Inps, Di Maio sapeva una settimana prima. Ma non aveva letto, era a caccia di banche che: devono pagare!

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 18 luglio 2018 13:45 | Ultimo aggiornamento: 18 luglio 2018 13:45
Luigi Di Maio, decreto dignità

Luigi Di Maio alla presentazione del decreto dignità (foto Ansa)

ROMA –Inps e Di Maio, tra loro un deficit di lettura. Se è vero, come le statistiche raccontano che noi italiani leggiamo un libro ogni morte di Papa [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play], nei ministeri a guida Luigi Di Maio deve accadere quello che accade nel resto del Paese dove le cose troppo lunghe nessuno le legge. E così sfuggono gli 8mila posti che si perderebbero col Decreto Dignità, un numero arrivato al Ministero del Lavoro in tempo per essere letto, e non all’ultimo momento, ma insieme a tantissime altre pagine che nessuno, evidentemente, si è sentito di leggere.

Come forse poco legge anche lo stesso ministro che attacca le banche: “la pagheranno”, apparentemente ignorando che il sistema economico in cui viviamo e ci muoviamo si basa sul credito. Come i libri di economia spiegano. Gli ormai famigerati 8mila posti che il decreto voluto dal capo politico del Movimento5Stelle farebbe perdere ogni anno per 10 anni, erano un’informazione in possesso del ministero almeno 7 giorni prima che il suddetto decreto fosse pubblicato in Gazzetta Ufficiale.

Le prove le ha pubblicate La Stampa e sono facilmente rintracciabili on-line. Prove che consistono in una mail di posta certificata datata 6 luglio e spedita dall’Inps, cui il ministero del Lavoro aveva chiesto, il 2 luglio, di stimare ‘con la massima urgenza’ la platea dei lavoratori coinvolti dalle novità ‘al fine di quantificare il minor gettito contributivo’. Il Decreto Dignità sarà pubblicato in GU il 12 luglio. Il tempo per scoprire quel numero quindi ci sarebbe eccome. E per quanto sia comprensibile che il ministro, Di Maio come altri prima e dopo di lui, non abbia tempo per leggere tutte le relazioni tecniche, quello che è incredibile che nessuno dello staff lo faccia.

O, ed è difficile dire se questa sarebbe un’ipotesi peggiore o migliore, chi nello staff legge la relazione non comprende la valenza di quel che c’è scritto. Nessuna manina quindi e nessuna colpa dei tecnici e del presidente dell’Inps Tito Boeri, nessun mistero né complotto ma solo pigrizia intellettuale e ignavia professionale. Pochi giorni e da Gioia Tauro, dove il ministro è in visita all’azienda dell’imprenditore Nino De Masi, Di Maio dice: “Il sistema bancario la deve pagare perché ha avuto un atteggiamento arrogante infischiandosene dei risparmiatori e dello Stato ed è stato protetto da ambienti politici sia in questa regione che a livello nazionale. Se vogliamo sostenere le imprese dovremo ridurre l’arroganza di certe organizzazioni, quelle illegali e anche di alcune legali”.

“La mafia – ha aggiunto il vicepremier biministro – è un atteggiamento e questo atteggiamento a volte lo troviamo nelle organizzazioni criminali ma a volte lo troviamo anche nelle banche, visto e considerato che quello che ha passato questa azienda non è dovuto solo alle organizzazioni criminali ma anche ad un’altra tragica spirale in cui è finita, che è quella del credito, quella dell’usura bancaria”. Premesso che non solo è un diritto la critica ma è anche un dovere per chi amministra la cosa pubblica perseguire l’interesse generale a scapito di quello personale o corporativo, e che quindi le banche come come tutte le istituzioni si possono criticare e anche riformare, tra questo e dare dei ‘mafiosi’ alle suddette ce ne passa.

Che possa capitare e capiti che le banche sfruttino e spremano i loro clienti per trarne il maggior profitto è vero e comprensibile trattandosi non di istituzioni caritatevoli ma aziende per lo più private. Come è però vero che è la legge ne disegna i limiti di manovra entro cui la banche si muovono. Per sapere queste cose però bisognerebbe sapere di diritto, basterebbe un’infarinatura e, per sapere che sulle banche si regge la nostra economia, bisognerebbe invece leggere qualche riga in materia. Ma in Italia è uno sport che non si pratica.

Non per caso Di Maio è ministro, non per caso è il primo ministro che pensa si possano punire le banche in quanto banche. Non la banca che commette reati, ma la banca che non ti dà il fido. A quando un Decreto Di Maio perché le banche siano obbligate per legge appunto a prestare? Col governo che fissa rate, interessi e tutto il resto? Sarebbe la via diretta per punire, farla pagare alle banche, anzi chiuderle. E chiudere con le banche baracca e burattini: i conti correnti, i depositi e gli stipendi e le pensioni e i mutui…Lo ha mai letto ad esempio Di Maio che l’intero sistema imprenditoriale italiano, tutte le aziende di qualunque dimensione, si finanziano al 90 e passa per cento tramite banche?