La settimana della “Tripla”: Berlusconi, Marchionne e Tremonti

di Lucio Fero
Pubblicato il 10 Gennaio 2011 16:06 | Ultimo aggiornamento: 10 Gennaio 2011 16:19

La “tripla” della settimana: Berlusconi, Marchionne e Tremonti. Già, è la settimana della “tripla”: una sentenza, un risultato, una cifra. Rispettivamente riguardano, investono, toccano il presidente del Consiglio, l’amministratore delegato della Fiat e il ministro del Tesoro. Loro tre, loro in persona e quel che rappresentano, con vasto “indotto” di personaggi, interpreti e comprimari. La sentenza sarà sul gradino più alto del podio di titoli e articoli della stampa e della televisione, il risultato sarà secondo in classifica a breve ma marcata distanza, la cifra verrà buon ultima nella graduatoria dell’attenzione collettiva. Ma è un errore di prospettiva: la potenza dei riflettori che verranno accesi su sentenza, risultato e cifra è inversamente proporzionale all’importanza e peso reali dei tre elementi della “tripla”.

La sentenza, cioè il pronunciamento della Corte Costituzionale sulla costituzionalità appunto del legittimo impedimento, quella legge che consente al premier, in nome dei suoi impegni di governo e della sua “tranquillità” di non presentarsi alle udienze dei processi che lo riguardano (ce ne sono in piedi tre, Mediatrade, Mediaset e Mills, con relative accuse di reati finanziari e corruzione) e di sospendere sine die, quindi annullare di fatto, i processi stessi. Per la sentenza, prevista il 13 febbraio, c’è un pronostico: un “pareggio” che Berlusconi vivrebbe come una sconfitta. Il pronostico dice che la Corte non dichiarerà incostituzionale il legittimo impedimento, alla condizione però che i magistrati del processo in corso possano però di volta in volta giudicare se l’impedimento a partecipare è logicamente e fattualmente congruo. In un paese dove il potere politico non è in guerra permanente e dichiarata con il potere giudiziario sarebbe una sentenza salomonica, nel senso di accettabile e praticabile. Una sentenza che riconosce al premier politico il diritto a “governare prima” ed essere giudicato poi, ma non  regala al premier politico una immunità a prescindere dai suoi reali impegni di governo. Ma a Berlusconi non basterebbe, non può bastare: dei magistrati, soprattutto di quelli che hanno in mano i suoi processi, non si fida. Li vuole “sterilizzati” da una legge, una legge senza se e senza ma. Conseguenze? Eventualmente privato di uno scudo giudiziario automatico e indiscutibile, a Berlusconi verrebbe più voglia di elezioni anticipate di quanta non ne ha a scudo in funzione.

Il risultato è quello del referendum tra i circa cinquemila lavoratori di Mirafiori. Si vota il 13 e il 14. Si dice Sì o No all’accordo aziendale scritto da Marchionne e firmato dai metalmeccanici di Cisl, Uil e tutti gli altri sindacati nazionali e di fabbrica tranne la Fiom-Cgil. Accordo dove c’è scritto che la Fiat porta a Torino produzione e modelli se i sindacati e i lavoratori lavorano molto di più, pagano qualche dazio in termini di orari e pause, consegnano la straordinario all’azienda e, soprattutto, si impegnano a non scioperare contro l’accordo dopo averlo firmato. Altrimenti la Fiat prende baracca e burattini e se ne va. Corollario non indifferente, ma questo è scritto in accordi nazionali precedenti, la Fiat ne ha approfittato ma non l’ha dettato Marchionne, chi non firma non ha rappresentati sindacali in fabbrica riconosciuti dall’azienda. Anche qui c’è un pronostico: passerà il Sì all’accordo. Con quale percentuale non si sa, in teoria quelli del Sì sono tra il 70 e l’80 per cento. Marchionne ha detto che gli basta ilo 51 per cento, ma non è del tutto vero. La Fiom per bocca di landini ha detto che il No “può vincere”. Ma sa che proprio vero non è. Dopo il risultato si saprà di quanto Marchionne ha vinto e di quanto Landini ha perso. Ma molte, troppe cose restano da sapere. Marchionne deve dire, ai mercati e agli acquirenti di automobili, ancor prima che ai sindacati e ai politici, quali modelli e tecnologie capaci di esser venduti produrrà la Fiat. Una fabbrica sotto controllo e una maggiore produttività sono condizioni necessarie ma non sufficienti. E Landini, la Fiom, la Cgil e il Pd dovranno dire a iscritti, simpatizzanti, cittadini, elettori di che pasta sono fatti. La Fiom dovrà spiegare qual è l’alternativa, praticabile e non comiziabile, al “padrone cattivo”. La Cgil dovrà dire se “produttività” è sinonimo di sfruttamento o se altra produttività, cioè somma di fatica e tecnologia, c’è oltre e diversa da quella di Marchionne. E il Pd dovrà dire un bel po’ di più di quello che ha detto finora e cioè viva Mirafiori aperta e produttiva ma non a queste condizioni. Il Pd dovrà dire se il rifiuto dell’accordo Mirafiori è “valore indisponibile” per la sinistra come dice Vendola. Oppure se Vendola sbaglia. Conseguenze? La trasformazione possibile della Fiom in una gamba di una triade politica che va dalla Sel all’Idv. Il “contagio” del modello Mirafiori, contratti separati e diversi azienda per azienda, a gran parte degli stabilimenti italiani. L’ennesima crisi di identità e proposta del Pd.

Infine la cifra, arriva anch’essa il 14 del mese. Il giorno in cui Portogallo, Spagna e Italia vanno sul mercato a vendere titoli di Stato. Chi li compra e a quanto? Quanto i tre Stati dovranni rispettivamente pagare di interessi nelle aste per piazzarli? Se il Portogallo va all’otto per cento e la Spagna tra il cinque e il sei vuol dire che questi Stati non possono farcela a tenere questo ritmo. Vuol dire che ilo Portogallo deve essere “salvato” subito come la Grecia e l’Irlanda e che la Spagna, troppo grande per fallire, rischia di essere anche troppo grande per essere salvata. E se l’Italia dovesse pagare per piazzare i suoi titoli di Stato più di qualche decimo di punto in più sui tassi di interesse, allora vuol dire che tutto ciò di cui si chiacchiera in Italia, quoziente familiare, meno tasse, soldi per il Sud, soldi per “oliare” il federalismo, è appunto chiacchiera. Vorrebbe dire che Tremonti non è un mastino avaro di spesa pubblica, ma un semplice e rigoroso contabile del denaro che c’è.

La sentenza cambia la vita di Berlusconi e, forse, i nostri appuntamenti da elettori. Il risultato cambia, presto per dire quanto in peggio o in meglio, la condizione di noi lavoratori dipendenti nelle aziende private. La cifra cambia in un senso o nell’altro la nostra condizione di conribuenti, lavoratori, risparmiatori e membri di questa comunità. Rispettivamente, il cortile, la città e il mondo. Di questo ci parleranno la sentenza della Corte, il risultato del referendum Mirafiori e la cifra dell’asta dei titoli di Stato nella settimana della “Tripla”.