutazione, è una negazione delle regole principali della professione giornalistica; in secondo luogo, e sarà un caso, la scelta del direttore corrisponde esattamente a un’esigenza che è stata manifestata più volte dal presidente del Consiglio e dal suo servizio d’ordine mediatico.

In più occasioni, infatti, Berlusconi, il suo braccio destro Marcello Dell’Utri e il viceministro Romani, hanno sollecitato la scomparsa dal polo Rai-set e in particolare dal servizio pubblico di tutte quelle notizie che loro medesimi hanno definito ansiogene o tali da fomentare la crisi, notizie che possono disturbare. Ovviamente si tratta di notizie che possono disturbare un ristretto circolo di persone e, caso inedito in Europa, un presidente del Consiglio che è proprietario del più grande impero mediatico. Quindi non solo è una bestialità dal punto di vista deontologico ma anche dal punto di vista professionale e editoriale perché corrisponde a un comando che è stato più volte esplicitato.

Il direttore è arrivato a dire che non si occupa di gossip ma di notizie fondamentali per i cittadini. Peccato che questa scelta corrisponda alla richiesta manifestata da un gruppo di potenti e non da un gruppo di cittadini. L’editoriale contiene un ulteriore elemento di falsità: il Tg1, infatti, ha negato le immagini e i titoli in alcune delle principali edizioni ai terremotati arrivati davanti alla Camera per protestare contro il decreto truffa.

Sarebbe tuttavia un errore pensare che in Italia esista solo un caso Tg1. Nel Paese c’è infatti un progetto politico esplicito e dichiarato, e pubblicamente affermato dal presidente del Consiglio, che mira a mettere sotto controllo tutte le principali piazze mediatiche e a ridurre al lumicino anche l’esperienza di RaiTre e del Tg3.

È un preciso disegno politico che io chiamo la “Repubblica presidenziale a reti unificate” e che si pone al di fuori dell’ordinamento costituzionale. Non a caso in tutti i Paesi europei quando ci si riferisce al caso italiano, si parla di allarme democratico. In Italia forse non si ha ancora la percezione di quello che sta accadendo e che riguarda direttamente l’ordinamento democratico e persino le modalità di libero esercizio del voto.

Per queste ragioni sarebbe forse ora e tempo che tutte le forze politiche di opposizione – moderati, radicali, presenti o non presenti in Parlamento, credenti o non credenti, chiunque, e persino se esiste ancora qualcuno nella destra – dessero vita a una grande manifestazione nazionale. Articolo 21 proporrà a tutte le forze professionali e sindacali di promuovere questa manifestazione in occasione della settimana conclusiva in Senato della discussione del voto sulla legge bavaglio sulle intercettazioni, parente prossimo dell’editoriale di Minzolini.

L’obiettivo è quello di espellere dalla comunicazione e dalla conoscenza tutto quello che non piace. Lo si può fare con gli editoriali, con l’occupazione della Rai, con la legge sulle intercettazioni. Credo sia il caso di passare dallo sdegno, dalle nobili iniziative individuali, dalle proteste di ciascuno di noi a una grande e visibile iniziativa nazionale capace di segnalare al capo dello Stato e alle autorità di garanzia che si è passato il segno.