Trattativa Stato-mafia: chiesto processo a Riina, Provenzano, Dell’Utri, Mancino

Pubblicato il 24 luglio 2012 14:59 | Ultimo aggiornamento: 24 luglio 2012 16:18
antonio ingroia

Il Procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia

PALERMO – La Procura di Palermo, nell’ambito delle indagini sulla trattativa tra Stato e mafia, chiede il processo per Totò Riina, Bernardo Provenzano, Bagarella, Brusca e Antonino Cinà ma anche per gli ex ufficiali del Ros Mario Mori, Antonio Subranni, Giuseppe Donno; per l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino e per i senatori Marcello Dell’Utri e Calogero Mannino. Secondo quanto scrive Repubblica, la Procura di Palermo accusa tutti gli indagati, tranne Mancino, di attentato a un corpo politico. Mancino sarebbe accusato invece di falsa testimonianza.

Nell’atto d’accusa di nove pagine, (la sintesi di 120 faldoni) la Procura di Palermo, secondo quanto riporta Repubblica, chiama in causa 12 persone come protagonisti di un patto Stato-mafia che Paolo Borsellino avrebbe scoperto nella sua fase iniziale. Secondo i procuratori Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Lia Sava e Francesco Del Bene, sarebbe stato “l’ex ministro Dc Calogero Mannino ad avviare la trattativa con i vertici di Cosa nostra, all’inizio del ’92, perché temeva di essere ucciso”. Poi, è riportato nell’atto di accusa secondo quanto scrive Repubblica, “sarebbero stati i carabinieri del Ros a proseguire il dialogo segreto fra Stato e mafia, tramite l’ex sindaco Vito Ciancimino. Dopo il ’93, invece, i boss avrebbero avuto un altro referente nei palazzi delle istituzioni: l’attuale senatore Marcello Dell’Utri”.

Sempre secondo la Procura di Palermo la trattativa tra Stato e mafia avrebbe avuto il suo culmine nel 1994 quando i capimafia Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca “prospettarono al capo del governo in carica Silvio Berlusconi, per il tramite di Vittorio Mangano e Dell’Utri, una serie di richieste finalizzate ad ottenere benefici di varia natura”. Così è scritto nell’avviso di chiusura delle indagini.

Mancino: “Dimostrerò la mia estraneità”. Subito arriva la replica dell’ex ministro Nicola Mancino che dice: “Preferisco farmi giudicare da un giudice terzo. Dimostrerò la mia estraneità ai fatti addebitatimi ritenuti falsa testimonianza, e la mia fedeltà allo Stato”.

“Dopo la comunicazione della conclusione delle indagini sulla cosiddetta trattativa fra uomini dello Stato ed esponenti della mafia, ho chiesto inutilmente al Pubblico ministero di Palermo – sottolinea Mancino- di ascoltare i responsabili nazionale dell’ordine e della sicurezza pubblica (capi di gabinetto, direttori della DIA, capi della mia segreteria, prof. Arlacchi, ad esempio), i soli in grado di dichiarare se erano mai stati a conoscenza o se mi avessero parlato di contatti fra gli ufficiali dei carabinieri e Vito Ciancimino e, tramite questi, con esponenti di Cosa Nostra. A questo punto – aggiunge – ho rinunciato al proposito di farmi di nuovo interrogare e di esibire documenti”.  Di qui la conclusione: ”Dimostrerò in giudizio la mia innocenza”.