Attentati Parigi, eroe Belle Equipe: fece scudo a un’amica

di redazione Blitz
Pubblicato il 17 Novembre 2015 12:37 | Ultimo aggiornamento: 17 Novembre 2015 12:37

PARIGI – Quando il commando armato dei terroristi ha cominciato a sparare all’impazzata nel ristorante, Ludovic Boumbas è scattato per pararsi di fronte ad Chloe Clement. E’ morto così, da eroe, facendole da scudo umano contro la scarica di proiettili. Venerdì sera Ludovic, 40 anni, congolese, e Chloe erano andati a La Belle Equipe per festeggiare il compleanno di un’amica, Houda Saadi, mamma di due bimbi anche lei rimasta uccisa sotto i colpi di kalashnikov. Mentre Chloe si è salvata grazie al sacrificio di Ludovic: è stata raggiunta da alcuni proiettili e ora è ancora sotto shock ricoverata in ospedale. Non riesce a smettere di pronunciare il nome dell’amico eroe: “Ludo, Ludo”. E’ traumatizzata e si sente in colpa per essere sopravvissuta al suo posto.

Quella sera di festa trasformata in inferno è costata la vita ad altre 19 persone, la maggior parte erano invitati al compleanno. Quando il terrore ha avuto inizio, Chloe era rimasta pietrificata: guardava i suoi amici cadere uno ad uno ed è stato allora che Ludo è scattato verso di lei per salvarla. “Amava viaggiare e, soprattutto, amava la gente”, racconta ora uno dei tanti amici che gli rendono omaggio su Twitter. “Era una delle persone più buone che io abbia incontrato”. Con Ludo sono morti anche la festeggiata Houda e la sorella Halima, insieme ad altri due invitati, Khaled e Bashir.

Commovente è il racconto fatto al Daily Mail di Romain Ranouil, 48 anni, cameriere del vicino ristorante La Petit Baiona. Romain ha assistito alla carneficina ed è stato uno dei primi a correre sul posto per aiutare i feriti: “In un primo momento ho pensato che fosse crollato un ponteggio, perché ho sentito un suono metallico. Poi ho visto la gente accasciata sui tavoli, erano morti. Molta gente urlava, altra l’ho vista spirare sotto i miei occhi. È stato allora che ho pensato che nessuno deve morire da solo e ho iniziato a stringere le mani alle vittime, a parlarci. Una ragazza aveva appena 20 anni, era stata ferita con diversi colpi di kalashnikov. Mi sono inginocchiato e ho iniziato a parlarle. Le dicevo di prendere respiri profondi. Lei non mi parlava, mi guardava, fino a quando ho visto il suo sguardo spegnersi. Ricorderò quel viso e quegli occhi per il resto della mia vita”.