Poste, banche, Amazon, tabacchi rallentano. Quanto si può resistere senza lavorare?

di Riccardo Galli
Pubblicato il 18 Marzo 2020 12:25 | Ultimo aggiornamento: 18 Marzo 2020 13:47
Poste, banche, Amazon, tabacchi rallentano. Quanto si può resistere senza lavorare?

Poste, banche, Amazon, tabacchi rallentano. Quanto si può resistere senza lavorare? (Foto Ansa)

ROMA – Fino a quando? Fino a quando un Paese può stare a casa senza lavorare prima che i gangli della produzione saltino o almeno singhiozzino? Le ragioni per stare a casa, oggi, sono sacrosante e da rispettare alla lettera. Come da più parti si ripete, prima viene la salute.

Ma la quarantena è una misura estrema. E come accade anche in medicina, una cura ‘da cavallo’ può essere sopportata da un paziente per un determinato periodo, oltre quello gli effetti collaterali diventano non più sostenibili per l’organismo. Anche nel caso dell’organismo-società il blocco, quello del lavoro, prima o poi farà sentire i suoi effetti collaterali. L’interrogativo è allora: quando?

Amazon, dopo aver visto come praticamente tutte le piattaforme di acquisti on line un rallentamento nella consegna degli ordini, ha ora deciso di dare priorità alla consegna di merci di prima necessità. Il poster per decorare il salone, ad esempio, sarà messo in coda dopo dopo alimentari e simili. Questo perché, chiusi in casa, abbiamo giocoforza aumentato la quota di acquisti fatti dal computer, ma anche perché i lavoratori di Amazon, nei magazzini come quelli che effettuano le consegne, non fanno salti di gioia ad andare al lavoro. Ed Amazon è la più grande e attrezzata piattaforma di vendita on line del Pianeta.

A Vercelli, cuore della produzione italiana di riso, faticano ad arrivare i fertilizzanti. Mentre è quasi arrivato il momento di utilizzarli. Qui, tra Vercelli, Biella, Novara e Alessandria, dove viene prodotto il 50% del riso italiano grazie a 1.900 aziende su 117.000 ettari di risaie, “Le operazioni colturali, grazie alle condizioni climatiche favorevoli stanno proseguendo molto bene – spiega Paolo Carrà, presidente dell’Ente Nazionale Risi – . A questa fase seguirà la fase della fertilizzazione dei terreni: osserviamo però che il blocco nei trasporti sta rallentando le consegne dei concimi in un momento chiave della stagione. Questo tipo di prodotti arriva da ditte fuori Piemonte, principalmente dalla Lombardia e dall’Emilia. E i trasporti, a causa dell’epidemia, vanno a rilento”.

E poi le Poste. Dopo i due decessi tra i dipendenti nel bergamasco i lavoratori chiedono di chiudere gli uffici. Preoccupati comprensibilmente per la loro salute. Richiesta analoga a quella fatta dai bancari che vorrebbero lasciare le filiali affidando il servizio all’on line e ai bancomat. Oggi sono loro, domani potrebbero essere quelli che i bancomat devono rifornire a chiedere di non lavorare per evitare rischi. E poi altri ancora…

Già questi sono i primi singhiozzi, i primi riflessi e i primi effetti collaterali della quarantena in cui è finita l’Italia. Singhiozzi di una catena produttiva e di rifornimento che accusa il colpo. Pur garantendo ancora a tutti beni di prima necessità e non solo. Oggi possiamo tutti fare la spesa, comprare le sigarette e anche le mutande. Tra uscite autorizzate e spesa on line le nostre abitudini di consumatori sono pressoché intatte. Ma come un antibiotico debilita il paziente che cura, allo stesso modo questa catena prima o poi perderà qualche maglia e con lei parte almeno della sua funzionalità.

La difficoltà, una delle difficoltà con cui chi governa in questo momento dovrà fare i conti sarà quelle di capire quando sarà il momento per tornare al lavoro. Che sarà inevitabilmente prima di quello in cui potremo tornare al cinema. Aspettare il contagio-0 è di fatto improponibile. Gli ottimisti lo aspettano per quest’estate mentre i pessimisti per il 2021.