Dillard Jonhson, il sergente Usa che ha ucciso 2746 nemici

di Redazione Blitz
Pubblicato il 24 Giugno 2013 12:13 | Ultimo aggiornamento: 24 Giugno 2013 12:13
Dillard Jonhson, il sergente Usa che ha ucciso 2746 nemici

Dillard Jonhson, il sergente Usa che ha ucciso 2746 nemici

WASHINGTON – Dillard Johnson ha ucciso 2.746 uomini. Johnson non è un serial killer, ma un sergente americano. Le sue vittime erano iracheni. Ora anche Johnson sta morendo. Le munizioni all’uranio impoverito gli hanno causato un linfoma di Hodgkins e il sergente ha deciso di ripercorrere in un libro la sua vita, dalle missioni in Kuwait a quelle nella capitale dell’Iraq.

Vittorio Zucconi riporta su Repubblica la storia raccontata dal The New York Post. Una storia di combattimenti dal Kuwait alla Nassiriya. La storia di un bambino, Dillard, che sognava di diventare come il sergente Rock dei fumetti DC Comics, e che dal Kentucky si è ritrovato in medio oriente a combattere. Il combattimento e la caccia gli erano entrati dentro fin da bambino, riporta dal New York Post Zucconi:

“Anche lui, come un altro sergente, ma autentico, reso immortale dalle imprese nella Grande Guerra, il sergente York, aveva imparato l’arte di uccidere dal padre, nella vita quotidiana fra le colline e le valle degli Appalachiani. Il padre gli aveva regalato un fucile calibro 22 da bambino, glielo aveva personalizzato e lo aveva portato a caccia con sé, di giorno e di notte. Ma i cervi, gli orsi, i falchi di quei monti avevano un ovvio difetto: non sparavano a lui. Gli iracheni invece sì e questo aveva reso la caccia al soldato di Saddam infinitamente più «soddisfacente ed eccitante», dice”

Al sergente Johnson diventare ufficiale non interessava:

“Gli ufficiali danno ordini, guidano plotoni, compagnie, reggimenti. Io volevo essere in prima linea, a combattere, a guardare in faccia chi voleva uccidere me, prima di ucciderlo”.

Zucconi ripercorre la carriera del sergente:

“E poiché sparare proiettili all’uranio impoverito da un cannoncino a tiro rapido dalla torretta non è proprio il massimo del combattimento da Frontiera, il sergente Johnson decise di abbandonare il 7mo Cavalleria. Lasciò il reggimento che era stato del colonnello Custer nel disastro di Little Big Horn contro Sioux e Cheyenne, smontando dai cavalli e salendo su mezzi corazzati ed elicotteri a tutte le guerre americane, per trasformarsi in tiratore scelto”.

Su un libretto Jonhson annotava il numero dei morti, 2746 le sue vittime:

Dillard Jonhson, il sergente Usa che ha ucciso 2746 nemici

Dillard Jonhson, il sergente Usa che ha ucciso 2746 nemici

“Uno per uno, contando le teste, quando non restava altro nei veicoli nemici carbonizzati, i fucili abbandonati, poi i nemici colpiti senza che neppure potessero immaginare di essere bersagli a centinaia di metri di distanza, Johnson annotava tutto. Su un libretto, e sempre con una matita, molto più affidabile di biro o penne, annotava i suoi successi. Li riportava ai superiori come un diligente compito a casa, per il “body count”, il conteggio dei corpi che il Pentagono diceva di non fare più dai tempi del Vietnam, ma che continuava a fare”.

Ora Johnson ha 48 anni, vive della pensione militare e lavora come consulente di una società che produce munizioni. Il sergente Jonhson ha il linfoma di Hodkings, che consuma corpo e risorse finanziarie, e quattro figli ancor piccoli da mantenere. E ancora medaglie al valore in un cassetto, un proiettile nella gamba e una casa in Florida. Ora Johnson, che non vuole definire il suo un “record” di nemici uccisi, spiega che ha scritto il libro per avere abbastanza soldi per la chemio e per mantenere la sua famiglia:

“Non me ne vanto, non ne sono orgoglioso, non me ne importa molto. Ricordo con molta più gioia il primo cervo che abbattei nel Kentucky andando a caccia con mio papà che era tanto orgoglioso di me”.

Nel libro il sergente ricorda le missioni in Iraq:

“Ci trovammo improvvisamente avvolti in un tornado di sabbia che ci accecò e che ci impediva di vedere anche gli altri mezzi corazzati che pure stavano a tre o quattro metri da noi. Vedevamo soltanto attraverso la radio e la voce del capitano che era in contatto con i ricognitori JSTAR in volo e ci riportava notizie terrificanti. C’era un ponte sull’Eufrate, davanti a noi, da qualche parte e il capitano ci avvertiva che una colonna di forse mille, dico mille camion per il trasporto truppe venivano nella nostra direzione. Voleva dire alme-no ventimila uomini e poi carri armati, trasporti blindati, pezzi semoventi. Da un’apertura improvvisa nel buio della tormenta di sabbia credetti di vedere la sagoma di un autocarro iracheno e feci fuoco con il cannoncino rapido, tre colpi, tuf, tuf, tuf, pregando che non fosse uno dei nostri, perché tanti di noi erano già stati centrati dal fuoco amico”.

Questo il suo primo “kill”, il primo bersaglio centrato. Ma ora il sergente Johnson non ha più voglia di combattere: passa il tempo tra una chemioterapia e l’altra facendo surf nell’oceano insieme ai figli. E una cosa il sergente Johnson l’ha imparata:

“La guerra non è quella illustrata nei fumetti”.