Emanuela Orlandi e José Garamon: Marco Fassoni Accetti legame fra le due morti?

Pubblicato il 5 Luglio 2013 5:15 | Ultimo aggiornamento: 4 Luglio 2013 20:31
Emanuela Orlandi e José Garamon: Marco Fassoni Accetti legame fra le due morti?

Marco Fassoni Accetti nell’ormai lontano giorno della prima Comunione

ROMA – La riapertura del caso della uccisione di José Garamon da parte della Procura della Repubblica di Roma, annunciata in diretta da Federica Sciarelli a “Chi l’ha visto?”, estende anche l’area dei misteri, e apre un nuovo filone di inchiesta e spettacolo dal tronco principale legato alla scomparsa di Emanuela Orlandi.

 

Non sembra affatto casuale che il filmato mandato in onda nella trasmissione il 3 luglio e visibile sul sito internet della Rai, sia intitolato “Emanuela Orlandi, José Garramon, quasi a definire una contiguità fra le due vicende, quasi un passaggio di testimone.

Un affluente dell’inchiesta, le rivelazioni di Marco Fassoni Accetti raccolte proprio da “Chi l’ha visto?” e dalla stessa Procura, aveva riacceso i riflettori sul caso di Emanuela Orlandi. Ora il “supertestimone”, da prezioso collaboratore di Chi l’ha visto? sembra passato sul banco degli imputati per una vecchia storia (la morte di José Garamon, appena dodicenne, avvenuta 30 anni fa) e per un suo ambiguo, non nascosto interesse per temi e situazioni al limite del pedo-pornografico. Un video autoprodotto, “Interregnum”, è visibile sul sito  personale di Marco Fassoni Accetti. Lo ha segnalato un telespettatore e è stato mostrato durante la trasmissione: mostra scene esplicite riferibili alla iniziazione sessuale di un adolescente, con lo stesso Fassoni Accetti, travestiti da soldati dell’antica Grecia: scene il cui significato resta ambiguamente sospeso tra pretese artistiche e pedo-pornografia.

Torniamo al caso Garamon sul quale il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo ha deciso un supplemento di indagine. José Garamon, bambino dodicenne, fu trovato agonizzante dalle parti della pineta di Ostia nel dicembre del 1983. Anche la madre, raggiunta in Uruguay dalla troupe di Chi l’ha visto? conferma la circostanza che il figlio non fu trovato morto ma in fin di vita dall’ambulanza sulla quale poi spirò.

La circostanza è importante perché Fassoni Accetti, che ammise di averlo investito, affermò invece che fosse morto subito e che non avvertì le autorità perché si trovava lì con una persona della quale non poteva rivelare l’identità. Erano sulla strada della Pineta perché, come ha raccontato lo stesso Fassoni Accetti, si trovava in prossimità dell’abitazione del giudice Severino Santiapichi per esercitare alcune pressioni su di lui, legando il tutto alla scomparsa di Emanuela Orlandi.

A questo punto, scommettere sulle verità di Fassoni Accetti è abbastanza complicato (ricordiamo che la prova del dna sul famoso flauto da lui consegnato come appartenente alla Orlandi ha dato esito negativo). Anche perché sfugge il motivo per cui Fassoni Accetti si carichi di responsabilità gravissime come quella di essere stato il telefonista dei rapitori della Orlandi o diffonda video apertamente inclini a una certa estetica pedo-pornografica. Il piccolo film sembra confermare alcune intuizioni del nostro Pino Nicotri, giornalista d’inchiesta che da anni cerca di districare la matassa impazzita che avvolge la fine di Emanuela Orlandi (della cui morte si dicono, peraltro, sicuri, magistrati inquirenti, come il giudice Gerundia, e lo stesso Papa Bergoglio). Marco Fassoni Accetti è

“un uomo che ha avuto una severa educazione cattolica, da bambino è stato in un istituto nel centro di Roma, retto da religiosi, forse vi ha anche subito abusi come lasciano intendere non poche delle sue foto d’arte esposte nel suo sito Internet. Insomma, il senso di colpa in Fassoni Accetti è stato inculcato fin da piccolo, fa parte intrinseca della sua formazione più di quanto avvenga normalmente ad altri. Non a caso le foto denotano una notevole ossessione religiosa e funeraria, un ossianesimo in chiave fotografica. Per uscire dall’assedio della propria coscienza è probabile che l’investitore di Josè Garamon si sia pian piano auto convinto che quell’incidente mortale è stato in realtà organizzato da suoi nemici e che lui non s’è fermato a soccorrere Josè perché impedito da motivi superiori”.