Ecco perché alla mafia interessano gli appalti delle pulizie

di Edoardo Greco
Pubblicato il 4 agosto 2015 6:28 | Ultimo aggiornamento: 3 agosto 2015 14:55
Ecco perché alla mafia interessano gli appalti delle pulizie

L’articolo di Roberto Galullo sul Sole 24 Ore

ROMA – La mafia fa paura non solo quando uccide ma anche quando si occupa delle pulizie del vostro palazzo. E ancora di più quando lava i pavimenti e le scale dei palazzi di giustizia. Perché “Sono le pulizie l’orecchio delle cosche”, spiega Roberto Galullo sul Sole 24 Ore. Un articolo che fa capire come anche un business non così redditizio come gli appalti per le grandi opere, l’edilizia, il traffico di droga o di armi possa fare gola ai clan di Cosa Nostra e della ‘Ndrangheta.

Perché è un modo per infiltrarsi nel cuore dello Stato senza dare nell’occhio, usando gli addetti alle pulizie come spie che ascoltano quello che non dovrebbero ascoltare o rubano documenti preziosi, approfittando degli edifici vuoti – come di norma succede durante gli orari in cui si lavano le scale.

Gli appalti delle pulizie, che le cosche si aggiudicano usando dei prestanome apparentemente insospettabili, diventano il passepartout per entrare dovunque, anche nelle basi militari americane.

Il crimine fa guadagnare sempre ma non sempre rende grandi affari. Immediati, sia chiaro, perché alla lunga il business è l’unica cosa che lo tiene in vita. C’è un settore – quello delle pulizie – che si fa pericolosamente strada tra gli interessi vari e variegati della criminalità (organizzata o meno), cosche e clan mafiosi. I guadagni – sia che si vincano le gare indette dalla pubblica amministrazione tanto che si ottengano appalti a trattativa privata – ci sono ma non sono neanche lontanamente paragonabili ai fatturati del traffico o dello smercio di droga. Ciò che conta è che l’ingresso in questo settore è in grado di garantire orecchie e occhi laddove orecchie e occhi non dovrebbero prestare attenzione e vigilanza. Il ritorno economico immediato è, dunque, l’ultima delle esigenze.

È il 24 febbraio di quest’anno quando Nando Dalla Chiesa, direttore dell’Osservatorio sulla criminalità organizzata dell’Università degli studi di Milano, siede di fronte alla Commissione parlamentare antimafia. È lì per presentare il secondo rapporto trimestrale sulle aree settentrionali, redatto insieme ai ricercatori universitari dell’Osservatorio, nell’ambito di un incarico della Commissione relativo all’analisi sulle principali dinamiche di azione della criminalità organizzata e della loro evoluzione sociale ed economica nelle regioni del nord. Ad un certo punto, con la solita pacatezza dice:

«…il settore delle pulizie non è un settore da riciclaggio, che è molto richiesto. Il tentativo di entrarci è continuo soprattutto nelle strutture pubbliche; dà profitti, controllo del territorio, relazioni di consenso, ma soprattutto informazioni. L’ingresso nelle pulizie serve a dare informazioni dall’interno sulle aree, sui settori, sugli edifici e sugli uffici ai quali si assicura questo servizio, che verosimilmente viene svolto in orari in cui non c’è nessuno dentro che controlla il tipo di attività che viene svolta… Abbiamo preso un vecchio detto contadino, “del maiale non si butta via niente”. Ecco, la mafia non butta via niente delle attività in cui entra; ne sfrutta tutte le potenzialità. Questa sua natura sistemica è quella che la fa temere di più, perché se puntasse soltanto a ottenere profitti dalle sue attività, non sarebbe così pericolosa. Il fatto è che sa cogliere tutti i vantaggi relazionali, informativi, giudiziari, politici, militari, di consenso che possono venire dalle occupazioni che sviluppa e dai settori in cui entra».

Le riflessioni si trasformano in pensieri ancor più cupi se si proiettano verso il capitolo, delicatissimo, degli appalti delle basi americane, che resta avvolto da una spessa cortina “diplomatica”. È da oltre 20 anni che alcune procure e la Dia (Direzione investigativa antimafia) cercano di far luce, finora senza soddisfazione processuale, su diverse assegnazioni all’interno di alcune basi. Il nodo è che gli investimenti nelle basi sono gestiti direttamente dall’amministrazione militare statunitense che ne cura progettazioni, gare e appalti sotto sovranità a stelle e strisce. Nonostante le accortezze nella scelta dei fornitori messe in campo dagli americani, il ricorso a prestanome insospettabili nel campo dei servizi è in grado di aggirare controlli e garanze. Non c’è del resto da meravigliarsi: la stessa cosa accade sul suolo italiano.

Nelle aule di giustizia. Suona come una profanazione nel cuore della Giustizia la notizia che arriva da Reggio Calabria, dove l’11 giugno i finanzieri del Gico del Nucleo di polizia tributaria della Gdf (il comandante provinciale è Alessandro Barbera) hanno sequestrato, per intestazione fittizia di beni, oltre sei milioni nei confronti di sette persone tra le quali Candeloro Gagliostro, che la Procura di Palmi considera un soggetto vicino alla cosca Parrello di Palmi (Reggio Calabria).

Le indagini, condotte dal sostituto procuratore Anna Pensabene, rivelano come Gagliostro sia l’effettivo titolare di beni immobili e attività imprenditoriali, solo fittiziamente intestate a terzi con il palese intento di mascherarne la reale titolarità, così da eludere la possibile applicazione di misure cautelari e/o ablative nei suoi confronti, visti i suoi rapporti di parentela e quindi di contiguità con la cosca Parrello. Gagliostro, infatti, è nipote diretto di Gaetano Parrello, alias “u lupu i notti”, capo storico dell’omonima cosca, ucciso in un agguato il 25 settembre 1986.

Il provvedimento di sequestro preventivo – disposto dal Gip di Palmi Giulio De Gregorio – ha colpito, tra le altre, due società del settore pulizie: Euroservice Group srl e Public service. Quest’ultima si è aggiudicata, a partire dal 2008, diversi appalti banditi dal Comune di Palmi, tra cui tutti quelli relativi alla pulizia degli Uffici giudiziari di Palmi per un valore di oltre 1,6 milioni.

Negli uffici comunali. Del resto le indagini giudiziarie e l’osservazione empirica offrono un’analisi di grande interesse e che certo, afferma Dalla Chiesa, suona sorprendente rispetto ad alcuni stereotipi duri a morire, fatti di bella vita, soldi e champagne. In realtà molti degli affiliati o delle persone contigue alle organizzazioni mafiose e criminali svolgono, ufficialmente, occupazioni umili o di rango sociale medio-basso. Piccolissimi padroncini, artigiani anonimi, commercianti, talora manovali. pensionati. Non solo: ricorrono più casi in cui le loro mogli svolgono attività di servizio nel settore delle pulizie.

Secondo quanto risulta dall’indagine Agathos condotta a Reggio Calabria nel 2010 dal pm Giuseppe Lombardo, la cosca Tegano di Archi a Reggio (una delle più potenti) era riuscita a mettere le mani sulla manutenzione e la pulizia dei convogli ferroviari a Reggio Calabria. Erano i Tegano – la sentenza d’appello per coloro che hanno scelto il rito abbreviato è stata emessa il 12 dicembre 2012 – a decidere assunzioni e licenziamenti.

Ma investigatori e inquirenti, in Calabria, hanno dimostrato molto di più. Multiservizi spa è una società sciolta di diritto dallo stesso Comune di Reggio Calabria nel luglio 2012, in applicazione della normativa statutaria che prevedeva lo scioglimento a seguito dell’accertamento di tentativi di infiltrazione mafiosa nella compagine del socio privato. Tra le sue attività principali, anche la pulizia nelle scuole e nelle aree ad uso del Comune. L’ex società partecipata Leonia invece, seppur raggiunta dalla comunicazione di un’informazione antimafia interdittiva a carico del socio privato, non è passata formalmente dallo scioglimento ma dai commissari prefettizi è stata accompagnata alla liquidazione volontaria.