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Quanto costa in Italia l’ora di religione? € 1,25 miliardi

di Antonio Buttazzo
Pubblicato il 21 Ottobre 2015 6:58 | Ultimo aggiornamento: 21 Aprile 2020 19:48
Quanto costa in Italia l'ora di religione? € 1,25 miliardi

18 febbraio 1984. Il segretario di Stato del Vaticano Agostino Casaroli e il primo ministro italiano Bettino Craxi si scambiano le penne dopo la firma del niovo Concordato

ROMA – 1,25 Miliardi di Euro. Questo è quanto costa all’anno l’insegnamento della religione (cattolica) all’ Italia , cifra che si ottiene moltiplicando il costo totale dell’istruzione scolastica per il rapporto tra insegnanti di religione cattolica (26.326) e totale degli insegnanti (931.756), dati riferiti al Bilancio 2010, anche se l’ammontare di tali retribuzioni è un dato difficilmente disponibile sui siti ministeriali come efficacemente rileva uno studio dell’UAAR (unione atei ed agnostici razionalisti)

In epoca di spending review non sembra una cifra di poco conto.

Alla assurdità di un costo che grava interamente sullo Stato e quindi su tutta la collettività, si aggiunge anche il potere di interdizione dato alla Curia di impedire l’accorpamento delle classi in cui a frequentare l’ora di religione sono solo pochi ragazzi.

Questa  possibilità è data dalla modifica concordataria del 1984, i cosiddetti accordi di Villa Madama tra Craxi e Casaroli che novarono i patti Lateranensi fascisti del ’29, se possibile, ancora più  aggravando il fardello clericale sulle spalle degli italiani, dato che l’insegnamento cattolico fu esteso anche alle scuole materne.

Di anno in anno,  nonostante i rinverditi fasti dovuti a quella icona pop che è diventato Papa Francesco, aumentano gli studenti di ogni ordine e grado che al catechismo impartito in classe preferiscono due passi ai giardinetti.

Se si escludono le regioni del Sud, dove per motivi storici l’influenza clericale è più forte, al Centro Nord non è raro trovare istituti scolastici  dove sono in due o tre a sentire le lezioni degli insegnanti di religione.

A Firenze,  al Liceo Michelangelo, la lezione si riduce ad uno sconfortante tète à tète tra il prof. e quell’unico alunno desideroso di saperne di più sul magistero Petrino.

Ma aldilà di questo dato, che riassume la crescente disaffezione  delle nuove generazioni ai pulpiti ed alle prediche ecclesiali, non è difficile scorgere dove si nascondono i disastrosi  effetti economici degli accordi Stato/Vaticano che ci trasciniamo, unici al mondo, oramai da quasi un secolo.

Infatti, nonostante gli insegnanti di religioni siano scelti e nominati dalla Curia e necessitino quindi del gradimento delle gerarchie cattoliche per impartire insegnamenti in conformità alla dottrina della Chiesa (vedi protocollo addizionale alla intesa), spesso in violazione dei principi di laicità dello Stato, qualora questi serbassero una condotta morale e pubblica in contrasto con gli insegnamenti della Chiesa, in concreto anche manifestassero solo qualche idea non in linea con la dottrina della Chiesa, ebbene, sulla base della Legge 186/2003, verrebbero assunti  direttamente dallo Stato poiché la legge ha permesso loro  l’entrata nei ruoli pubblici di insegnamento

Insomma,  nominati dalla Curia ed assunti dallo Stato senza neanche il fastidio di  un concorso pubblico.

L’ennesimo privilegio concesso alla Chiesa ed ai suoi ossequianti giovani (e meno giovani) professori che neanche sanno cosa significa la disoccupazione se ben introdotti nelle corti diocesane.

Quindi lo Stato paga, con i costi che abbiamo visto, gli stipendi (e tutti gli oneri contributivi) ai professori graditi alla Curia  e se li tiene retribuiti anche se la Curia non li gradisce più.

Inoltre, per evitare “discriminazioni”(sic!) impedisce anche che lo Stato risparmi accorpando classi di studenti desiderosi di apprendere la dottrina della Chiesa.

Sarà che cosi facendo aumenta e comunque, dato il trend, non diminuisce il numero necessario  di questi indispensabili prof. di religione?