Papa Francesco vuole i migranti ma non in Vaticano, a casa nostra

di Sergio Carli
Pubblicato il 8 agosto 2015 15:38 | Ultimo aggiornamento: 8 agosto 2015 15:38
Papa Francesco vuole i migranti ma non in Vaticano, a casa nostra

Papa Francesco vuole i migranti ma non in Vaticano, a casa nostra

ROMA – Papa Francesco predica bene ma razzola male e il Vaticano peggio. Certo è facile dire, come ha fatto Papa Francesco, che “Respingere i migranti è un atto di guerra”.
Se però non si compiono azioni conseguenti, si rischia il tipico errore italiano: “Armiamoci e partite”. Sono in tanti a avere questo vizietto. Laura Boldrini ci ha costruito la sua fortuna politica tirando contro i militari italiani nel ruolo a metà self appointed di paladina dei clandestini.
Papa Francesco avrebbe tutta l’autorità per esortare all’aiuto verso i migranti se prima ancora di accendere il microfono mostrasse alle telecamere una bella tendopoli installata nel cuore dei giardini del Vaticano o un bel numero di clandestini ospitati in uno dei suoi palazzi o in un po’ di case per pellegrini e turisti con cui le suore a Roma rovinano il mercato dell’accoglienza.
Invece una inchiesta di Francesco Ruffini per il Messaggero di Roma dimostra come parlare sia facile e gratis e come poi fare quel che si chiede agli altri sia una ardua impresa.
Il Papa parla e tutti dietro a fargli d megafono, come se i cittadini regolari indigeni italiani e europei dovessero in qualche modo sentirsi in colpa per la polemica che divampa e travolge un po’ tutti, non solo gli italiani ma anche i francesi, gli inglesi e ora anche i greci, che vedono aggiungersi alle tante loro emergenze quella degli sbarchi.
Non è facile rimproverare agli europei in genere e agli italiani in particolare poca apertura verso gli “stranieri”.
Solo in Italia gli “stranieri” sono milioni e sono fondamentali per l’economia, come lo sono negli altri Paesi europei. Certo ci sono frizioni con l’ex proletariato, perché l’immigrato è disponibile a favorare di più degli italiani con meno paga e garanzie. Anche per questo la sedicente destra, Matteo Salvini in particolare, stanno facendo incetta di voti invocando l’affondamento di tutti i barconi.
Un conto è un flusso programmato e gestito, come sanno fare i tedeschi (ma i tedeschi, con la loro pianificazione sistemica, sanno fare anche cose ben orribili) che però non è nelle corde degli italiani, come precedenti vicini e remoti confermano: dal caos della migrazione dal Sud al Nord negli anni del boom economico, al disastro del passaggio del Danubio dei Goti che i corrotti e incompetenti funzionari romani trasformarono in uno dei momenti fondamentali della caduta dell’Impero di Occidente.
Un conto è l’assalto disordinato e confuso che è sotto i nostri occhi: più che un possibile aiuto all’economia europea rischia di essere una straordinaria occasione di nuovi reclutamenti per la malavita.
Al contrario, le polemiche estreme non portano distante. Possono portare voti, per Salvini, o anime, per il Papa, ma i problemi restano insoluti. Mentre tuona per i barconi dei clandestini, peraltro, il Papa non si è mai agitato più di tanto per i cristiani di cui si ripetono le stragi nell’Africa nera e in quella Sub Sahariana come in Medio Oriente. Qualche appello la domenica, ma non con l’intensità dedicata ai clandestini in viaggio verso l’Europa.
Poi c’è il capitolo delle cose non fatte, che tolgono molta credibilità agli appelli di Papa Francesco.
Educativo è l’articolo sul Messaggero (“Il flop dell’accoglienza del Vaticano. Poche migliaia di profughi ospitati”) di Francesco Ruffini, che alla scarsa efficacia della azione vaticana mette come sfondo gli opachi interessi sui migranti che la recente inchiesta giudiziaria sulle cooperative ha portato in luce. Framcesco Ruffini parte nella sua ricostruzione dal 10 settembre del 2013, quando Papa Francesco,

“in forma riservata e senza scorta, fece una delle sue improvvisate al Centro Astalli di Roma, un ex seminario che i gesuiti italiani, a metà degli anni Ottanta, avevano trasformato in casa di accoglienza per immigrati.
In quegli stessi anni, sempre a Roma, anche i Cappuccini di Centocelle accoglievano i primi rifugiati che arrivavano in Italia dal Corno d’Africa costruendo per loro un vero e proprio villaggio all’interno della proprietà parrocchiale. Probabilmente, visitando il Centro Astalli Francesco aveva idea di quanto forte fosse la fantasia sociale dei cattolici del nostro Paese. E forse per questo ha colto l’occasione per rivolgere una richiesta pressante alle istituzioni ecclesiastiche italiane: «A che servono alla Chiesa i conventi chiusi? I conventi dovrebbero servire alla carne di Cristo e i rifugiati sono la carne di Cristo. I conventi vuoti non servono alla Chiesa per trasformarli in alberghi e guadagnare soldi. Facciamo tanto, forse siamo chiamati a fare di più, accogliendo e condividendo con decisione ciò che la Provvidenza ci ha donato per servire».
Il Papa come interlocutori aveva rifugiati eritrei e siriani. Sul web e sulla carta stampata un fervido partigiano di questa opzione preferenziale di Papa Bergoglio per i rifugiati risulta essere il cardinale Ferdinando Filoni, prefetto della Congregazione di Propaganda Fide. Anche se, nei mesi a seguire l’appello fatto dal Centro Astalli, l’amministrazione da lui presieduta trasformava una quindicina di appartamenti, precedentemente occupati da famiglie e da inquilini non abbienti, situati in palazzi tra Santa Maria Maggiore e Via dei Coronari passando per Via Zanardelli e altre strade della Roma storica, in “bed and breakfast” singolari. […]
Criterio, responsabilità, coraggio: le tre virtù indicate da Papa Francesco per l’utilizzo delle proprietà ecclesiastiche sembrano essere qualità difficili da scovare e da mettere in pratica. Scarna è la lista dei conventi che ospitano migranti messa on line dalla Cei. Ci sono i Guanelliani a Como, Lecco, Nuova Olonio e Sormano; i Francescani a Enna, Roma e Piglio; gli Scalabriniani a Roma e Foggia; le Mercenarie a Valverde di Scicli; le suore della Provvidenza a Como, Sondrio e Gorizia; le Orsoline a Caserta; i Comboniani a Brescia e altri ancora.
Nell’autunno del 2013, seguendo l’appello del Papa, anche il seminario regionale di Fermo (complesso pensato per un numero imponente di seminaristi provenienti da tutte le Marche) ha subito destinato un’ala chiusa della struttura per accogliere una trentina di richiedenti asilo. Peccato che la sera del primo dicembre 2014, i carabinieri siano dovuti intervenire per sedare la rivolta degli ospiti insoddisfatti della cena servita loro, quella dei seminaristi. A farne le spese le stoviglie, l’arredo e le suppellettili del refettorio e di altri spazi comunitari. Altro caso sintomatico, quello della Diocesi di Crema che lo scorso luglio comunicava la sospensione dell’accoglienza agli immigrati in un convento della città «a causa della tenace e strenua opposizione di molti genitori» di un’attigua scuola cattolica.
Casi del genere hanno, forse, raffreddato l’entusiasmo seguito all’appello di Papa Francesco. Qualcosa poi non deve aver funzionato neppure a livello istituzionale, dato che nel novembre del 2013 l’allora responsabile dell’Ufficio immigrazione della Caritas, Oliviero Forti, lamentava il fatto che il nostro ministero degli interni non si esprimeva circa la lunga lista delle opportunità che la Chiesa metteva a sua disposizione.
In realtà, opportunità soprattutto immaginate: nel 2014 di fronte all’ondata di 170 mila sbarchi di profughi, i conventi e le case religiose d’Italia dichiaravano disponibilità per 15 mila rifugiati. Le parrocchie in Italia sono 23 mila: se ognuna si fosse fatta carico di un solo profugo, la cifra sarebbe stata maggiore.
Come Mafia capitale lascia intuire, a mettere i bastoni tra le ruote di Papa Francesco non sono i soliti nemici, ci pensano già quelle cooperative bianche che di criterio, responsabilità e coraggio non sanno cosa farsene”.