Emanuela Orlandi: Chi l’ha Visto? e Marco Fassoni Accetti: solo sensi di colpa?

di Pino Nicotri
Pubblicato il 22 Maggio 2013 5:06 | Ultimo aggiornamento: 22 Maggio 2013 18:28
marco fassoni accetti

Marco Fassoni Accetti

Nella interminabile saga del mistero di Emanuela Orlandi, almeno fino al trentennale della scomparsa, il 22 giugno 1983, il fotografo romano Marco Fossati Accetti, ormai noto come MFA, per non dare adito a nuove polemiche, ha deciso di restare muto per qualche tempo.

Non dirà più nulla né per quanto riguarda il flauto “di Emanuela Orlandi” fatto trovare a “Chi l’ha visto?” né per quanto riguarda come tale programma ha trattato lui, riducendolo dalle stelle dello scoop epocale alle stalle dei sospetti infamanti come pedofilo adescatore anche per conto terzi.

Approfittiamo della tregua per cercare di capire meglio perché Marco Fossati Accetti s’è deciso a fare le “rivelazioni” che ha fatto, vere o no che esse siano. Se vogliamo tentare di capirci qualcosa, dobbiamo partire dall’inizio.

Il 20 dicembre 1983, sei mesi dopo la sparizione di Emanuela Orlandi e in piena “pista Lupi Grigi” con annessi mega scenari internazionali mozzafiato, Marco Fassoni Accetti ha investito con il suo furgone e ucciso a Ostia, su una strada che fiancheggia la grande pineta un bambino, José Garamon, senza fermarsi a soccorrerlo.

Condannato per omicidio colposo e omissione di soccorso, è stato assolto con formula piena dall’accusa di omicidio volontario. Ma quel tragico episodio, che presenta lati oscuri adatti a far dubitare delle versioni fornite dall’imputato, deve avere comunque provocato in Fassoni Accetti enormi complessi di colpa, con una lunga e implacabile auto colpevolizzazione.

Si tratta infatti di un uomo che ha avuto una severa educazione cattolica, da bambino è stato in un istituto  nel centro di Roma, retto da religiosi,  forse vi ha anche subito abusi come lasciano intendere non poche delle sue foto d’arte esposte nel suo sito Internet. Insomma, il senso di colpa in Fassoni Accetti è stato inculcato fin da piccolo, fa parte intrinseca della sua formazione più di quanto avvenga normalmente ad altri.

Non a caso le foto denotano una notevole ossessione religiosa e funeraria, un ossianesimo in chiave fotografica.   Per uscire d all’assedio della propria coscienza è probabile che l’investitore di Josè Garamon si sia pian piano auto convinto che quell’incidente mortale è stato in realtà organizzato da suoi nemici e che lui non s’è fermato a soccorrere Josè perché impedito da motivi superiori.

Quali nemici? E quali motivi superiori? Il mistero di Emanuela Orlandi, che impazzava da mesi furiosamente, si prestava magnificamente a fornire sia gli uni che gli altri. Ed ecco che Fassoni Accetti si convince di avere davvero preso parte al “rapimento” di Emanuela. Come membro di un non identificabile “gruppo di intelligence vaticana”, appartenenza che gli ha impedito, appunto, di soccorrere il bambino José per conservare la segretezza di una “operazione”.

Ma per uscire dai complessi di colpa il rapimento deve essere incruento, assolutamente privo di violenza e sangue. Ecco così che nella mente dell’investitore di Ostia diventa un rapimento simulato, con Emanuela Orlandi non solo consenziente, ma anche messa a suo agio in luoghi tutt’altro che costrittivi, portata a spasso e dotata addirittura di un pianoforte.

Con l’altra “rapita”, Mirella Gregori, che addirittura è tornata a Roma anni dopo per rivedere almeno una volta la madre. L’esatto opposto delle macabre, ma simmetriche, “rivelazioni” di Sabrina Minardi.

Scenari assurdi, ma che rivelano in pieno l’animo mite del nuovo “supertestimone” e il suo disperato bisogno di liberasi dell’ossessione del senso di colpa. Fassoni Accetti si convince totalmente che queste sue fantasie non siano fantasie, ma realtà, e alla sua collaboratrice Dany Astro, pur conoscendola da 12 anni, si deciderà a raccontarle solo il giorno in cui va a raccontarle al magistrato.

Avendolo conosciuto solo nel 2001, Astro non è stata certo testimone dei fatti narrati da MFA, perciò non ha le prove per dire che siano veri. Ma essendoseli sentiti raccontare da tempo, ben prima del “botto” televisivo, è ovviamente convinta che siano veri. Questo spiega perché Astro abbia confermato i suoi racconti sia ai magistrati sia a Pietro Orlandi e ai suoi amici.   Certo, una tale stupefacente auto suggestione suscita più che altro scetticismo.

Ma prima di liquidarla come impossibile dobbiamo osservare che in Italia, e in tutto il mondo, le auto suggestioni e quelle indotte sono molte e all’ordine del giorno, capaci anche di muovere perfino la politica e la Storia. Cos’è infatti la Padania di Umberto Bossi e della sua Lega se non pura suggestione, visto che nessuno è in grado neppure di tracciarne i confini?

Non sono forse suggestioni la “superiorità della razza ariana”, quella della “razza bianca”, “l’inferiorità della razza nera”, la convinzione che “gli zingari rapiscono i bambini”, i “dischi volanti”, “l’abominevole uomo delle nevi”, i licantropi, gli iettatori, il titolo di Avvocato di Gianni Agnelli, le stimmate di Padre Pio, e via elencando?

Non è forse una suggestione la stessa ormai radicata convinzione che Emanuela Orlandi sia stata rapita, se solo si considerano i dati reali? Compreso il fatto che, come abbiamo visto, a negare la tesi del rapimento c’è perfino lo stesso avvocato degli Orlandi, Gennaro Egidio.

E non è suggestione dare del pedofilo a MFA solo per le affermazioni fatte per telefono di una – una sola, si noti – ex minorenne riguardo la richiesta di MFA di poterla fotografare? In questo caso però siamo ben oltre la suggestione, siamo infatti anche oltre il ridicolo.

In Italia hanno fatto fortuna trasmissioni come “Bulli e Pupe” e “Non è la Rai” basate sulle mossettine, sugli squittii e sul richiamo certo non ieratico o mistico di un esercito di minorenni, dette “ragazze in fiore”. Un successo ben diverso da quello conseguito da MFA con le sue foto e il tentativo di fotografare in studio, peraltro senza riuscirci, una ragazzina.

“Chi l’ha visto?” ha dedicato una puntata alla ricostruzione di quanto avvenuto il 20 dicembre ’83, anche mandando una troupe in Sud America a intervistare i genitori del bambino ucciso. I genitori tra l’altro hanno dichiarato che il personale dell’autoambulanza che trasportò il loro figlio disse che il bambino morì durante il trasporto in ospedale, il che significa che è morto solo perché il suo investitore non lo soccorse, e che sotto le unghie del cadavere furono rinvenute tracce di pelle e sangue, il che significa che non fu investito ma lottò contro un aggressore.

A questo proposito però Fassoni Accetti ribatte con la seguente mail, inviatami giorni or sono, alla quale ha anche allegato le dichiarazioni rilasciate agli inquirenti dal barelliere e che smentiscono quanto affermato dai genitori di José:

“La signora Bulanti Garramòn, madre di Josè Garramòn, ha affermato nella trasmissione della Rai del mercoledì 15 maggio che secondo la dichiarazione di un barelliere, il suo figliolo sarebbe morto a bordo dell’autoambulanza. Mentre invece dagli stessi atti processuali risulta che il medesimo barelliere ha dichiarato che la loro unità di soccorso non era dotata di attrezzatura idonea allo stabilire lo stato di vita o di morte del ragazzo soccorso.

“E quindi il corpo andava trasportato comunque per i necessari accertamenti in ospedale.   Inoltre il padre, dott. Garramòn, dichiara che sotto le unghie del figlio furono riscontrati residui organici, cioè sangue e pelle. Ciò confligge con le risultanze dell’autopsia, che afferma inequivocabilmente l’inesistenza di tracce e reperti sotto le unghie, né tanto meno se ne è mai parlato in fase dibattimentale.

E se quelle tracce fossero veramente esistite, io sarei stato sottoposto all’epoca ad accertamenti ed analisi sulla mia epidermide, mentre ciò non risulta in alcun atto istruttorio.   E concludo dicendo che nessuna perizia della Polizia stradale ha stabilito che il ragazzo stesse correndo innanzi al furgone, la cui velocità le risultanze tecniche hanno stabilito essere intorno ai 70 kmh. Per cui è inverosimile la circostanza che una persona possa correre-fuggire innanzi ad una vettura contestualmente a quella velocità.

“E ciò non si coniuga alla ricostruzione filmica della suddetta trasmissione, che mostra il ragazzo correre alla medesima velocità del furgone.   In ultimo l’autovettura procedeva nella sua corsia di destra e non al centro della strada, come erroneamente rappresenta il filmato”.

Tutto ciò però non esclude, neppure nel caso che Fassoni Accetti sia in buona fede, convintissimo di ciò che dice, una regia capace di mettere assieme i nuovi tasselli per sostituire con un’altra narrazione l’ormai inservibile Enrico Renatino De Pedis, utilizzato con grande profitto per quasi otto anni.

Gli interessi di audience e di introiti pubblicitari sono tali da permettere l’eventuale investimento di cifre notevoli per progettare, pianificare e allestire nuove sceneggiate.

Il leggiadro flauto magico al posto del sarcofago nelle macabre viscere di una antico cimitero sotterraneo. Il rapimento simulato al posto di quello efferato.

Le passeggiate e il pianoforte al posto della macabra betoniera trita ossa. Cosa c’è di meglio del cambiare totalmente e repentinamente trama e scenario per continuare a ipnotizzare i telespettatori, ormai assuefatti alla “dose” settimanale?