Vittorio Zucconi, sotto “Il lato fresco del cuscino” memorie intime e storia del xx secolo

di Marco Benedetto
Pubblicato il 13 settembre 2018 2:15 | Ultimo aggiornamento: 13 settembre 2018 9:06
Vittorio Zucconi, sotto "Il lato fresco del cuscino" memorie intime e storia del xx secolo

Vittorio Zucconi, sotto “Il lato fresco del cuscino” memorie intime e storia del xx secolo

Vittorio Zucconi ha scritto un nuovo libro, delizioso, semplice semplice eppure di quelli che ti scavano dentro. Lo ha intitolato “Il lato fresco del cuscino. Alla ricerca delle cose perdute”. Più che Proust, il suo modello è Chateaubriand. In ogni caso Zucconi non ci affligge on la pompa dei francesi ma, con quel sano buonsenso con cui la terra emiliana ha metabolizzato nei secoli i peggiori innesti razziali, ci accompagna in una galleria intima di ricordi che sono un po’ la sua storia un po’ la storia del ventesimo secolo e un pezzo.

Non sono un gran lettore di libri contemporanei, penso ce ne siano troppi ma ho letto questo di Zucconi, più per amicizia che per interesse. E sono stato premiato. Dieci pagine al giorno, la lettura di “Il lato fresco del cuscino” ha scandito la mia estate. Seguendo il suggerimento del titolo, cercando, nei tormenti dell’insonnia, il lato fresco del mio cuscino, ho alleviato il tormento delle mie notti a 30 gradi.

Me lo ha spiegato lo stesso Zucconi, al quale ho chiesto spiegazione del titolo: è, mi ha risposto per e-mail,

“la ricerca del momento di sollievo nella calura estiva, quando giri e rigiri il cuscino accaldato”.

Lui in realtà va un po’ oltre:

“Ogni momento della vita ha sempre un lato fresco, almeno momentaneamente.”

Sotto l’apparenza minimalista, il tono un po’ da understatement, l’autoironia che non deve mai essere presa sul serio degli emiliani, ci sono riflessioni profonde, quelle che ti occupano la mente con il passare degli anni, le domande sul senso della vita, sulle ragioni e le motivazioni della nostra vita. Ci sono soprattutto pagine di alta letteratura, di giornalismo alla Zola, con quella leggerezza che è permessa solo ai grandi scrittori. Provate a leggere Dumas o Zola e poi ditemi cosa hanno in comune, tanto per dire, con un Saviano. Altri e altre, amici, ex amici, mai amici, che non nomino per rispetto umano, sono mutazioni o progenitore di Saviano. Non sono mai riuscito a andare oltre la quinta parola. Fosse vivo Lamberto Sechi, non ne prenderebbe uno nel suo Panorama. Così farebbero anche, come Sechi, Montanelli, Ronchey, Levi, Fattori, Ottonee, Giulio De Benedetti, il più grande di tutti, maestri la cui ombra, unita a quella paterna. tormenta ancora oggi Zucconi e per quel che vale tanti altri di noi della sua generazione. Scalfari non saprei dire, in fondo lo stile panna montata è un po’ figlio di Repubblica, anche se poi lui, Scalfari, è giornalismo puro, senza letteratura, senza fronzoli, chiaro e preciso come Dumas, nei momenti alti un po’ Bossuet, ma sempre comprensibile, quasi didascalico, soggetto predicato complemento oggetto.

Zucconi invece è di quella lega là, la lega dei grandi. Vi propongo due esempi. Il capitolo 11, La teiera di Hiroshima, il racconto della donna sopravvissuta alla bomba atomica, struggente fino alle lacrime eppure condotto con una delicatezza minimalista quasi giapponese; il capitolo 10 che si intitola La mostarda ma che potremmo più propriamente intitolare “Apologia dello spaghetto”. L’ho fatto leggere a un mio amico, ne è rimasto tanto colpito che, per la prima volta nella sua ormai lunga vita, ha cucinato una, dice lui, splendida pasta al burro con tre formaggini Mio sopra. Non ha saputo resistere alla tentazione.

L’assunto, non vero, è quello di uno zibaldone di ricordi, buttati giù così, un po’ alla rinfusa, senza un filo conduttore, né logico né cronologico. In realtà lo schema temporale è, in una dimensione più di casa, più intima e accattivante, lo schema delle Memorie di Cateaubriand, dove momenti recenti e remoti si alternano secondo una logica tutta interna all’autore, il cui effetto però è di non perdere mai la tua attenzione. di non annoiarti, di volere andare avanti fino alla fine.

La motivazione apparente dell’autore è quella di spolverare da vecchi taccuini ricordi intimi (il rapporto con la famiglia e con il padre, Guglielmo Zucconi, giornalista anche lui e poi deputato; nella competizione che è una delle molle della vita e della nostra crescita, quella col padre e con la sua memoria, in casa Zucconi vince in figlio per la semplice ragione che il padre fu un grande direttore e lui è un grande scrittore, e la memoria dei direttori evapora con la polvere materiale o virtuale che si deposita sulle collezioni e gli archivi digitali, lo scrittore avrà sempre qualcuno che ne riscopre una pagina, magari per caso, in una biblioteca, in una antologia o su una bancarella) o ricordi professionali: le campagne elettorali americane, la guerra del Golfo e Desert storm, la vita a Mosca negli anni ’70.

L’effetto di tutto ciò è quasi magico, come se tu entrassi in un frullatore e ne esci con una overdose di pensieri, idee, sensazioni e nozioni. Ricordi di scuola e pezzi di storia del mondo, in particolare quel pezzo di storia del mondo che ha costituito il motivo conduttore della politica mondiale per tutto il ‘900 e oltre, il comunismo. Zucconi ha girato come e più di molti per l’Unione Sovietica e l’Europa orientale, ha anche conosciuto a Cuba la versione caraibica del comunismo. Ha toccato con mano come pochi quello che sarebbe potuto toccare anche a noi se la via italiana al socialismo non ci fosse stata risparmiata dagli accordi di Yalta. Eppure nel libro, dove è ben percepibile il sudore freddo per la tragedia scampata, c’è un senso di rispetto e di simpatia umana per la gente finita sotto quei regimi, anche un non manicheo riconoscimento dei valori positivi che sono insiti nel socialismo. Purtroppo l’utopia si è come sbriciolata nella mancanza di libertà e di mercato.

Per capire dal racconto vivo della esperienza diretta di Zucconi quello che nelle righe sopra ho provato a sintetizzare in formule un po’ rigide e banali, leggete il capitolo 5, L’isola portatile, su Cuba; e il capitolo 4, Betamosca, su come l’avvento (clandestino) dei lettori di video cassette ha diffuso, sotto la pelle dei cittadini sovietici, il verbo della civiltà capitalista, il cui trionfo finale si è visto nella estate del 2018, con la cerimonia inaugurale dei Campionati mondiali di calcio a Mosca.

L’impatto dei Vcr sulla vita dell’Unione Sovietica non è invenzione di giornalista o scrittore dotato di fantasia. Se non credete a Zucconi, che in quegli anni a Mosca c’era mentre voi, se eravate già nati, uno su tre sognavate di farci vivere come oggi vorrebbero Beppe Grillo, Di Maio e la loro decrescita felice, dovete credere a David Hoffman, americano, che nel suo libro “The Oligarchs” descrive la fine dell’economia sovietica, il passaggio dei beni statali alle mani di pochi oligarchi e (pag.15) conferma pari pari il racconto di questo libro.

Vittorio Zucconi ha realizzato il sogno di ogni giovane entrato nel mestiere di giornalista, almeno fino ai tempi in cui uno spostamento di sede di un chilometro li ha fatti scioperare contro il disturbo alla routine burocratica di una generazione dove i diritti dominano, i doveri sono un optional. Zucconi è stato il primo giornalista italiano di grande quotidiano invito come corrispondente a Tokyo (idea di Giorgio Fattori che dirigeva all’epoca la Stampa, il Giappone piegato in guerra dalla atomica faceva tremare l’industria mondiale e in particolare la Fiat; io avrei voluto Pechino. Ebbe ragione Fattori, nel contesto; in prospettiva avevo ragione io). E’ stato corrispondente da Bruxelles quando l’Europa era ancora in formazione, da Mosca quando sembrava un romanzo di Le Carré, da Washington, come racconta lui stesso, per la durata di sei presidenti, un trentennio. La sua firma è apparsa in prima pagina sui tre principali quotidiani d’Italia, in ordine temporale La Stampa, il Corriere della Sera, La Repubblica.

Ha visto guerre (certo non embedded, ma nemmeno proprio dalla piscina di un rande albergo nelle retrovie), ha coperto catastrofi e campionati mondiali, ha intervistato personaggi fra i più grandi del pianeta, non domande e risposte scritte ma botta e risposta con quella faccia tosta modenese che lui nel libro spaccia per timidezza. Devo dire che sono morto d’invidia quando, una sera a un grande pranzo a New York di cui Repubblica era co-sponsor, gli passò vicino Michael Douglas, lo riconobbe, attaccò discorso, lo salutò amichevolmente.

L’autore fa finta di niente, scrive con quella semplicità di cui solo i grandi sono capaci. In fondo ti vuol dare l’impressione di essere ancora un pre praticante in prova (categoria fittizia inventata davvero al Mattino di Napoli di oltre mezzo secolo fa).

Verso la fine del libro, però, non ce la fa più con la modestia. Essendo nato il 16 agosto del 1944 è del segno del Leone. Per chi capisce un po’ di zodiaco non c’è altro da aggiungere. Così Zucconi butta là di striscio un paio di accenni alla sua popolarità, di gente che lo ha riconosciuto da una foto, dalla voce. Se non bastassero i 633 mila che lo seguono su Twitter, cioè lui da solo fa un quarto del totale di tutti i follower dell’intero giornale, posso dare un paio di testimonianze personali.

Vorrei qui precisare, in previsione delle righe che seguiranno, righe che Pindaro non avrebbe saputo scrivere così intrise nel latte e nel miele, che non tutto in Zucconi è sublime perfezione umana e professionale. Conoscendolo e avendolo frequentato fin dal 1974, non tutte le note che la mia memoria conserva rispondono all’idillio che sto scrivendo. Ma qui non sto tentando una biografia non autorizzata di un grande giornalista. Sto provando a recensire un libro, mestiere cui sono abbastanza nuovo. Libro cui, sottolineo, devo alcune delle ore più gradevoli della mia estate. Libro che, sottolineo, anche se lo leggete in velocità e con un po’ di distrazione, nonostante qualche piccola svista stilistica e qualche refuso (Zucconi canta la memoria degli stenografi; anche i correttori, spesso più ligi alla lingua italiana di molti giornalisti, meriterebbero un epitaffio, nella prossima ristampa) alla fine vi lascia un segno dentro. Profondo.

Torno ai miei ricordi. Una sera, dopo cena, facevamo due passi in centro a Milano. Ci fermiamo davanti alla vetrina di un negozio che ora non c’è più, che esponeva i più bei coltelli di ceramica e di acciaio che potevi trovare al mondo, oltre a rasoi e pennelli da barba di qualità super. Parlavamo, dando le spalle alla strada. Passano due giovanotti, abbastanza ben vestiti (ancora una dozzina di anni fa gli uomini non avevano preso a abbigliarsi scaciato, che nemmeno i profughi dei barconi sono combinati così male, forse è la deriva populista). Uno dei due esclama: “Direttore, complimenti, che piacere incontrarla di persona, continui sempre così”. Lo avevano riconosciuto dalla voce, non lo avevano mai visto di persona, il suo presenzialismo televisivo  era all’epoca contenuto da un sano divieto aziendale. Avevano letto i suoi articoli su Repubblica, ma nel caso specifico erano fedeli ascoltatori dei suoi interventi, un po’ sicofantici a dire il vero, un po’ demagogici, non ne perdevano uno o quasi.

Altro ricordo della popolarità di Zucconi. Un giorno, andiamo a pranzo da Perilli in via Marmorata a Roma, dove fanno tra le migliori carbonare del mondo, Zucconi, Ezio Mauro direttore di Repubblica, io.

A un tavolo vicino si siede un gruppo di sindacalisti di Salerno, a Roma per una manifestazione a qualche ministero. Mentre parliamo, rapiti dai nostri discorsi di bottega, dalla tavolata dei sindacalisti se ne alza un paio. Il grido “Direttore!” sovrasta il rumore delle sedie spostate. Il volto di Mauro si illumina di un sorriso, ma quelli lo ignorano e si fiondano su Zucconi. Erano ascoltatori di Radio Capital, che Zucconi ha diretto per 20 anni dal bunker del basement di casa sua a Washington essendo la sua attività principale la scrittura per Repubblica. I progressi della tecnologia lo facevano sentire come fosse a Roma, la competenza, passione e umanità e quel tanto di ruffianeria che te lo faceva sentire come l’amico che esprime con parole appropriate le idee che non riuscivi a esporre con tanta chiarezza. Anche questo è grande giornalismo. Lo aveva messo a fuoco Balzac, quasi 2 secoli fa:

“Gli storici sono dei mentitori privilegiati, che mettono le loro penne al servizio delle credenze popolari, assolutamente come la maggior parte dei giornali non fa che esprimere le opinioni dei loro lettori.

Giustamente ora Zucconi lo hanno pensionato da direttore giornalistico di Radio Capital, non credo nemmeno per risparmiare, solo perché si deve cambiare qualcosa e le cose che funzionano si cambiano più facilmente, chissà perché, misteri del Cremlino. Lo hanno già fatto con Ezio Mauro, senza disporre di una alternativa coerente con l’anima di Repubblica, che è l’opposto di quella del Corriere. Il risultato è noto, la crisi, che già c’era, solo nei numeri, ha fatto metastasi nell’anima. Il cambiamento, comunque, che è cosa diversa dalla innovazione, è una regola dei grandi manager. A me ricorda più i futuristi. L’azione per l’azione. Il futurismo infatti è nato in Italia.

Un risultato questo libro comunque lo ha ottenuto. Mi ha dissuaso dall’andare oltre nell’arrovellamento se scrivere o non scrivere io una raccolta di mie memorie. Leggendo Zucconi, ho capito perché, dopo 10 anni di appunti e capitolati salvati su un Victorinox, ogni volta che riprendo in mano le mie bozze sono travolto da noia e insoddisfazione. Leggete “Il lato fresco de cuscino” e capirete perché.