“Bravo, Burro!”: il romanzo di John Fante del 1970 sarà pubblicato anche in Italia

Pubblicato il 15 novembre 2010 20:18 | Ultimo aggiornamento: 15 novembre 2010 20:18

Il Corriere della Sera ha pubblicato dei pezzi di “Bravo, burro!”, romanzo scritto da John Fante e Rudolph Borchert. Il libro è stato pubblicato negli Usa nel 1970, ma era ancora stedito in Italia. In queste settimane sarà nelle librerie italiane, edito da Einaudi. Ecco alcuni stralci del romanzo.

Era quasi il crepuscolo sull’altopiano del Messico settentrionale. Di lontano, le montagne avevano già incominciato a proiettare le loro lunghe ombre e il sole infuocato s’era fatto d’un arancione tenue. Il ragazzo Manuel arrancava per la strada polverosa. In una mano recava un pollo pigolante e nell’altra stringeva un sacco di farina che s’era buttato sulle spalle. Il luogo era solitario, e Manuel canticchiava, perso nei suoi pensieri.

Avvicinandosi a una curva della strada, Manuel si fermò ad ascoltare. Aveva udito un suono misterioso come una minaccia, poi un fruscio nella boscaglia e una specie di ringhio. Risistematosi il sacco sulle spalle, riprese il cammino, però con fare incerto e un po’ timoroso, i passi dei suoi scuri piedi scalzi erano felpati come quelli di un gatto selvatico. Ed eccolo di nuovo quel suono, più vicino e più forte, tanto da mettergli paura: stavolta aveva sentito distintamente il gemito di un puma. Alzò gli occhi al cielo, dove diversi avvoltoi volavano in circolo silenziosi e pesanti. Udì un rumore di rami spezzati e percepì la violenza dell’animale. Veniva dall’alto, oltre la cresta che costeggiava la strada, e per qualche attimo il ragazzo rimase fermo ad ascoltare, in apprensione. Ma la sua curiosità era più forte della paura, e stoicamente si avviò verso il limite dell’altura.

Sotto di lui, stretto in un anfratto angusto, un burro – sì, insomma, un asinello – fronteggiava coraggiosamente il puma inferocito. I fianchi del burro erano ricoperti di graffi e sanguinavano. Sulla testa si vedeva la carne viva di una terribile ferita. Il burro ansimava in affanno, e le sue zampe smagrite tremavano per la fatica. Il dorso impolverato, le macchie di sangue sul terreno, gli arbusti spezzati: tutto indicava che lì era in corso una lunga, violenta battaglia.

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Il cuore di Manuel fu subito dalla parte del piccolo burro, che resisteva con i suoi occhi ardenti e coraggiosi e le orecchie inclinate a proclamare la sua determinazione a fronteggiare il prossimo assalto del puma. Benché più fresco e determinato, anche il puma sanguinava da una narice, e la sua pelliccia fulva era coperta di polvere e fango. Lentamente, acquattato, incominciò ad accerchiare il burro, mentre la punta della sua lunga coda frustava l’aria.

Impaurito e affascinato, Manuel si mise in ginocchio a guardare. Il pollo che aveva con sé emise un verso dei suoi e il ragazzo lo zittì stringendogli il becco con la mano.

In un’esplosione di movimento, il puma scattò sull’orlo dell’anfratto e si slanciò sulla schiena sanguinolenta del burro. Scosso da quell’impeto, l’animale cadde a terra, rotolando più volte in una nuvola di polvere, finché il suo peso e un disperato scalciare costrinsero il malvagio felino a mollare la presa. Rimessosi subito in piedi, ora il burro partì all’attacco, balzando in avanti con gli zoccoli aguzzi che s’agitavano come pistoni, pestando il puma, morsicandolo con i suoi denti forti, obbligandolo a ritirarsi. E mentre il felino graziosamente rotolava all’indietro, il burro continuò a sferrargli dei bei calcioni con le sue potenti zampe posteriori. Mugolando e grugnendo, il puma arretrava strisciando sul ventre. Il burro s’arrestò e, immobile, restò in attesa. Ma il felino ne aveva avuto abbastanza e strisciò via nella boscaglia.

Per un po’, Manuel osservò il burro che era rimasto in piedi sul posto benché dai fianchi il sangue gli uscisse a fiotti e una delle sue lunghe orecchie pendesse come lo stelo spezzato di un fiore. Era assai debole e malfermo. Alla fine, ricadde sulle ginocchia anteriori e si rovesciò a terra. Guardando quella bestiola che lottava per rialzarsi, e poi pazientemente si rassegnava a rimanere a terra nell’attesa che gli tornassero le forze, Manuel provò compassione.

Allertati, gli avvoltoi volavano più bassi, e con le ali nere riempivano d’orrore la lugubre semioscurità del crepuscolo. Manuel si rialzò e cercò di capire se il puma era ancora nei pressi. Poi, con cautela, ritornò giù, nell’anfratto, a fianco del burro. Con uno sguardo pietoso gli accarezzò il muso e gli parlò dolcemente.

— Non dovremmo stare qui, amico mio valoroso. Dobbiamo andarcene prima che quel gattaccio si rifaccia avanti.

E mentre il burro cercava di rialzarsi , Manuel gli offrì una spalla e lo aiutò. L’orecchio rotto ciondolava floscio. Manuel trattenne il respiro.

— Questo è un brutto affare, mio valoroso, proprio brutto! Devi venire con me.

E si avviò per una mezza dozzina di passi. Il burro esitava, gli occhi rossi di sangue pieni di sospetto e d’incertezza. Manuel si voltò sorridendo. — Vieni, — disse gentilmente. Il burro si mosse nella sua direzione, seguendolo per il sentiero che portava alla strada. Ma d’improvviso si fermò, con l’orecchio buono all’erta come un punto esclamativo. Da lì vicino arrivò il grido di un pollastro poi il ringhio soddisfatto di un puma. Manuel sospirò. — Ecco fatto. Addio alla cena di mio padre, — disse.