L’Ilva chiude la fabbrica. Taranto teme la fame

Pubblicato il 26 Novembre 2012 18:27 | Ultimo aggiornamento: 26 Novembre 2012 20:28
Il presidente dell'Ilva Bruno Ferrante (Foto Lapresse)

Il presidente dell’Ilva Bruno Ferrante (Foto Lapresse)

TARANTO – L’Ilva ha chiuso gli stabilimenti a freddo dell’azienda di Taranto. Cinquemila lavoratori su 11.500 resteranno a casa a partire dalla sera del 26 novembre. Insieme all’azienda chiudono anche tutti gli stabilimenti che Taranto rifornisce di acciaio. E la città teme la fame.

La decisione arriva come reazione ai provvedimenti della magistratura, che il 26 novembre ha arrestato sette persone: il vicepresidente di Riva Group, Fabio Riva, l’ex direttore dell’Ilva di Taranto, Luigi Capogrosso, e l’ex dirigente Ilva Girolamo Archinà. Domiciliari, invece, per l’ex rettore del Politecnico di Taranto, Lorenzo Liberti, il patron dell’Ilva Emilio Riva,  l’ex assessore all’Ambiente della Provincia di Taranto Michele Conserva e l’ingegnere Carmelo Delli Santi, rappresentante della Promed Engineering.

I badge dei dipendenti sono stati disattivati tutti la sera stessa, tranne quelli dello staff e dei dipendenti delle officine. L’azienda si tira indietro anche su possibili richieste di ammortizzatori sociali.

Il timore dei sindacati riguarda anche eventuali conseguenze per i lavoratori Ilva di Genova, Novi Ligure, Racconigi, Patrica e Marghera. 

In una nota l’Ilva chiarisce che la decisione è legata alle ultime mosse della magistratura: il sequestro della produzione ”comporterà in modo immediato e ineluttabile l’impossibilità di commercializzare i prodotti e, per conseguenza, la cessazione di ogni attività nonché la chiusura dello stabilimento di Taranto e di tutti gli stabilimenti del gruppo che dipendono, per la propria attività, dalle forniture dello stabilimento di Taranto”.

Secondo l’azienda il provvedimento di sequestro “si pone in radicale e insanabile contrasto rispetto al provvedimento autorizzativo del ministero dell’Ambiente: lo stabilimento è autorizzato all’esercizio dell’attività produttiva dal decreto del ministero dell’Ambiente in data 26.10.2012 di revisione dell’Aia”.

I sindacati Fim, Fiom e Uilm nazionali sono unanimi nel dire che “se il presidente del Consiglio Mario Monti non convocherà nelle prossime ore un incontro sulla situazione dell’Ilva giovedì i lavoratori del Gruppo manifesteranno sotto palazzo Chigi. Immediata la risposta di Palazzo Chigi, che ha convocato le parti sociali per giovedì 29 novembre alle 15.

Fim, Fiom, Uilm nazionali ”ritengono che la situazione che si sta venendo a creare per tutto il Gruppo Riva sia gravissima e necessiti di risposte chiare e immediate da parte del Governo. L’annuncio da parte dell’azienda che intende mettere in libertà tutti i lavoratori dell’area a freddo dello stabilimento di Taranto (circa 5.000 persone), che per lo stabilimento di Genova c’è materiale ancora solo per una settimana (1.600 i lavoratori dello stabilimento)e per quello di Novi Ligure per due settimane (800 gli occupati nel sito), e a cascata Racconigi (80 lavoratori), Marghera (120 dipendenti) e Patrica, rende necessario che il Governo, dopo l’approvazione dell’Aia, dica a chiare lettere se vuole salvaguardare un patrimonio industriale e occupazionale essenziale per il Paese”.

La Fiom Cgil di Taranto, con il segretario Donato Stefanelli, ha invitato i lavoratori a non lasciare il proprio posto di lavoro: ”L’azienda sta comunicando in questo momento che da stasera fermano gli impianti di tutta l’area a freddo. Noi invitiamo invece i lavoratori che devono finire il turno a rimanere al loro posto e a quelli che montando domani mattina di presentarsi regolarmente”.

Già settecento lavoratori erano stati messi in ferie forzate quest’estate dopo che la magistratura aveva messo sotto sequestro alcune aree dello stabilimento. Al momento sono già duemila i lavoratori che attendono una risposta sulla cassa integrazione.

Critico anche il ministro dell’Ambiente Corrado Clini: ”Chi oggi si assume la responsabilità di chiudere l’Ilva a fronte dell’autorizzazione integrata ambientale che abbiamo rilasciato si assume la responsabilità di un rischio ambientale che potrebbe durare anni e potrebbe non essere risanabile nel breve periodo. Stiamo facendo accertamenti, vogliamo sapere se in queste condizioni nuove è possibile per l’Ilva realizzare gli interventi e gli investimenti necessari per rispettare l’Aia o no. In caso di no dobbiamo prendere provvedimenti per far rispettare la legge”.