Genova, da Casabona ad Adinolfi: 30 anni di spari, sequestri e volantini

di Franco Manzitti
Pubblicato il 8 Maggio 2012 - 12:50 OLTRE 6 MESI FA

Roberto Adinolfi

GENOVA – Se lo possono ricordare in pochi che tra il punto di quella strada in salita, piena di alberi, sulla collina genovese dove hanno sparato all’ingegner Roberto Adinolfi dell’Ansaldo Nucleare e quell’altro punto, dove 34 anni fa trovarono il volantino con la stella a cinque punte della condanna a morte di Aldo Moro, ci sono in linea d’aria non più di duecento metri.

La striscia del terrore a Genova scende giù per questa collina, risbuca dopo tre decenni sulla stessa strada in salita, dall’altura tranquilla di Manin, area residenziale medio borghese, alla pancia di Brignole, la stazione, la ferrovia. Da via Montello, la strada dell’agguato del 6 maggio 2012, giorno elettorale, a Corso Montegrappa, ultima curva in fondo, cestino dei rifiuti dove la condanna del leader dc era state deposta in un giorno del maggio 1978.

Chi pescò tra la cartaccia quel volantino che annunciava le decisioni del Tribunale del Popolo aveva alle spalle l’ultimo tornante di via Montello, poco sotto a dove è partito il colpo alle spalle dell’ingegner Adinolfi, quasi a bruciapelo, dall’alto in basso, sotto il ginocchio, un colpo solo in mezzo alla strada, alle 8,10 di “una bella giornata di sole”, come ha sdrammatizzato quel dirigente, quell’ingegnere, incredulo più che spaventato.

Trentaquattro anni sono una immensità, e lo sono ancora di più i trentasette dalle prime sparatorie Br a Genova, dal primo sequestro di un altro ingegnere Ansaldo, Vincenzo Casabona, capo personale di Ansaldo Meccanica, rapito, pestato e rilasciato il 23 ottobre 1975 e sono quasi quattro decenni i trentanove anni dalle imprese dei “nonni” delle Brigate Rosse, la banda XXII Ottobre, quelli che nel 1971 sequestrarono l’imprenditore Sergio Gadolla e uccisero il fattorino dell’Istituto Case Popolari Agostino Floris a pistolettate, mentre scappavano sulla famosa Lambretta, diventata l’icona tragica dell’alba del terrorismo.

Li chiamavano quei nonni, antesignani della Stella a Cinque punte, i tupamaros della Valle Bisagno e la valle Bisagno incomincia la sotto in fondo a quella linea in discesa che lega via Montello del sangue versato dall’ingegner Adinolfi, al cestino della condanna di Moro.Genova, questo pezzo di Genova, sembra uguale ad allora, immobile, come se questi trentanove, trentasette, trentadue anni, non fossero mai passati, come se non si fossero sepolti nove morti di terrorismo, come se non avessero sparato, prima di Adinolfi a sedici vittime delle Br, come se non avessero sequestrato Mario Sossi, il Pm detto dottor “Manette” per la sua intransigenza investigativa e crivellato a morte il Procuratore generale Francesco Coco. Come se, dopo tutto questo e la sconfitta del terrorismo armato e sanguinario, non fossero passati gli anni dal 1982 a oggi. In questo caso quasi trent’anni di sconfitta, di buio dopo il piombo, qualche bombetta fatta esplodere in qualche cassonetto, qualche volantino delirante, ma sopra la lapide della sconfitta seguita all’irruzione dei carabinieri nel covo di via Fracchia dove c’erano gli assassini dell’operaio Guido Rossa.

Genova qui sembra la stessa e basterebbe volare sopra la collina di Circonvallazione a Monte e arrivare in quella via Fracchia della sparatoria che liquidò la colonna genovese, Riccardo Dura, il killer spietato, Anna Maria Ludmann, la professoressa dall’aria innocente, Lorenzo Betassa e Piero Panciroli, gli sconosciuti dei quali nessun segugio di carabinieri e Ps, neppure quelli del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, avevamo mai sentito il nome o disegnato un identikit. Li consegnò ai carabinieri Patrizio Peci, il primo dei pentiti con le chiavi di quell’appartamento anonimo nel cemento della collina genovese.

Sembrava tutto sepolto anche tra queste case e queste colline, e quelle strade di agguati e sparatorie e scie di sangue e intrecci spaventosi tra insospettabili e sospettabilissimi, come dentro alle mura delle Facoltà Universitarie, a Lettere di via Balbi, a Medicina, vicino all’Ospedale di San Martino, dove ora curano l’ingegner Adinolfi.
Gli anni, i decenni, hanno tranciato anche molti ricordi, anche se corri nei caruggi di Genova e tii affacci nel ristorante, dove fa da oste Enrico Fenzi, l’ambiguo professore di Italiano, esperto in Petrarca, mente sopraffina del terrore armato, che fece da palo all’agguato del 10 luglio 1977, quando spararono al capo del personale dell’Italsider, Carlo Castellano e gli ferirono per sempre le gambe. Ora lui, il Fenzi, ha scontato, ha approfittato della legislazione di emergenza, è libero, continua a studiare Dante e Petrarca, ha scritto anche un libro, che è una specie di confessione non troppo sincera, intitolato “Armi e bagagli”, dove si narra di quel “sogno” terrorista che gli bruciò la gioventù.
Ma Castellano, il manager che cadde sotto quelle pallottole e che da quella sciagura porta la traccia fisica indelebile, la gamba ferita, il bastone, la zoppia ed anche una determinazione fortissima a vivere a lottare per una società migliore, non cancella, non rimuove, sanguina ancora. E’ diventato un imprenditore manager di primo ordine, da quella sciagura ha tratto una forza incredibile, ha fondato imprese come Esaote Biomedicale, sta nel cuore dell’unico progetto industriale che riscatta Genova sulla collina degli Erzelli, diventata il cuore postindustriale e hig tech. Ma davanti a quello spettro, che riappare tanti anni dopo, lancia un allarme forte: “ Adinolfi è stato colpito perchè stava lavorando a un progetto internazionale di sviluppo industriale in cui Genova ha un ruolo con Ansaldo. E’ molto grave se il segnale parte da qua, perchè qua si colpiscono manager che sanno rappresentare nel concreto la volontà di crescita. Colpire le aziende e le persone che lavorano e se vuole anche le città……”

Non ci sono firme, ne’ volantiuni, né telefonate che confermino tutto questo, che dicano che quel filo si è riannodato che quella linea di terrore che scende dalla collina di Manin verso la Valbisagno dei nonni Tupamaros è riemersa, come un rigagnolo carsico, nella pancia della città di Guido Rossa, di Mario Sossi, di Francesco Coco, dei carabinieri Tutto bene, Battaglini, Casu, Tosa, del commissario di Ps, Antonio Esposito, le cui croci mortuarie sono state piantate allora. Non ci sono ancora timbri di stelle a cinque punte o altri segni che riportino, come in una diabolica macchina del tempo, ai sedici agguati con sparatoria alle gambe, oltre a Castellano, gli ansaldini Prandi e Bonzani, ai democristiani Fausto Cuocolo (sparato al posto di Paolo Emilio Taviani), Filippo Peschiera, Giancarlo Dagnino, Angelo Sibilla, al presidente degli industriali Felice Schiavetti ……

C’è quella pistola marca Tokarev, produzione russa, che potrebbe portare a piste internazionali anche diverse dal terrorismo Br, a lotte su altri scenari economici, di sfide “Nucleari”, tra aziende multinazionali. Ma gli inquirenti seguono la pista politica italiana, lavorano su quel colpo di pistola e sull’agguato preparato da almeno tre mesi.
L’ingegnere Adinolfi è sereno nel suo letto all’Ospedale di san Martino, l’ha operato un suo amico, il professor Santolini, hanno scherzato. Si riprenderà completamente. “ Tutto mi sarei aspettato meno questo”  ha detto dopo, quasi sorridendo. Genova non sorride.