“Bele sì (proprio qui)”, storia degli Ebrei ad Asti”, dal 1300 alla Shoah

di Redazione Blitz
Pubblicato il 5 marzo 2014 15:08 | Ultimo aggiornamento: 5 marzo 2014 15:08
"Bele sì (proprio qui)", storia degli Ebrei ad Asti", dal 1300 alla Shoah

“Bele sì (proprio qui)”, storia degli Ebrei ad Asti”, dal 1300 alla Shoah

ROMA – “Bele sì (proprio qui)”, storia degli Ebrei ad Asti”, dal 1300 alla Shoah. Il censimento del 1911 segnalava ad Asti la presenza di 199 ebrei: una storia lunga quella della comunità discendente dai primi askhenaziti insediatisi alla fine del 1300 all’epoca in seguito alle persecuzioni in Francia e Germania. Una storia interrotta di cui, come ha scritto Stefano Jesurum sul Corriere della Sera, rintracciare “le radici nella cenere della Shoah”. Lo hanno fatto Maria Luisa Giribaldi e Rose Marie Sardi con il saggio “Bele sì, Ebrei ad Asti” (Ed. Morcelliana), dove viene descritta l’epopea di una comunità coesa, con i suoi costumi, i suoi riti, la peculiarità di una liturgia salmodiata tipicamente askhenazita capace di accogliere e integrare l’arrivo dei sefarditi cacciati dalla Spagna.

Il saggio in uscita sarà presentato da Franco Debenedetti (che cura anche la prefazione) insieme a Alberto Cavaglion e Paolo Debenedetti, il 18 marzo al Palazzo dell’Archivio di Stato di Asti. Non c’è solo ovviamente la restituzione di una storia di integrazione e successo, come quella di Isacco Artom, primo consigliere di Cavour e primo ebreo con incarico diplomatico fuori dal suo paese in Europa: non manca, negli altalenanti rapporti con la comunità cristiana, l’accusa di omicidio rituale, la chiusura del ghetto. Ma è proprio il riconoscere le sorgenti nascoste, il legame indissolubile con un passato sepolto, il filo conduttore del libro e che, attraverso le distanze e le diaspore, restituisce una origine e una originalità viva. E’ quel passato che

li fa (essere? sentire? rappresentarsi? ricordarsi?) ebrei (…) Lo stimolo per approfondire le ricerche e arricchire i racconti. Perché lì stanno le radici del platano, le memorie e le culture da tramandare (…) Molte sono le strade che hanno preso quelli che sono usciti dalle tante Asti d’Italia e del mondo. Ci sono quelli che ebrei lo sono nel rispetto della ritualità, nella conoscenza della lingua, nell’osservanza delle norme; e ci sono quelli secolarizzati. Ci sono quelli per cui l’essere ebreo è diventare israeliano, altri per cui è avere il mondo come patria. Ci sono ortodossi e riformati. Ci sono cattolici che restaurano la sinagoga, ed ebrei orgogliosi di non averne una (…) Per Lacan, l’ebreo è quello che sa leggere, ed è perché l’ebreo Freud sa leggere che anche noi sappiamo leggere, abbiamo iniziato a leggere, siamo stati iniziati a leggere altrimenti: l’analista segue le vie del midrash , in analisi si leggono, si recitano, si interpretano le Scritture. (Franco Debenedetti, prefazione a “Bele sì, Ebrei ad Asti”, Ed. Morcelliana)