Soldatesse come “tacche”: altre voci dalla caserma di Parolisi

Pubblicato il 14 Ottobre 2011 - 16:38 OLTRE 6 MESI FA

ASCOLI PICENO – Nella caserma di Ascoli, quella di Salvatore Parolisi, i sottufficiali parlano delle soldatesse come “tacche”. Ragazze palpate dai superiori, rapporti sessuali in cambio di una carriera più facile. Non sono una novità le testimonianze di un clima losco all’interno della caserma picena, ma ora un’inchiesta dell’Espresso ha portato alla luce altre voci. Soldatesse che parlano in cambio dell’anonimato. Una certa Paola racconta: “Non era un mio superiore, ma il maresciallo capo mi ha chiesto di seguirlo nel magazzino per prendere delle cose. Quando entrai, chiuse a chiave la porta dietro di sé. Gli ho domandato cosa stesse facendo. Lui ha sorriso stringendomi in un angolo. Ma mostrandomi decisa sono riuscita a scappare”.

Carla invece dice: “Ero in tuta e faceva caldo, era la prima volta che lo vedevo e mi apostrofò come se stesse dando un ordine: ‘Ti voglio scopare, se vuoi spiccare sulle altre devi fare sesso con me…’. Rimasi scioccata, ma gli risposi che poteva essere mio padre e velocemente uscii”. Maria: “Eravamo entrati in un magazzino per prendere cinturoni e spalline delle uniformi da parata. Quell’anno toccava a noi fare il turno di guardia al Quirinale e dovevamo preparare la marcia. Il superiore mi ha messo le mani addosso e mi stava toccando e palpeggiando ovunque: sul sedere, sul seno. Voleva togliermi la giacca dell’uniforme con la forza e spogliarmi: io mi sono opposta, l’ho bloccato e sono fuggita spaventata”. Un’altra soldatessa: “Stavo scendendo da una scala di ferro durante un’esercitazione. Chiesi all’istruttore di spostarsi, altrimenti non sarei riuscita a scendere. Lui ha fatto finta di farsi da parte poi invece si è piazzato sotto, fino a che il mio sedere è stato a contatto con il suo viso. Ha detto: “Mi piace infilare la faccia nel tuo culo”. E poi ha insistito, pretendendo anche un rapporto sessuale”.

Il presidente della corte d’appello militare, Vito Nicolò Diana, dice: “È un fenomeno nuovo destinato ad accentuarsi ma è lacunosa la giurisdizione militare che spesso, a fronte di molestie commesse nel corso di attività di servizio, non ha adeguati e puntuali strumenti di intervento”.