Calcio italiano, perché fuori Italia anche la Juventus fa flop? Troppi stranieri, giocatori e allenatori

di Bruno Tucci
Pubblicato il 9 Agosto 2020 14:11 | Ultimo aggiornamento: 9 Agosto 2020 14:11
Calcio italiano, nella foto Andrea Pirloperché fuori Italia anche la Juventus fa flop? Troppi stranieri

Calcio italiano, perché fuori Italia anche la Juventus fa flop? Troppi stranieri, Nella foto Andrea Pirlo

Prima la Roma, poi la Juventus, infine il Napoli. Il calcio italiano fa cilecca in Europa.

Calcio, le grandi squadre italiane non riescono mai a tagliare il traguardo finale. Perché? Come mai una squadra che vince nove scudetti di seguito nel nostro Paese quando espatria si perde e si fa eliminare magari anche da un’avversaria che non ha la sua stessa fama? Le sconfitte pesano e chi ne fa subito le spese è Maurizio Sarri, il coach della Juventus che viene licenziato peggio di una cameriera.

In meno di 24 ore, la società che pur comprando Ronaldo non ha conquistato la vetta europea, lo spedisce a casa e mette al suo posto un giovane che non ha mai allenato una squadra. Stiamo parlando di Andrea Pirlo, un grande giocatore alla sua prima esperienza su una panchina. Andrea Agnelli, il presidente avrà ragione? Solo il tempo potrà rispondere a questo interrogativo.

Perché il calcio italiano all’estero fa flop?

Ritorniamo sui nostri passi e cerchiamo di capire perchè il nostro calcio non sfonda mai quando va all’estero. Le società si riempiono di campioni stranieri, vanno sul mercato estivo e comprano di tutto: dall’Africa alla Cina, dalla Slovenia al Giappone. Risultati? Zero. Il gioco che in Italia fa faville, si sgretola nel momento in cui si affaccia fuori dei confini. Una ragione ci sarà? Probabilmente, anzi sicuramente questo metodo è fallimentare. I presidenti che guidano il football in Italia debbono convincersi che così non si raggiugeranno mai quei traguardi che i tifosi sperano.

C’è troppa esterofilia. A cominciare dagli allenatori che si vanno a cercare dappertutto come se loro fossero la panacea di tutti i mali. E’ vero il contrario, perché quando uno straniero si siede su una panchina italiana ha almeno un anno di aspettativa per imparare a dovere la lingua e rivolgersi con criterio ai “suoi giovanotti”.

In secondo luogo perché in ogni Paese il calcio ha un proprio linguaggio ed è a questo che si dovrà abituare. Lo stesso dicasi per le società. Come si fa ad affidare un club ad un signore che magari vive oltreoceano e tratta con i giocatori si e no una volta l’anno? Valendosi magari di un interprete che lo aiuti a farsi comprendere?

Pensava molto al business, poco alla Roma

E’ il caso, ad esempio, della Roma che ha avuto per cinque anni un “padrone” che pensava soltanto al business e pochissimo alla squadra. Si fidava ciecamente dei suoi collaboratori ai quali lasciava carta bianca. Poteva ottenere quei risultati che i tifosi si attendevano un’equipe dimenticata dal numero uno che forse trascurava vittorie e sconfitte? La risposta è una ed una sola: no. Ora se errare è umano perseverare è diabolico, perché dopo l’esperienza fallimentare di un americano, la Roma si affida ad un altro statunitense.

Se questa è dunque la strada sbagliata, prendiamone un’altra tralasciando il mercato straniero e puntando solo sulle promesse italiane. Si vada alla ricerca dei giovani e ci si fidi del loro talento. Se ne gioverà non solo il campionato italiano, ma anche il confronto con le avversarie straniere da cui si potranno avere maggiori soddisfazioni. In parole più semplici, basta con le formazioni che hanno dieci se non undici giocatori non italiani ad entrare in campo. Si torni al passato con una regola ferrea: i cosiddetti fuori quota non potranno essere più di tre in una squadra. Il nostro vivaio crescerà e non è detto che a quel punto una coppa europea potremmo vincerla anche noi.