Divorzio, niente assegno se l’ex moglie “è una scansafatiche”. La sentenza a Treviso

di Daniela Lauria
Pubblicato il 9 Marzo 2019 12:23 | Ultimo aggiornamento: 9 Marzo 2019 12:23
Divorzio, niente assegno se l'ex moglie "è una scansafatiche". La sentenza a Treviso

Divorzio, niente assegno se l’ex moglie “è una scansafatiche”. La sentenza a Treviso

TREVISO – “Se l’ex moglie è una scansafatiche non ha diritto all’assegno di mantenimento. E’ la motivazione che ha spinto un giudice di Treviso a negare l’aumento di assegno divorzile a una donna che chiedeva 1.900 euro al mese. Contestualmente il giudice ha anche ordinato di interrompere la corresponsione di 1.100 euro che da oltre un anno riceveva dal suo ex marito.

La notizia è riportata dal Corriere del Veneto. Per il collegio del Tribunale di Treviso, presieduto tra l’altro da una donna, il divario economico tra i due è effettivamente rilevante, ma a concorrervi vi sarebbe anche “l’inerzia” dimostrata dalla donna nel cercare un’occupazione. In più non vi sarebbe stato “alcun apprezzabile sacrificio della signora, durante la vita coniugale, che abbia contribuito alla formazione o all’aumento del patrimonio” e non esisterebbe prova “che sia stata condivisa anche la decisione della signora di dimettersi dalle attività lavorative”. 

Protagonista della vicenda è un professionista trevigiano con uno stipendio che supera i 4 mila euro e la casa pagata dall’azienda per la quale lavora. Lei, 35enne di origini sudamericane, è invece laureata in Economia e disoccupata. Si sono sposati nel 2007 e per alcuni anno hanno abitato all’estero prima di trasferirsi definitivamente in Veneto.

Nella causa di divorzio la donna ha sostenuto di aver sempre seguito il marito nei suoi trasferimenti lavorativi, accettando di abbandonare il suo Paese d’origine pur di stargli accanto e lasciando anche un lavoro da segretaria. In seguito non è più riuscita a trovare un lavoro perché scartata a causa della sua non perfetta dimestichezza con l’italiano.

Ma i giudici non le hanno creduto: alla donna viene imputata “una inerzia colpevole nel reperire un’occupazione”. Per i giudici “ha un’età che le consente di reinserirsi nel mondo del lavoro e possiede un titolo di studio facilmente spendibile”.

Fonte: Corriere del Veneto