Centrali no, incentivi sì: non era un paese per il nucleare, riparte la lotteria delle rinnovabili

di Riccardo Galli
Pubblicato il 20 Aprile 2011 15:05 | Ultimo aggiornamento: 20 Aprile 2011 15:05

ROMA –L’Italia non è “un paese per il nucleare”, ma riesce ad essere un paese per le energie rinnovabili, fotovoltaico in testa? Prima di Fukushima il nucleare era la scelta di governo. Però non si trovava un Governatore di regione, un sindaco e una popolazione che avrebbero in concreto permesso la costruzione di una centrale sul loro territorio. I Governatori di centro sinistra erano contrari, quelli di centro destra erano favorevoli a condizione che le centrali le mettessero altrove. Zaia, Cappellacci, Cota si erano perfino inventati “l’autosufficienza energetica” della loro Regione il che era un assoluto non senso di successo. Prima di Fukushima Berlusconi assicurava l’apertura del primo cantiere entro il 2013. Era il 2010 e tutti sanno che che per aprire un cantiere nucleare e chiuderlo ci vogliono dai 15 ai 20 anni. Prima di Fukushima i ministri garantivano che il nucleare italiano avrebbe privilegiato la sicurezza. Ma l’Agenzia nucleare italiana non esisteva e, da quando esiste, non ha una sede né un euro. Prima di Fukushima il nucleare italiano era una messa in scena che mai sarebbe diventata realtà. Prima di Fukushima, anche prima, il nucleare era una faccenda maledettamente seria indatta ad un paese approssimativo.

Approssimativo e qualcosa di più e di peggio anche in materia di energie rinnovabili. Gli incentivi al fotovoltaico l’Italia li ha trasformati in una lotteria di beneficienza. I più alti d’Europa, nascosti in boletta. Alla portata di tutti, aziende serie e aziende finte, imprenditori e arraffatori. Un grande, gigantesco affare in cui moltissimi si sono tuffati. Affare in cui l’energia che tutto muoveva era quella della carta moneta più che quella solare. L’Italia che non è “un paese per il nucleare” può essere il paese per le rinnovabili? Finora la prognosi è infausta.

Il nucleare non va più bene. Doveva essere l’asso nella manica per uscire dalla dipendenza dal petrolio ma, più per calcoli politici che per scelte tecnologiche, il Governo che l’ha promosso ha deciso ora di metterci una pietra sopra. Non se ne fa più nulla, per ora. Domani si vedrà, forse. A referendum dribblato. Ma, nucleare o meno, l’Italia ha bisogno di energia, molta. E per avere l’energia, che venga dal petrolio, dall’atomo, dal sole o da qualsivoglia altra fonte, serve un piano nazionale, servono investimenti e soprattutto progetti. E con il nucleare messo in soffitta tornano alla ribalta le energie rinnovabili con una nuova, ennesima, bozza di decreto interministeriale. Ancora tagli agli incentivi prevede il decreto, ma meno pesanti e più mirati.

Questo testo era previsto entro fine aprile dal decreto legislativo “Romani” con cui il 3 marzo veniva congelato il “terzo conto energia” appena introdotto per passare subito al “quarto conto energia”. Poi la più recente versione del testo, oggetto di ritocchi tra i tecnici dei ministeri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente. Nel provvedimento si prevedono incentivi compresi tra i 6 e i 7 miliardi l’anno, che non è un tetto ma un’indicazione, e un obiettivo di 23mila megawatt di produzione fotovoltaica entro il 2016. Incentivi sì, ma meno e diversamente ripartiti rispetto a quelli in vigore sino ad ora. Il taglio agli incentivi per l’energia fotovoltaica sarà maggiore con il crescere delle dimensioni della centrale solare. Una limatura leggera per i pannelli sul tetto della villetta o del capannone industriale, stimabile tra l’1 e il 3% in meno, e una sforbiciata molto più robusta, intorno al 20%, per le grandi estensioni di terreni “coltivati” a silicio e luce del sole. Il nuovo decreto prevede per il 2011 e 2012 un periodo transitorio di riduzione progressiva degli incentivi. Le riduzioni sono morbide per i piccoli impianti fino ai 200 chilowatt di potenza, cioè gli impianti domestici e sul tetto di piccole e medie imprese e assai più significative per i grandi complessi. Dal 2013 si passerà poi a un modello tedesco di incentivazione. L’aiuto scenderà con il calare dei costi della tecnologia. Costi che diminuiscono di anno in anno. Negli ultimi quattro anno i costi di acquisto dei pannelli al silicio sono scesi del 40% e si stima che scenderanno di un altro 40%, nel prossimo quadriennio, mentre la tecnologia assicurerà un aumento del loro rendimento. Godranno poi di un premio gli impianti fotovoltaici realizzati sui tetti degli edifici pubblici, come scuole e asili. E ci saranno sussidi più alti anche per i pannelli istallati su aree degradate, come terreni contaminati, discariche piene e stabilimenti dismessi.

Si punta così ad arrivare al 2016 e ai 23mila megawatt di produzione fotovoltaica che dovrebbero significare l’abbandono degli incentivi perché si stima che, raggiunta questa quota di produzione, si dovrebbe realizzare la cosiddetta grid parity, cioè la produzione fotovoltaica avrà costi pari alle altre tecnologie energetiche e potrà sostenersi da sola, senza bisogno di incentivi appunto.

In questa nuova bozza di decreto sono stati mediati gli approcci drastici, sia quell’obiettivo blindato di 8mila megawatt sia i tagli fortissimi agli incentivi delineati all’inizio dal ministro Paolo Romani, ma anche le distorsioni opposte come la compravendita di autorizzazioni, con il decreto “salva Alcoa” le quotazioni di un’autorizzazione per un megawatt fotovoltaico arrivavano a 500mila euro. L’obiettivo dichiarato è nobile, passare dall’industria degli istallatori e degli investitori speculativi all’industria che produce e innova, ma le critiche non mancano. Per Mariagrazia Midulla, responsabile clima del Wwf Italia, «anche se si spaccia per meccanismo alla tedesca, il decreto fissa limiti legati all’obiettivo, quando ogni risultato superiore alle attese sulle rinnovabili andrebbe auspicato e promosso». I tagli «non sono sostenibili dall’industria» e le imprese «hanno già annunciato la cassa integrazione per migliaia di persone», avverte Gianni Chianetta (Assosolare). E per Giorgio Guerrini, presidente della Confartigianato, «il provvedimento non offre certezze su 85mila imprese e 150mila posti di lavoro». Il Wwf vuole più solare, le grandi imprese del settore vogliono più incentivi, cioè più soldi, per loro così come le piccole imprese. Scontentare tutti è solitamente una prova che ci si muove nella giusta direzione. Ma gli incentivi per le rinnovabili, al centro di un dibattito politico vecchio di mesi, e che sinora hanno pescato nelle bollette della luce dei cittadini, non sono sufficienti a nascondere l’assenza di una politica energetica organica e di lungo periodo del nostro paese.

Come titola il Sole24Ore, l’Italia è “un paese senza politica energetica”. Le colpe di questa mancanza non sono esclusivamente ascrivibili a Berlusconi e ai suoi governi, ma anche al centro-sinistra che quando è stato chiamato a governare ha fatto poco o nulla in questo senso. Che in Italia non ci sia una politica energetica lo dimostrano proprio i due accadimenti degli ultimi giorni: l’abbandono del nucleare e la nuova bozza che ridisegna i nostri sussidi alle energie rinnovabili. Sussidi che prima dovevano essere aboliti, poi diminuiti, poi ricalibrati e ora redistribuiti. Le energie rinnovabili rappresentano gran parte del nostro futuro energetico, industriale e tecnologico e il modo in cui vengono gestite e incentivate o meno dimostra come sia di cortissimo respiro la politica energetica italiana.