Omicidio Mazza, Katharina Miroslawa di nuovo libera: “Farò l’attrice”

Pubblicato il 22 Giugno 2012 - 11:28 OLTRE 6 MESI FA

PARMA, 21 GIU – Katharina Miroslawa è di nuovo una donna libera. A 26 anni dal “delitto di Carnevale”, che il 9 febbraio 1986 costò la vita all’imprenditore parmigiano Carlo Mazza, di cui Katharina era l’amante, l’ex ballerina polacca ha pagato il suo debito alla giustizia, che la condannò come mandante di quell’omicidio, commesso materialmente dall’ex marito di Katharina, Witold, che più volte ha poi cercato di scagionarla.

Il tribunale di Sorveglianza di Venezia le ha concesso l’affidamento in prova ai servizi sociali scarcerandola un anno prima. Ora Katharina chiede un processo di revisione che possa cancellare il verdetto della Corte d’Appello di Bologna che sentenziò la sua colpevolezza. Ma a sorpresa rivela un futuro da attrice. Mentre era in semilibertà le è stata assegnata una parte in un film girato a Venezia, nel quale ha vestito i panni di una cortigiana.

Miroslawa, 50 anni, che già da tempo usufruiva di permessi premio, aveva ottenuto lo scorso anno dal giudice di sorveglianza di Venezia il permesso a lavorare all’esterno del penitenziario e di frequentare lezioni all’Università.

Il beneficio le era stato concesso su proposta della direttrice del carcere della Giudecca, Gabriella Strassi, dopo che anche gli assistenti avevano confermato il ”comportamento esemplare” della detenuta. La donna si recava nel laboratorio di una cooperativa di sartoria di Venezia, dove alla macchina da cucire confezionava abiti, maschere e borse da lei stessa disegnate, grazie al diploma di ‘tecnico dell’abbigliamento e della moda’ conseguito qualche anno prima in una scuola di Padova.

Katharina Miroslawa, condannata in via definitiva nel febbraio 1993 a 21 anni e sei mesi per l’assassinio di Mazza, era rimasta sette anni latitante, fino all’arresto avvenuto a Vienna il 3 febbraio 2000. Da in lì in poi la sua vita era proseguita in una cella del carcere femminile alla Giudecca. L’ex ballerina ha sempre professato la propria innocenza, sostenendo che il delitto sarebbe stato compiuto dall’ex marito Witold Kielbasinki per gelosia. In carcere era divenuta anche molto religiosa.

Tant’è che nel motivare il sì alla libertà, il Tribunale di Venezia ricorda l’impeccabile condotta della “condannata che, al di là delle mere esternazioni inerenti alla conclusione della vicenda processuale, ha dimostrato di aderire a modelli comportamentali socialmente condivisi”. E ricorda il diploma conseguito da detenuta all’Istituto Ruzza di Padova come tecnico dell’abbigliamento, l’attuale lavoro di sarta che già svolge all’esterno del carcere e la sorprendente e impegnata frequenza universitaria del corso di teologia: “Si è mostrata particolarmente motivata a proseguire il percorso di studi teologici avviato, percepito dalla stessa come positiva opportunità per il futuro e come completamento dei propri interessi». Si sottolinea il tentativo di prendere contatto con i parenti della vittima «al fine di intraprendere un dialogo, sia pure inteso soltanto alla individuazione di un quantum risarcitorio”.