Coronavirus, la vita degli italiani bloccati a Wuhan. Farnesina pensa a un ponte aereo per il rimpatrio

di Daniela Lauria
Pubblicato il 28 Gennaio 2020 11:57 | Ultimo aggiornamento: 28 Gennaio 2020 12:32
Coronavirus, la vita degli italiani bloccati a Wuhan. Farnesina pensa a un ponte aereo per il rimpatrio

Ipotesi ponte aereo per gli italiani bloccati a Wuhan. Nella foto Ansa, viaggiatori indossano mascherina

PECHINO – Da mercoledì scorso vivono reclusi in casa in una città-prigione. I tassisti messi a disposizione dalle autorità cinesi gli consegnano la spesa a domicilio e se escono indossano abiti vecchi da infilare poi in lavatrice ad alte temperature. E’ la vita dei circa settanta italiani bloccati in Cina, da quando è esplosa l’epidemia di coronavirus. Per loro la Farnesina sta ora valutando l’ipotesi di un ponte aereo per riportarli a casa.

Gli Stati Uniti hanno già mandato un charter per raccogliere i diplomatici, le famiglie e gli altri americani che vogliono andar via, ma sono più numerosi dei 250 posti del Boeing 747 inviato. La maggior parte dovrà attendere ancora, per poi sottoporsi ancora a quarantena in arrivo negli Usa, dove intanto sono già stati individuati 5 casi acclarati di contagio e un centinaio di sospetti. Lo stesso sta facendo Tokyo per i circa 700 giapponesi presenti a Wuhan. Anche Parigi è in contatto con Pechino per preparare l’evacuazione dei circa 500 francesi che si trovano in città e nelle aree limitrofe: è previsto per dopodomani un primo rimpatrio.

L’Italia, come altri Paesi, sta predisponendo il da farsi. Si è parlato di un trasferimento via terra, in pullman, a condizione di restare in osservazione per i successivi 14 giorni in un ospedale cinese di una regione più sicura. Era stata individuata la città di Changsha, capitale della provincia dello Huhan, a 350 km circa di distanza da Wuhan. Una volta arrivati a destinazione, gli italiani sarebbero stati trasferiti in un ospedale per un periodo di osservazione di due settimane, tempo necessario per il decorso dell’incubazione del virus. Ma la prospettiva di una quarantena in terra sconosciuta non li ha convinti. 

Ipotesi ora esclusa anche dal capo dell’Unità di Crisi Stefano Verrecchia che a Unomattina spiega: “Un trasferimento via terra implica quarantene piuttosto complesse. La Farnesina, aggiunge, “sta valutando insieme anche con altri soggetti tra cui l’istituto Spallanzani, il ministero della Sanità e il centro interforze l’idea di un trasferimento aereo”, che comunque “sarà complesso”. “Siamo sempre in contatto con i connazionali – assicura – che sono circa una settantina in buone condizioni di salute”. 

“Per il rimpatrio dei nostri connazionali dalla Cina ci siamo messi a disposizione della Farnesina”, ha confermato il ministro della Salute, Roberto Speranza. “Si sta valutando con l’ambasciata italiana in Cina. Al ministero della Salute competerà la fase post arrivo in Italia, che dovremo capire come gestire secondo i protocolli internazionali”. 

Ma che succede se qualcuno di loro si ammala? L’ambasciata a Pechino è in contatto con tutti, hanno numeri di riferimento. “Se si ha bisogno di consulto medico – spiega un manager italiano al Corriere – si usano WeChat e email, per non dover andare in ospedale dove si corre il rischio di aspettare tra malati contagiosi”. Il consiglio che ricevono è di non andare in panico per una febbre, di stare a casa e curarsi come per una normale influenza, se non si è debilitati.

Fonte: Ansa, Corriere