Conti correnti, banche aumentano i costi. Si rifanno sui clienti per i tassi negativi

di Riccardo Galli
Pubblicato il 13 Dicembre 2019 8:29 | Ultimo aggiornamento: 13 Dicembre 2019 8:29
Conti correnti, banche aumentano i costi di mantenimento. Si rifanno sui clienti per i tassi negativi

Conti correnti, banche aumentano i costi. Si rifanno sui clienti per i tassi negativi (foto d’archivio Ansa)

ROMA – Costi di adesione ai sistemi di garanzia più cari e tassi negativi. Un mix potenzialmente esplosivo per i conti delle banche che per tutelare i loro, di conti, scaricano peso e costi su altri conti, quelli correnti. Sui clienti in altre parole, su di noi.

Avete notato che di fatto non esistono più i conti a ‘costo zero’, nemmeno in quelle banche on line che aggressivamente li avevano introdotti? La ragione è questa: i costi aumentano e le banche li scaricano sui correntisti. Legittimo? Certamente, almeno dal punto di vista legale. Ma anche altrettanto spiacevole perché quelle stesse banche, lestissime a condividere i costi, sono di tutt’altra pasta quando si tratta di condividere, ad esempio, onori e sconti.

Succede, ultima in ordine di tempo, a Fineco che da febbraio ha annunciato l’abbandono della politica conto-free. Ma non è che l’ultimo tassello di un quadro la cui tessitura è iniziata già da un paio d’anni. Da quando Intesa Sanpaolo, nel 2017, con una modifica unilaterale che interessò una parte dei conti, decise di aumentare i canoni annui di alcuni conti correnti, e in particolare quelli la cui entità era legata alla giacenza e all’anno di accensione del conto stesso. Decisione arrivata proprio per tenere conto della discesa del Deposit Facility Rate (Dfr), uno tra i principali tassi di riferimento della Bce. In quell’occasione Intesa introdusse anche un canone di 10 euro annui al conto Zerotondo, da allora non più offerto gratuitamente nonostante il nome. Costi e tassi negativi le ragioni di questi aumenti.

I costi sono quelli da sostenere per coprire le quote di adesione ai sistemi di garanzia dei depositi (Fondo di tutela dei depositi fino a 100 mila euro – Fitd). La normativa europea sui sistemi di garanzia (Dgsd) impone infatti, agli istituti di credito, esborsi crescenti al fine di assicurare al Fitd la pronta disponibilità delle risorse finanziarie necessarie a rimborsare le somme depositate dai clienti presso gli istituti di credito in caso di dissesto di questi ultimi. Una sorta di assicurazione, in parole povere, che le banche devono pagare qualora si rivelassero mal gestite.

Assicurazione che però pagano i correntisti invece delle banche. I tassi negativi sono invece quelli che le banche devono riconoscere per le somme depositate presso la Banca Centrale Europea. Alcuni, come Unicredit, hanno deciso di girare direttamente il tasso negativo sui depositi oltre una certa soglia mentre altri, i più, hanno semplicemente girato il costo trovando altre entrate. Entrate che arrivano appunto dai conti correnti. Tutto corretto, certo. E l’adeguarsi uno ad uno di quasi tutti gli istituti di credito non prefigura nemmeno una pratica commerciale scorretta né la creazione di un cartello, ma è invec la semplice manifestazione della ricerca della soluzione più comoda e rapida scelta da tutti gli attori in gioco.

Soluzione che lascia però l’amaro in bocca. E lo lascia a tutti quei correntisti che vedono ora le banche attive e rapide nel condividere, anzi nello scaricare questi costi, ma che invece non hanno mai visto né trovato la stessa politica e la stessa disposizione quando da condividere c’erano ad esempio i costi bassissimi del credito, con la Bce pronta a prestare di fatto a 0 alle banche ma con queste mai disposte a fare non lo stesso ma qualcosa di simile con i clienti.