Gennaro Malgieri racconta l’allegro naufragio dell’Italia dopo Berlusconi

di Redazione Blitz
Pubblicato il 21 Maggio 2014 12:46 | Ultimo aggiornamento: 21 Maggio 2014 12:48
malgieri

Il libro di Gennaro Malgieri

ROMA – Gennaro Malgieri nel suo nuovo libro, “L’allegro naufragio”, tratta della scomposizione del centrodestra e la crisi del bipolarismo (Minerva edizioni). Malgieri “firma” di Blitzquotidiano, passa in rassegna la catastrofe di un’ambizione politica infrantasi sulle scogliere velleitarie del partito unico berlusconiano.

Nato da una irresponsabile “fusione a freddo” il Pdl si è liquefatto davanti alla esigenza di darsi una struttura politico-culturale che avrebbe dovuto giustificarlo e sostenerlo. Il suo fallimento – al quale hanno concorso la scissione finiana, le vicende personali di Berlusconi, la crisi economica che il governo di centrodestra non è stato in grado di fronteggiare – e la connessa crisi del bipolarismo (una sinistra sempre più evanescente che si è progressivamente rottamata) vengono analizzati, con realistica crudezza da Malgieri che in questa sorta di “diario” ravvisa i limiti dell’operazione bipolare improvvisata ed interpretata da ambo le parti in maniera gladiatoria.

Ma è soprattutto sulla fine del berlusconismo che s’incentra la riflessione dell’autore, la quale, tra gli effetti collaterali prodotti ha favorito la distruzione della destra politica che era uno dei pilastri della coalizione. Della tragedia politica, come la definisce Malgieri, “allegramente” allestita e perseguita dagli oligarchi del Pdl, nessuno si assume ancora la responsabilità. Ed è per questo che il centrodestra scomposto difficilmente tornerà ad essere un soggetto unitario.

Qui di seguito pubblichiamo l’”Epilogo” del saggio.

La storia del quinquennio 2008-2013 si conclude con molti punti interrogativi circa il destino dell’elettorato di centrodestra. Anche questo fa parte dell’anomalia italiana. Mentre è chiaro che Berlusconi, per quanto appaia politicamente vitale, è in realtà finito (tutti i sondaggi danno il suo partito intorno al 20%). Non è affatto chiaro chi erediterà il consenso che, sia pure in varie forme e combinazioni, la coalizione da lui guidata ha ottenuto per vent’anni. Ancora più avvolto nel mistero è su chi si riverserà l’elettorato che politicamente si è riconosciuto nel composito aggregato berlusconiano. Non avendo assicurato una linea di continuità al mondo politico che ha impersonato, l’esito finale, evidente ed incontrovertibile, dell’esperienza messa in piedi da Berlusconi è un centrodestra lacerato, privo di prospettiva e sostanzialmente votato ad una approssimativa sopravvivenza grazie alla nuova legge elettorale che ancora per un certo tempo ne garantirà la riconoscibilità nella forma di un solo partito: Forza Italia. Se questo è il lascito del berlusconismo, si può concludere che esso è stato un colossale fallimento. Non ha innovato l’Italia e non ha costruito un grande movimento conservatore di impronta europea capace di rappresentare tutto l’elettorato “non di sinistra”, come diceva Pinuccio Tatarella quando teorizzava la necessità di “andare oltre il Polo”.

In cinque anni nel Popolo della libertà, contrariamente a quanto si immaginava, si è dissolto un progetto che era nato per fondere soggetti ed identità diverse secondo un progressivo amalgama di sensibilità politiche le quali, su una piattaforma valoriale ben definita, avrebbero dovuto dare vita a quel “partito unico” speranza di tanti che lo immaginavano come punto d’arrivo di un centrodestra organico e, dunque, non soltanto espressione di un’alleanza elettorale, ma vivo soggetto in grado di contendere alla sinistra più che il governo del Paese, un ambizioso progetto di modernizzazione, restando fedele ai principi ispiratori di una politica intessuta nella tradizione nazionale e perciò fortemente sentita dall’Italia profonda che si è riconosciuta in uno schieramento composto da forze diverse eppure convergenti tra il 1994 ed il 2008. Mi permisi di dire, nel corso del Convegno di Todi, organizzato dalla Fondazione Liberal di Ferdinando Adornato, nel gennaio del 2005, che, dopo circa dieci anni di alleanza (non senza frizioni, abbandoni e ricomposizioni) non vi era altra prospettiva per la Casa delle libertà se non quella di pensarsi come un soggetto “intrinsecamente, sostanzialmente, legittimamente unitario”, perché così la coalizione di centrodestra veniva percepita dall’opinione pubblica. Pertanto lo sbocco verso il partito unico non poteva che considerarsi inevitabile. Due anni dopo, con il “discorso del predellino”, sembrò concretizzarsi tale auspicio. Ma fu un abbaglio. Come la vicenda del Pdl ha dimostrato, delle premesse teoriche e delle aspettative politiche coltivate nella stagione segnata dalla lunga traversata del deserto (1996-2001) ed in quella successiva quando Berlusconi fu nuovamente al governo (2001-2006) nulla è rimasto. Ed i frutti si sono visti.

La fine traumatica nel novembre 2011 dell’ultimo governo guidato dal Cavaliere, preceduta dalla scissione finiana e dalla crisi interna al centrodestra, va ascritta al naufragio, affrontato in maniera piuttosto allegra, che si intravedeva paradossalmente subito dopo la vittoria elettorale del 2008. Quel successo, straordinario nelle proporzioni, mentre consolidava la leadership di Berlusconi mostrava nello stesso tempo la fragilità di una coalizione nella quale non si precisava una linea politica davvero unitaria e condivisa. Per di più il distacco dalla base popolare andava facendosi sempre più evidente, mentre l’oligarchismo diventava debordante. Si Epilogo 303 assisteva – e nei gruppi parlamentari lo si percepiva con crescente disagio – ad una regressione formale e sostanziale nei rapporti tra la classe dirigente ed il resto del partito. Oltre a tutto ciò, di giorno in giorno si ampliava la tendenza al “personalismo”, che conviveva all’ombra dell’ossequio formale al capo e promuoveva distinzioni correntizie che avrebbero allontanato il completamento del progetto unitario. Le vicende private di Berlusconi, esplose nel 2009, unitamente all’incapacità da parte del governo di procedere nella realizzazione di una politica economica all’altezza della crisi che si manifestava (e veniva per di più negata al suo inizio) portarono il Pdl sull’orlo dell’abisso. Il pericolo di una repentina dissoluzione del partito e del governo venne relegato, da chi avrebbe dovuto prenderne contezza, nell’ambito di un disfattismo pessimista che non meritava eccessivi riguardi. E ciò, con colpevole leggerezza, sia dopo il tentativo di Fini di far cadere in Parlamento l’esecutivo che dopo le disastrose elezioni amministrative della primavera 2011. La speranza della ripartenza, messa nelle mani di Angelino Alfano il 1° luglio del 2011, quando fu acclamato segretario del partito dal Consiglio nazionale su proposta di Berlusconi (carica peraltro non prevista dallo Statuto), si rivelò come una sorta di specchietto per le allodole. L’allora ministro Guardasigilli nulla poté fare, a dispetto delle sue pur generose intenzioni, rispetto al potere del leader il quale non mancò di delegittimarlo, poco tempo dopo, asserendo che non aveva il “quid” per guidare il Pdl.

Con questa “credenziale” il segretario, peraltro stretto nella morsa dei coordinatori del partito, se anche avesse voluto cosa avrebbe mai potuto fare per risollevare il partito e sottrarlo ai venti che lo stavano trascinando alla deriva, nella più totale inerzia di una classe politica che cominciò a gingillarsi con assestamenti, congressi provinciali pilotati da Roma, nomine di coordinatori regionali calati dall’alto, primarie la cui cancellazione suscitò spaccature mai più ricomposte alla vigilia del voto anticipato? 304 L’allegro naufragio Insomma, ho avuto – ma non soltanto io – l’impressione che l’allegro naufragio si sia prodotto con superficialità, senza particolari drammi, nella sostanziale indifferenza del “popolo della libertà” tenuto ai margini delle vicende politiche che lo riguardavano. Gli effetti non si sono fatti attendere. Alle elezioni di febbraio che nessun partito ha vinto, come si sa, il Pdl ha lasciato per strada un patrimonio elettorale considerevole che tuttavia non è finito alla sinistra, né all’irrilevante centro montian-casiniano, ma è rimasto nel limbo, in attesa. Berlusconi ha avuto, nonostante tutto – e grazie ad una campagna elettorale personalmente condotta con la solita efficacia – buon gioco rispetto ad un Partito democratico che ha gettato via il biglietto della lotteria, a causa anche dell’irruzione del Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo sulla scena politica che non gli ha consentito nessun tipo di accordo, e ha svolto egregiamente le funzioni di guastatore fin dal primo giorno che i suoi eletti hanno messo piede in Parlamento. È ritornato in pista il Cavaliere, dunque, sull’onda di un disastro non arginabile se non con la ripetizione delle elezioni, dall’esito tuttavia incerto, che avrebbe innescato una sorta di “sindrome di Weimar”. Quasi pregato dai suoi avversari, che pure erano stati spiazzati dalla sua immediata offerta di un patto di non belligeranza, ha assecondato le larghe intese, ha fatto rieleggere Napolitano capo dello Stato, ha lanciato la “pacificazione”, ma poi è stato condannato in via definitiva e addirittura dichiarato decaduto da senatore. Si è permesso di far cadere il governo che pure aveva fortemente voluto, perdendo per strada la componente “ministerialista” del partito, capeggiata da Alfano, Quagliariello, Cicchitto, Schifani, che si era concessa di tenere politicamente distinta la posizione personale-giudiziaria di Berlusconi dall’impegno preso di varare riforme indispensabili per il Paese e che è rimasta a sostenere il governo Letta.

Ancora una volta Berlusconi e la sua rinata Forza Italia, avversaria degli scissionisti del Nuovo centrodestra, implaEpilogo 305 cabilmente combattuti nonostante i formali richiami ad una sorta di bon ton politico suggerito dalla indiscutibile “vicinanza” di origini e opportunità con loro, sembrava irrimediabilmente fuori dalla politica. Ma la sua abilità di grande manovratore (altro che i “professionisti” da lui ferocemente messi alla berlina nel corso di vent’anni!) gli ha fatto cogliere un’occasione insperata: la vittoria di Matteo Renzi alla segreteria del Pd. Non essendo il giovane sindaco di Firenze un post-comunista trinariciuto né un cattocomunista frustrato, ma uno spregiudicato e pragmatico uomo politico, almeno quanto lo è Berlusconi, i due si sono incontrati sull’unico terreno possibile: la riforma elettorale per garantirsi a vicenda, rilanciando così un bizzarro bipolarismo che di fatto stabilizza il tripolarismo (Grillo) e manda a casa tutti gli altri. Berlusconi è tornato al centro della scena in maniera anche simbolicamente sontuosa facendo ingresso – una “profanazione” per i soliti sagrestani della decotta democrazia oligarchica – nella sede del Pd al Largo del Nazareno, dalla quale ne è uscito con un patto in tasca siglato da Renzi sulla legge elettorale ed un bel pacchetto di riforme. Questo vuol dire che il centrodestra è rinato? Ecco, se qualcuno lo pensasse sbaglierebbe di grosso. Berlusconi sta giocando l’ennesima partita della sua vita. Ma nessuno sa come andrà a finire, anche perché le sue vicende giudiziarie sono tutt’altro che concluse.

È probabile che Forza Italia nel breve periodo risalirà elettoralmente dal momento che i suoi voti non si sono volatilizzati completamente. Ma ciò non vuol dire che quel centrodestra che avrebbe dovuto concretizzarsi in un unico soggetto sia nuovamente alle viste. L’Italicum, come è stata definita la nuova normativa elettorale, imporrà la formazione di una coalizione che però al suo interno favorirà un’aspra competizione tra i partiti per superare la soglia di sbarramento e, si può star certi, saranno più quelli che rimarranno fuori che quanti entreranno in Parlamento. 306 L’allegro naufragio L’inevitabile allargamento delle “frontiere”, occasionale e strumentale, riporterà Casini e molti di coloro che corsero con Monti sotto lo stesso tetto insieme con Alfano ed il suo Nuovo Centrodestra, giusto quanto si è affrettato a dichiarare, alla fine dello scorso gennaio, il leader dell’Udc ridotto all’ombra del partito che era per aver assecondato il disegno di Monti ed immaginato che in un’Italia bipolare o tripolare potesse esservi ancora spazio per un polo che programmaticamente si prefiggeva di non scegliere; o meglio: di scegliere secondo le proprie convenienze. È probabile che tutti insieme appassionatamente, Casini ed Alfano, supereranno il 4,5%, ma i loro candidati dovranno essere eletti in liste separate da quella maggiore (Forza Italia) per assicurarsi i seggi alla Camera (sempre che nel frattempo il Senato venga abrogato, come da accordi del Nazareno), il che è abbastanza difficile considerando l’esiguo numero di deputati (da quattro a sei in media) previsti nei piccoli collegi. Ma se anche tutti si ritrovassero uniti nello sfidare Renzi, che praticamente non ha concorrenza a sinistra (Sel di Vendola è ai minimi termini), tornerebbe d’attualità quel progetto richiamato di “Oltre il Polo” e che oggi dovrebbe essere “Oltre Forza Italia” (posto che il Pdl ha chiuso i battenti)? Credo proprio di no. Una federazione di partiti è sempre possibile, beninteso, ma devono cambiare i personaggi, gli interpreti e soprattutto i progetti vanno aggiornati. È tempo che altre idee entrino in campo e siano il lievito di una politica nuova.

Nel suo discorso di insediamento, nel luglio 2011, davanti al Consiglio nazionale del Pdl, Alfano disse che nella prospettiva del Partito popolare europeo «dobbiamo lavorare ad una grande costituente popolare con chi è disponibile ad avviarsi su questa strada e su questo progetto». E aggiunse: «È un progetto costitutivo serio, che non cerca i voti in Parlamento oggi e domani, di una grande area che aggreghi la maggioranza degli italiani moderati e che tenga insieme nel nostro Paese tutti quelli che ci hanno creduto. Bisognerà riprendere a ragionare sui nostri valori fondanti». Epilogo 307 Vaste programme, avrebbe detto il generale Charles De Gaulle… Non so se questa aspirazione sia tuttora valida e soprattutto praticabile, non soltanto per chi la formulò all’epoca in cui sembrava che una rinascita fosse a portata di mano. È di tutta evidenza che la prospettiva della “Costituente” per un nuovo centrodestra non può essere abbandonata in vista della costruzione di un nuovo bipolarismo che batta il tripolarismo sul terreno della politica e ridia agli italiani la possibilità di credere in una rinascita. Ma realisticamente bisogna tener conto della disastrata situazione, degli effetti che produrrà la nuova legge elettorale e soprattutto della mancanza di una leadership capace di federare forze nuove, sulla base di una proposta convincente che contenga tutti i motivi che portino a pensare ad un “partito globale” la cui propensione ad affrontare i grandi temi sia prevalente di fronte alla piccola politica che ha impedito al centrodestra (ma specularmente anche al centrosinistra) di produrre una visione dell’avvenire per come l’epoca esige. C’è qualcuno in grado di lavorare su questo piano e riconoscere che gli “anni decisivi” che noi viviamo esigono un ardimento intellettuale che produca una “rivoluzione dolce”, nel campo sociale ed economico indubbiamente ma cominciando ad arare quello culturale, nel quale si sono prodotti gli sconquassi più fragorosi mettendo a repentaglio i valori vitali su cui si fondano le comunità ordinate? È questo l’interrogativo a cui si rimane appesi dopo aver vissuto all’interno di un’illusione. E fino a quando non si troverà la risposta, il centrodestra o quel che potrebbe essere il “partito della nazione” rimarrà un sogno. Niente di più.