Inchiesta Banco Desio, Fatto Quotidiano: “C’è anche un giudice costituzionale”

Pubblicato il 10 Febbraio 2013 9:27 | Ultimo aggiornamento: 10 Febbraio 2013 9:28
Banco Desio, Fatto Quotidiano: "C'è anche un giudice costituzionale"

La sala della Corte Costituzionale (Foto Lapresse)

ROMA – Il nome del giudice di Corte Costituzionale, Giancarlo Coraggio, sarebbe “nelle carte dell’inchiesta romana per associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio di denaro che coinvolge i vertici di Banco Desio e ha già portato alla liquidazione delle due controllate in Lussemburgo e Svizzera, Brianfid e Credito Privato Commerciale”. Lo scrive il Fatto Quotidiano.

Spiega il quotidiano diretto da Antonio Padellaro:

“Desio Lazio, Brianfid e Cpc sono le tre controllate del Banco di Desio e della Brianza. La casa madre non è direttamente coinvolta nell’indagine seppure il presidente, Agostino Gavazzi, sia stato, tra l’altro, radiato dal registro finanziario elvetico mentre il numero due, Claudio Broggi, sia finito nelle intercettazioni del Gico della Guardia di Finanza: parlando con Roberto Perazzetti, il direttore generale del Cpc di Lugano, si legge negli atti, Broggi si informa sui “documenti non ufficiali dei clienti, (…) senza scrupolo alcuno, dimostrando di conoscere bene le modalità operative dei funzionari del Cpc e di anteporre alla legge il profitto aziendale”. Si evince, concludono gli inquirenti, “che l’attività di gestione dei capitali illeciti non sia volontà di un singolo direttore, ma è precisa volontà proveniente dal vertice”. Broggi, entrato al Desio nel 1993, è stato negli anni responsabile del servizio crediti, poi del settore finanza, estero e crediti speciali. All’epoca dei fatti era vice direttore generale poi, nell’ottobre 2010, sale l’ultimo gradino della carriera. Le intercettazioni che lo riguardano sono del 2009.

“ALCUNI DIRIGENTI fanno carriera, altri patteggiano. Come l’ex amministratore delegato del Banco Desio Lazio, Renato Caprile: due anni e 10 mesi di reclusione e 1. 400 euro di multa per i reati di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio con l’aggravante della transnazionalità del reato, concorso in dichiarazione fraudolenta mediante altri artifizi, concorso in appropriazione indebita con le aggravanti del danno patrimoniale allo Stato e dell’abuso di relazioni di ufficio. Caprile è cognato di Giancarlo Coraggio.

“La mattina del 23 Aprile, l’allora presidente della Corte di giustizia federale poi nominato a capo del Consiglio di Stato da Giorgio Napolitano e oggi Giudice Costituzionale, si è presentato nell’abitazione romana del cognato dove era in atto la perquisizione da parte degli uomini della Finanza. Coraggio ha presentato come identificazione non la carta d’identità ma, è scritto a verbale, la tessera di riconoscimento n. 7620782 del Consiglio di Stato. Contattato telefonicamente, Coraggio ha spiegato di essere intervenuto su richiesta della “sorella di mia moglie” che “abita a cento metri”. Spiega: “Mi ha chiamato perché mio cognato era fuori”. Conferma di essersi identificato con il tesserino ma nega di essere intervenuto in difesa del cognato. “Che pressioni potevo fare? Non mi sono presentato in sua difesa ma solo per offrire un sostegno morale, su sua richiesta, alla sorella di mia moglie”. Erano le 7. 55. La perquisizione si è conclusa alle 10. 15 con il sequestro, tra l’altro, di una chiave di una cassetta di sicurezza del Desio Lazio. Nel frattempo è arrivato Caprile e ha accompagnato gli agenti: nella cassetta di sicurezza è stato trovato denaro contante per 155 mila euro per lo più in banconote da 50 e 100 euro. Perché erano conservati nella cassetta di sicurezza e non su un normale conto corrente? Da dove provenivano? Domande alle quali il processo avrebbe potuto fornire risposte ma Caprile, come detto, ha patteggiato la pena. Anche altri – tra quelli per cui il pm romano Giuseppe Cascini ha chiesto il rinvio a giudizio pure per appropriazione indebita di circa 3, 5 milioni ed evasione fiscale – hanno chiesto il patteggiamento. E il rischio è quello di non veder celebrare il processo e non vedere mai accertato l’impianto accusatorio” (…).