Pensioni, la jungla contributiva: dal deputato al baby-pensionato

di Warsamé Dini Casali
Pubblicato il 29 Novembre 2011 9:40 | Ultimo aggiornamento: 29 Novembre 2011 9:55

ROMA – A proposito di equità nei trattamenti pensionistici, il ministro del Welfare Elsa Fornero avrà un bel da fare anche solo per orientarsi dentro la fitta jungla di esenzioni, soglie di favore, disparità contributive. A parte quello dei parlamentari, di gran lunga il più generoso tra i diversi regimi di contribuzione, dai piloti ai giornalisti, dai professionisti alle Forze Armate, dai ferrovieri ai baby-pensionati, Enrico Marro sul Corriere della Sera traccia una mappatura dei privilegi in essere categoria per categoria. Il quadro generale è interessante non tanto, o almeno non solo, per segnalare iniquità di questa o quella “casta”: più di tutto conta verificare il grado altissimo di frammentazione del sistema complessivo.

Si è abbondantemente discusso dei vitalizi dei deputati: verranno aboliti, la pensione sarà calcolata come un normale dipendente, ma a partire dai nuovi eletti nella prossima legislatura. Intanto sussiste ancora la possibilità di cumulo con altre pensioni, magari quelle della Regione per l’attività di consigliere, ma quella è una jungla ancora più inestricabile. Fatto sta che con quattro legislature alle spalle un Giuseppe Gambale è andato in pensione a 42 anni con 8.455 euro al mese. Per ora l’aliquota contributiva  del deputato è ferma all’8,6%. Se un normale impiegato versa ogni mese il 33% del suo stipendio per la pensione (due terzi a carico dell’azienda), artigiani e commercianti contribuiscono con il 20/21%.  Gli psicologi versano il 10%, gli architetti il 12,5%, gli avvocati il 13%.

Per l’uscita dal lavoro le disparità e le eccezioni sono la norma. I dipendenti della Regione Sicilia possono andare in pensione anticipata a 45 anni: il requisito è disporre di un parente infermo da accudire. Di baby-pensionati ce ne sono ancora mezzo milione. Nonostante la Riforma Amato del ’92 mise fine al trattamento che permetteva ai dipendenti pubblici di andare in pensione a 19 anni 6 mesi e un giorno, a 14 anni se donne con figli. Un costo per lo Stato di quasi 10 miliardi di euro l’anno, per pensioni liquidate a persone sotto i 50 anni e che, dato l’allungamento dell’aspettativa di vita graveranno ancora a lungo sulle casse dell’Inps.  Per loro è allo studio un contributo di solidarietà.

Un altro capitolo riguarda i fondi speciali Inps: gli ex fondi Trasporti, Elettrici, Telefonici, Inpdai,  e poi i fondi Volo, Ferrovie, Clero, e postelegrafonici. Il “personale viaggiante” dei Trasporti, meglio detti ferrovieri, va in pensione a 60 anni, le donne a 55 anni. Piloti, steward e hostess possono uscire dal lavoro con 5 anni di anticipo. I macchinisti a 58 anni con 25 anni di servizio, i controllori a 60 anni. Ovio che per tutti valga, giustamente, la clausola del lavoro giudicato usurante.

Ancora, va affrontata la sperequazione tra calcoli retributivi e contributivi, sbilanciati, dal punto di vista dell’equità, verso i primi, quelli dei lavoratori più anziani. La diffusione dei contratti precari di collaborazione è gradita alle aziende perché impone loro un sacrificio minore: le aliquote sono molto più basse del 33%. Una jungla nella jungla è rappresentata dalle varie agevolazioni di cui riportiamo l’infinito elenco: contratti di solidarietà, formazione, inserimento, reinserimento, apprendistato, assunzione di lavoratori in mobilità, domestici, dipendenti agricoli e coltivatori diretti di zone svantaggiate, artigiani e coadiuvanti minori di 21 anni, cassaintegrati, svantaggiati, pescatori autonomi. Questa pletora di agevolazioni favorisce l’inserimento nel lavoro o è solo un espediente per pagare meno contributi?