Si torna a spendere: dieci miliardi. Avviso di elezioni. Arraffi chi può, poi passa l’inflazione a “ritirare”

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 5 Novembre 2010 14:46 | Ultimo aggiornamento: 5 Novembre 2010 14:46

Si torna a spendere, segnale chiaro che si vota. Si torna a spendere denaro pubblico, avviso netto di campagna elettorale. Voglia di spendere “trasversale”, di vecchia maggioranza in affanno e di nuova maggioranza in formazione. Voglia di spendere di governo e di opposizione, di destra, di sinistra e di centro. Segnali chiari che l’intera politica va sul “mercato” per farsi “comprare” dagli elettori. Si va sul “mercato” con il metodo consolidato e il prodotto sempre piazzato: la spesa pubblica. Per farsi comprare insomma si compra.

Durante la discussione alla Camera sulla legge di bilancio, una volta si chiamava finanziaria, una maggioranza inedita composta da Fli, Mpa, Udc, Pd e Idv ha fatto passare un emendamento che costa un miliardo e mezzo di euro. Tecnicamente si tratta del divieto ai governi locali di recuperare parte dei tagli di spesa introdotti da Tremonti attingendo ai Fas, Fondi per le aree “speciali”. La nuova maggioranza ha detto che quei fondi, appunto il miliardo e mezzo devono essere spesi altrimenti, cioè per lo “sviluppo” e “sostegno”. I governi locali quaindi o taglieranno ciò che non possono tagliare o faranno altro debito. Al dunque la nuova maggioranza si è formata per la prima volta su una voglia di spesa.

E la “vecchia” maggioranza? Tremonti, dopo essere stato a colloquio con Berlusconi e dopo aver visto cosa succedeva alla Camera, ha fatto sapere che il governo anticiperà i tempi del “decreto sviluppo”, cioè di sette miliardi di nuova spesa già previsti. Previsti sì, ma per spenderli Tremonti voleva prima incassarli. Adesso non più, adesso si parte con la spesa in pole position. Sette più uno e mezzo e altro “spicciolo” seguirà: dieci miliardi di euro da spendere prima che l’anno tramonti. Prima dell’alba dell’anno prossimo, quello in cui quasi sicuramente si vota.

Unica e sola nel mondo occidentale l’Italia riapre la stagione della spesa pubblica. La Gran Bretagna del conservatore Cameron taglia 80 miliardi di sterline di spesa pubblica. La Francia del conservatore Sarkozy si scontra e si conta in piazza sulla riforma delle pensioni che taglia la spesa. Londra e Parigi per spendere di meno mettono insieme pure la flotta e l’armamento nucleare. La Spagna del socialista Zapatero taglia la spesa e Zapatero mentre lo fa sa che si gioca una possibile conseguente sconfitta elettorale. La Grecia e il Portogallo tagliano la spesa. Negli Usa Obama ferito dal voto repubblicano prende atto e annuncia che metterà un freno alla crescita del deficit pubblico. In Germania la Merkel ha tagliato per decine di miliardi e il divieto di deficit se lo sono messi anche in Costituzione.

Noi facciamo altrimenti: dopo aver tagliato in estate per 25 miliardi (la manovra Tremonti), ripartiamo dalla spesa, si comincia con dieci miliardi. D’accordo i sindacati e Confindustria, gli artigiani e i commercianti, i precari e i pensionati. Prima di questa virata leggera ma sincera della nave Italia verso l’arcipelago della spesa, il Fondo Monetario internazionale ci attribuiva un “saldo primario”, la differenza tra entrate e spese dello Stato al netto degli interessi pagati per il debito pubblico, che sarebbe arrivato al più 2,3% nel 2015 (ora è nagativo). Prima il Fmi calcolava che la spesa pubblica italiana sarebbe diminuita nel 2015 al 45,6 per cento del Pil (ora è il 50,1 per cento). Fmi che nelle sue previsioni non credeva a un calo delle tasse e neanche ad un significativo recupero dell’evasione fiscale. Attribuiva il miglioramento dei conti a meno spesa pubblica da qui al 2015 per 2,5 punti di Pil. Erano questi i conti del Fmi per l’Italia, prima. Prima che in Italia tornasse la voglia di spesa per “finanziare” l’anno elettorale. Prima Tremonti aveva allestito per L’Europa il piano italiano 2020: occupazione in crescita, costo dell’energia in calo, spesa pubblica immobile e frenata. Prima, Tremonti lo aveva scritto prima.

Ora per un po’ si torna a spendere un po’. Arraffi chi può, poi passerà l’inflazione a “ritirare”. L’inflazione? Per asciugare il diluvio di deficit pubblico americano la Fed per otto mesi comprerà 800 miliardi di dollari di Titoli del Tesoro. La Fed non lo dice ma non lo nega: tutto questo denaro in circolo alla fine farà sì che il denaro “valga” meno. E’ così che si rientra dalla troppa spesa: diminuendo il valore reale del debito da pagare tramite inflazione: se ti debbo cento ma l’inflazione ha trasformato quel cento in potere di acquisto novanta, allora in realtà ti debbo novanta. E se hai cento euro in tasca, valgono novanta. Si rientra dall’eccesso di spesa con l’inflazione e con aumenti annuali del Pil superiori al tre per cento, cosa che in Italia tutti concordano non possa avvenire nei prossimi anni. Quindi prenda chi può pietanze e porzioni della nuova spesa, poi passa l’inflazione a sparecchiare. La politica, di governo e di opposizione, è già in cucina, tutti i “popoli”, da quello Pdl a quello di Vendola, sorrideranno al nuovo giro di tavola. Qualcuno pagherà il conto, domani, dopo l’anno elettorale.