Caso Sallusti: così parlò “Dreyfus” Farina il 18 febbraio 2007

Pubblicato il 27 settembre 2012 6:30 | Ultimo aggiornamento: 27 settembre 2012 0:50

Una adolescente di Torino è stata costretta dai genitori a sottomettersi al potere di un ginecologo che, non sappiamo se con una pillola o con qualche attrezzo, le ha estirpato il figlio e l’ha buttato via. Lei proprio non voleva. Si divincolava. Non sapeva rispondere alle lucide deduzioni di padre e madre sul suo futuro di donna rovinata. Lei non sentiva ragioni perché più forte era la ragione del cuore infallibile di una madre. 

Una storia comune. Una bambina, se a tredici anni sono ancora bambine, si era innamorata di un quindicenne […] Quando ci si innamora, capita: e così qualcosa era accaduto dentro di lei. Lei che era una bambina capiva di aspettare un bambino. Da che mondo è mondo non si è trovata un’altra formula: non attendeva un embrione o uno zigote, ma una creatura a cui si preparava a mettere i calzini, a darle il seno. I genitori hanno pensato: “È immatura, si guasterà tutta la vita con un impiccio tra i piedi”. Hanno deciso che il bene della figlia fosse: aborto. In elettronica si dice: reset. Cancellare. Ripartire da zero. Strappare in fretta quel grumo dal ventre della bimba prima che quell’Intruso frignasse, e magare osasse chiamarli, loro tanto giovani, nonna e nonno. […]

Il buon senso che circola oggi ha suggerito ai genitori: i figli devono essere liberi, vietato vietare. Dunque, divertitevi, amoreggiate. Noi non eccepiamo. Siamo moderni. Quell’altro che deve nascere però non era nei patti, quello è vietato, vietatissimo. Accettiamo che tutti facciano tutto, ma non che turbino la nostra noia. 

Un magistrato allora ha ascoltato le parti in causa e ha applicato il diritto – il diritto!- decretando l’aborto coattivo. Salomone non uccise il bimbo, dinanzi a due che se lo contendevano; scelse la vita, ma deve essere roba superata, da Antico Testamento.

Ora la piccola madre (si resta madri anche se il figlio è morto) è ricoverata pazza in un ospedale. Aveva gridato invano: “Se uccidete mio figlio, mi uccido anch’io”. Hanno pensato che in fondo era sì sincera, ma poi avrebbero prevalso in lei i valori forti delle Maldive e della discoteca del sabato sera, cui l’avevano educata per emanciparla dai tabù retrogradi. Che vanno lavati con un bello shampoo di laicità. […]

Ci sono ferite che esigerebbero una cura che non c’è. Qui ora esagero. Ma prima domani di pentirmi, lo scrivo: se ci fosse la pena di morte, e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo e il giudice.

Dreyfus, “Il giudice ordina l’aborto. La legge più forte della vita“. Catenaccio: “Il dramma di una tredicenne”. Libero, 18 febbraio 2007.

Il 26 settembre 2012, dopo la condanna a 14 mesi di reclusione per diffamazione nei confronti dell’allora direttore di Libero Alessandro Sallusti, Vittorio Feltri ha detto a Porta a Porta: “Dreyfus era Renato Farina”. Queste le parole esatte: “Bene, avevo sperato che avesse lui il coraggio di farsi avanti. Adesso questo nome voglio farlo io, lo fanno in molti. Ma è bene che sia conosciuto da tutti: si tratta di Renato Farina”.