Afghanistan, il Times insiste: “Gli italiani hanno pagato. Ma hanno fatto bene”

Emiliano Condò
Pubblicato il 16 Ottobre 2009 8:20 | Ultimo aggiornamento: 16 Ottobre 2009 22:20

Soldati italiani in Afghanistan

Il quotidiano inglese Times , all’indomani dell’annuncio di querela da parte  del governo italiano, insiste nel sostenere che gli italiani abbiano pagato i talebani per evitare attacchi ai militari. Una pratica, denuncia il giornale, diffusa non solo a Salobi ma in tutte le zone dove ha operato e opera il contingente del nostro Paese.

Tuttavia, sulla questione dei “soldi al nemico” la posizione del quotidiano inglese è decisamente più complessa.

Secondo l’analista del Times Sam Kiley, infatti, l’errore degli italiani non sarebbe stato quello di pagare ma quello di non dire agli alleati di aver pagato. Scrive il commentatore: «Il pagamento non dimostra che gli italiani sono dei perfidi codardi. Dimostra, invece, che la situazione in Afghanistan è un casino».

Al contrario, nei soldi ai talebani,  Kiley non vede nessun problema. Anzi, a suo giudizio, la strategia è coerente con quanto più volte affermato dal generale Stanley McChrystal, ovvero che per vincere la guerra è necessario minimizzare danni e perdite.

E, soprattutto, portare dalla propria parte la popolazione civile. Il punto, insomma, non è uccidere il nemico ma svuotarne progressivamente i serbatoi di reclutamento evitando di esacerbare gli animi della popolazione civile. In tal senso, quindi, ben vengano le mazzette ai talebani, purchè siano concordate tra gli alleati.

Dopo aver riportato, il 15 ottobre,  fonti interne alla Nato, il Times – per controbattere alle accuse del ministro della Difesa Ignazio La Russa che aveva definito le rivelazioni «spazzatura» – punta su fonti talebane che confermerebbero gli accordi. I francesi, invece, hanno fatto sapere di non aver nessun motivo di dubitare della smentita italiana.

Secondo un comandante talebano, Mohammed Ishmayel, l’accordo siglato lo scorso anno tra i servizi segreti italiani e la guerriglia locale prevedeva che «nessuno delle due parti avrebbe attaccato l’altra. Questo è il motivo per cui fummo informati all’epoca che non avremmo dovuto attaccare le truppe Nato».

Per Ishmaayel, i militari francesi che sostituirono gli italiani nell’area di Sarobi e che, nell’agosto 2008, persero 10 soldati in un’imboscata «non erano al corrente del fatto che gli italiani pagavano i comandanti locali per fermare gli attentati e conseguentemente sottostimarono la minaccia».

«I talebani – prosegue il quotidiano britannico – non furono informati quando le truppe italiane lasciarono l’area e ritennero che avessero infranto l’accordo».

Il Times aggiunge che, secondo funzionari del governo afghano, gli italiani utilizzavano la pratica anche in altre zone dell’Afghanistan: un alto responsabile dell’amministrazione di Kabul ha raccontato che le forze speciali statunitensi hanno ucciso la scorsa settimana nella provincia di Herat un leader talebano; «e la vittima era conosciuta come uno dei talebani che ricevette soldi dal governo italiano. L’affermazione è stata confermata anche da un alto ufficiale dell’esercito afghano, il quale ha aggiunto che gli accordi erano stati siglati tanto nella zona di Sarobi che Herat».

Un’altra prova delle mazzette, per il Times, la fornisce la statistica. In allegato all’articolo, il quotidiano pubblica una tabella che dimostra, a livello percentuale, che le vittime italiane in Afghanistan sono molto meno di quelle statunitensi (soprattutto nel 2007 e nel 2008), canadesi e inglesi. Un modo per dire, con i numeri «muoiono di meno perché pagano, e non da oggi».

Quella dei pagamenti,quindi, sarebbe una pratica diffusa da tempo e non imputabile ad una scelta strategica dell’attuale governo. Non a caso, nel 2007, all’indomani della liberazione di due agenti del Sismi, l’allora ministro della Difesa Arturo Parisi, spiegò così la loro presenza in Afghanistan: «I nostri operatori erano incaricati di mantenere e sviluppare dei rapporti con la popolazione civile e le autorità locali per individuare le migliori forme di collaborazione e convivenza, nonchè di raccogliere informazioni utili a tutelare la protezione del contingente dalla minaccia terroristica». Collaborazione e convivenza con le autorità locali, i taliban, appunto.