Marco Travaglio cita. Chi fu Curzio Malaparte? E il libro su Caporetto?

Pubblicato il 1 Maggio 2015 12:35 | Ultimo aggiornamento: 1 Maggio 2015 12:35
Marco Travaglio cita. Chi fu Curzio Malaparte? E il libro su Caporetto?

Curzio Malaparte. Ha ispirato il confronto fato da Marco Travaglio fra la rotta di Caporetto e la debacle della sinistra Pd

ROMA – Marco Travaglio ha citato Curzio Malaparte nel suo editoriale sul Fatto del primo maggio intitolato “La posizione del missionario“. Chi fu Curzio Malaparte? Da che libro Marco Travaglio ha preso la citazione?

Curzio Malaparte, informa la enciclopedia Treccani, è lo

“pseudonimo del giornalista e scrittore italiano Curzio Suckert (Prato 1898 – Roma 1957, madre italiana e padre tedesco). Personalità poliedrica, indipendente e controversa, passò dall’adesione al fascismo, all’antifascismo (che gli procurò nel 1933 il confino), al filocomunismo. Scrisse acuti testi politico-letterari, tra cui Italia barbara (1925), e romanzi quali Kaputt (1944) e La pelle (1950), crude testimonianze sulle atrocità della guerra”.

Per quei tanti che oggi non sanno chi sia stato Curzio Malaparte e cosa abbia scritto, resta però un monumento in pietra e cemento, dipinto di rocco cupo, su uno sperone dell’isola di Capri, la villa, “Villa Malaparte” che nel 1936 fece costruire, su progetto dell’architetto Adalberto Libera, arroccata su una scogliera a strapiombo sul mare.

“Durante la prima guerra mondiale si arruolò nella legione garibaldina delle Argonne; quindi combatté, come semplice soldato, sul fronte italiano e come ufficiale di nuovo in Francia, dove fu decorato al valore”.

Interventista e volontario nella Grande Guerra, aggiunge Wikipedia,

“ammiratore di Mussolini e “fascista della prima ora”, partecipò alla marcia su Roma e fu attivo nelle posizioni di fascismo di sinistra intransigente, sostenendo la cosiddetta rivoluzione fascista; allontanatosi gradualmente dal regime (venne anche mandato nel 1933 al confino a Lipari, da cui uscì grazie all’amicizia con Galeazzo Ciano, genero del Duce), dopo l’8 settembre 1943 si arruolò nell’Esercito Cobelligerante Italiano del Regno d’Italia e collaborò con gli Alleati (cui pure non risparmiò pesanti critiche) nel Counter Intelligence Corps nella lotta contro i nazisti e i fascisti della RSI, aderendo poi idealmente alla nuova democrazia italiana.

Sempre grande bastian contrario, informa Wikipedia,

“in disaccordo con le leggi razziali fasciste del 1938, assunse nella redazione della sua rivista Prospettive Alberto Moravia, di origini ebraiche”.

Nel secondo dopoguerra si avvicinò al Partito Comunista Italiano, stringendo amicizia con Palmiro Togliatti, sebbene molti dubitassero della effettiva sua adesione, o avvicinamento, al PCI (e contemporaneamente al Partito Repubblicano Italiano, a cui già aderiva da giovanissimo)”.

Ancora la Treccani:

“Fondò alcuni periodici politico-letterarî (La conquista dello Stato, 1924; Prospettive, 1939); fu condirettore della Fiera, poi Italia letteraria (1928-33), direttore della Stampa di Torino (1929-31), collaboratore del Corriere della sera, anche con lo pseudonimo di “Candido”, e corrispondente, durante la seconda guerra mondiale, dai vari fronti. Dal 1953 in poi redasse, per il settimanale Tempo, la rubrica Battibecco. Viaggiò ripetutamente per l’Europa, con lunghi soggiorni a Parigi; fu anche nell’America Meridionale, e da ultimo in Cina”.

Per un periodo, fra il 1935 e il 1936, Curzio Malaparte fu legato da una relazione amorosa con la vedova di Edoardo Agnelli, Virginia Bourbon del Monte, ma il senatore Giovanni Agnelli (il mitico fondatore della FIAT), minacciando la nuora di toglierle la potestà sui figli, riuscì a impedire un possibile matrimonio, organizzato per il 1936.

Il libro citato da Marco Travaglio è “La rivolta dei santi maledetti“, dedicato alla rotta di Caporetto,  pubblicato per la prima volta nel 1921 con il titolo Viva Caporetto! e sequestrato dalla censura, quindi ripubblicato nel 1923 come La rivolta dei santi maledetti e nuovamente sequestrato; pubblicato  infine 1980, a cura dello storico Mario Isnenghi.

Il libro, informa Wikipedia, è

“un saggio-romanzo sulla guerra, che vedeva nella Roma corrotta il principale nemico da combattere. Terminata la stesura dell’opera, nel 1919 cominciò l’attività giornalistica. La sua opera prima, dopo essere stata respinta da molti editori (tra i quali anche l’amico Giuseppe Prezzolini), venne dapprima pubblicata a spese dell’autore a Prato nel 1921 e subito sequestrata per “vilipendio delle forze armate”, a causa del provocatorio titolo che inneggiava alla disfatta di Caporetto, e ripubblicata poi con il nuovo titolo La rivolta dei santi maledetti lo stesso anno.

“Nella rotta di Caporetto, Malaparte non vede la vigliaccheria dei soldati, ma l’incompetenza degli ufficiali superiori e la ribellione della truppa a una guerra mal condotta, che fino a quel momento era costata la vita di 350.000 italiani. Caporetto è quindi, secondo Malaparte, da considerare come l’inizio di una rivoluzione italiana, simile a quella russa, che però si spense immediatamente a causa della mancanza di capi che la sapessero dirigere. Nel libro, Malaparte sostenne che la vecchia classe dirigente andasse rimpiazzata dalle giovani generazioni della borghesia, «quei buoni ufficiali delle trincee e dei reticolati, i francescani, i “pastori del popolo”», che dopo la guerra aderiranno in gran parte al fascismo, come  farà lo stesso Malaparte”.

 

Marco Travaglio introduce così la sua citazione:

“Le tragedie della storia tendono a ripetersi, ma in forma di farsa, la miglior descrizione del miserando squagliarsi della cosiddetta “opposizione interna”al Pd è di Curzio Malaparte sulla rotta di Caporetto:

“Fuggivano gli imboscati, i comandi, le clientele, fuggivano gli adoratori dell’eroismo altrui, i fabbricanti di belle parole, i decorati della zona temperata, i cantinieri, i giornalisti, fuggivano i napoleoni degli Stati Maggiori, gli organizzatori delle difese arretrate, i monopolizzatori dell’eroismo degli angoli morti e delle retrovie, decisi a tutto fuorché al sacrificio, fuggivano gli ammiratori del fante, i dispensatori di oleografie e di cartoline illustrate, gli snob della guerra, gli ‘imbottitori di crani’, gli avvocati e i letterati dei comandi, i preti del Quartier Generale e gli ufficiali d’ordinanza, fuggivano i ‘roditori’ della guerra, i fornitori di carne andata a male e di paglia putrefatta, i buoni borghesi quarantotteschi che non volevano dare asilo al fante perché portava in casa pidocchi e cenci da lavare e parlavano del Re come del ‘primo soldato d’Italia ’, fuggivano tutti in una miserabile confusione, in un intrico di paura, di carri, di meschinerie, di fagotti, di egoismi, e di suppellettili, fuggivano tutti imprecando ai vigliacchi e ai traditori che non volevano più combattere farsi ammazzare per loro”.