Pappa a scuola: sì o no a chi non paga la retta?

Pubblicato il 25 settembre 2012 11:47 | Ultimo aggiornamento: 25 settembre 2012 11:50

ROMA – Se papà e mamma non pagano la retta della mensa, che si fa? I bambini morosi restano a stomaco vuoto? Come a Adro, nel bresciano, la prima scuola che fece della faccenda una questione nazionale soprattutto per via della fermezza del sindaco (leghista): chi non paga non mangia. Oppure come a Cavenago, in Brianza, dove il sindaco pensa a una sala separata per i bambini della scuola Ada Negri con la “schiscetta”? In alternativa il convento passa solo la versione aggiornata del medievale pane acqua: un panino (vuoto) e un succo di frutta. Tanti casi simili di cronaca che messi insieme fotografano una questione nazionale e più generale. Nella scuola di Cavenago la mensa costa infatti 4,20 euro al giorno. Pochi centesimi in meno se mandi anche un secondo figlio. Calcolatrice alla mano 4,20 euro per 24 giorni (se i bambini vanno a scuola anche il sabato) fanno 100 euro tondi tondi. Che diventano quasi 200 se i figli a casa sono due. Quante famiglie, italiane e non solo di Cavenago di Brianza, possono permetterselo?

Non tutte, ecco perché a Cavenago come a Adro e in tanti altri istituti italiani la domanda è sempre quella: se mamma e papà non pagano, la scuola deve sfamare ugualmente i bambini? E la soluzione non è esattamente a portata di mano: come fai a lasciare affamati dei bambini? Servi il pasto a tutti, accumulando debito su debito? Niente pasto ma porti ugualmente i bambini a mensa, garantendo magari un poco invidiabile posto in prima fila davanti a quelli che invece mangiano eccome perchè papà ha saldato? Ci sono poi anche le ragioni delle aziende che, sensibilità verso i minori o meno, i conti devono pur farli quadrare. Prendi la storia brianzola. Finora la scuola ha temporeggiato. Finchè la Sodexo, ditta che gestisce la mensa, non è arrivata alle minacce: o l’istituto paga i 23mila euro arretrati, oppure ai bambini inadempienti verrà servito panino e succo. Ed è a questo punto che il sindaco si è mobilitato. Sem Galbiati, di centrosinistra, propone due vie: o i genitori prendono i bambini all’una e li riportano alle 14,30 provvedendo al pasto, oppure l’amministrazione potrebbe costruire una sala separata per chi si porta il pranzo da casa.

Non a tutti piace l'”apartheid della schiscetta”, ma il sindaco ne fa un problema di regole: per legge nelle mense scolastiche si mangia solo quello che è cucinato dalla mensa, il cibo preparato altrove non può entrare. Ecco il perchè della criticata saletta. E aggiunge che non si tratta di pochi genitori “furbetti” che “dimenticano” la retta: “Ma quando 120 bambini su 600 sono inadempienti il problema è molto più grande. Noi possiamo poco. Dovrebbe essere la politica a dirci cosa fare”. E infatti una mamma fuori dalla scuola dice: “Io sono disoccupata, mio marito in cassa integrazione. Per sfamare a scuola i miei due figli dovrei spendere quasi 150 euro al mese. Non ce li ho. Chi me li dà? Vogliono fare la stanza per i bambini che si portano il cibo da casa? Facciano pure. Non mi scandalizzo. Il luogo dove mangiano i miei figli è davvero l’ultimo dei nostri problemi”.

A Cavenago ci pensano, a Adro la soluzione l’hanno trovata. Con pragmatismo leghista il sindaco Oscar Lancini aveva così messo fine alla vicenda: “Mangia chi paga e mangia quel che c’è, cattolico o islamico che sia. Menù padano. Io amministro Adro, del resto d’Italia non mi frega niente”.