Cesare Lanza fra zio vescovo, ricordi di Siri verso la Fede?

di Cesare Lanza
Pubblicato il 28 Ottobre 2015 12:06 | Ultimo aggiornamento: 28 Ottobre 2015 12:20
Cesare Lanza fra zio vescovo, ricordi di Siri verso la Fede?

Cesare Lanza cerca la via della Fede, fra l memoria dello zio vescovo e i ricordi del card. Siri

ROMA – Cesare Lanza ha pubblicato questo articolo anche sul suo blog.

Un anno fa, in una fase delle mie saltuarie depressioni di ordine filosofico, decisi di scrivere a una decina di cardinali per chiedere un confronto tra la loro condizione religiosa e la mia, profondamente agnostica. Alcuni (pochi, a memoria) non risposero. Altri mi risposero, a mio immodesto giudizio, spocchiosamente, dicendomi che erano pieni di impegni e avevano ben altro a cui pensare. Altri mi invitarono a un colloquio e si dimostrarono attenti e comprensivi, senza alterigia, senza parlare ex cathedra.

Forse un giorno ne parlerò. Debbo dire che uscii da quei colloqui abbastanza confuso, senza aver trovato un indirizzo, disgustato solo dalla spocchia di coloro che si erano negati… Insomma, ero o non ero la cosiddetta pecorella smarrita? Sarò più preciso nelle mie confidenze.

Mio zio era un illustre prelato, Antonio Lanza, arcivescovo di Reggio Calabria. Morì a soli quarantacinque anni, quando io ne avevo otto. Ha lasciato un paio di decine di libri scritti in latino, non affrontabili da ignoranti come me (comunque se ne è impossessata mia sorella, religiosissima: non li ha letti, me è giusto così e fanno bella figura in libreria – anche nella mia si presenterebbero bene, ma ammetto di non avere titoli spirituali). Tutti, dico tutti, i miei familiari parlavano di questo zio definendolo “quel Santo”, senza mai pronunciarne il nome: forse solo per questo motivo si manifestò e sviluppò la mia irreligiosità.

Lo zio Antonio se ne andò in una notte: secondo la leggenda, ben accolta e sostenuta in famiglia, fu avvelenato dalla ‘ndrangheta, cui era fieramente ostile. In età adulta un mio cugino, insigne medico, mi disse che a suo parere la morte era sopravvenuta perché era stato disastrosamente curato senza tener conto della sua diverticolite, malattia che molti di noi Lanza portiamo nel sangue.

In conclusione: con la fede ho avuto un rapporto di amore/odio. Non la posseggo, ma invidio quelli (come mia sorella) che ne sono confortati. Diventai amico di un grand’uomo, il cardinale genovese Giuseppe Siri, che si dichiarava convinto di potermi convertire prima o poi, ma in fondo non ci provò mai seriamente, ci concedevamo chiacchierate gustosissime su quanto succedeva nel mondo (anni ottanta). Mi fu prezioso per fronteggiare una grave crisi personale e per salvare “Il Lavoro”, il giornale socialista – di cui avevo accettato con entusiasmo la direzione, ma anche, stupidamente, di esserne il rappresentante editoriale.

“Homo sine pecunia imago mortis”, mi disse meditabondo, quando mi sfogai, ma poi, da uomo vero con una spina dorsale vera, si impegnò attivamente per contribuire al salvataggio.

Siri mi parlava con affetto e stima di mio zio, con cui aveva condiviso gli studi: forse solo per tenerezza mi diceva che sarebbe stato certamente papabile (lui, Siri, entrò quattro volte in conclave come Papa e ne uscì regolarmente cardinale).

Oggi, che dire? Sono in conflitto con la fede e con me stesso. Mi auguro che, se mai dovessi avvicinarmi a questo prezioso dono divino, la conversione avvenga per la spinta del cuore e del cervello, e non – mai! – per la paura di ciò che possa accadere, dopo la morte. Insomma, per sdrammatizzare: arriverà il momento in cui, com’è naturale per tutti, l’aereo ballerà e perderà quota, ma spero di non pensare a Dio, solo per quel motivo (pur apprezzando la grande e sintetica battuta del mio adorato Woody Allen).