Genova di Beppe Grillo, emigranti di successo e mugugno

di Franco Manzitti
Pubblicato il 8 Marzo 2013 - 07:14 OLTRE 6 MESI FA
piano renzo

Renzo Piano, il successo lontano da Genova, città del mugugno e della protesta

Renzo Piano, archistar, appellativo che non sopporta, settantacinque anni, phisique du role, barba affascinante, look glamour, abita in fondo a Genova verso la Riviera di Ponente, sulla collina di Vesima, un posto da bagni di mare nazionalpopolari.

La casa e la bottega stanno in paradiso a qualche decina di metri sul mare, sopra una collina che “scali” salendo con una funicolare da sogno, plexiglas con tre sedie da regista, in tela. Sali da solo nel verde degli ulivi e con il mare alle spalle e lui ti aspetta sulla piattaforma di arrivo tra le fasce liguri, erba, pietre e il suo studio che è una specie di torre di babele di razze, facce, lingue.

Beppe Grillo, Giuse per gli amici, l’uomo mascherato, sta esattamente dall’altra parte della città, all’estremità di Levante, su un’altra collina tra gli ulivi, a Sant’Ilario, che potrebbe essere la periferia da straricchi di Los Angeles, ma in salita, tra le creuze genovesi, avare di spazi ma con vista sul paradiso.

Sotto di lui abitano il giudice ex pretore d’assalto, ex sindaco, Adriano Sansa e il superavvocato Franco Bonelli, dell’omonimo studio Bonelli-Erede-Pappalardo e poi armatori, grandi professionisti, l’ex presidente del porto e super broker navale Giovanni Novi.

In mezzo, tra Renzo Piano archistar e Beppe Grillo, l’uomo mascherato della rivoluzione italiana, c’è Genova, trentacinque chilometri di città, lungo la costa, schiacciata sotto i monti aspri e rosicchiati dal cemento, con il mare divorato dalle fabbriche e dal porto, le spiagge sminuzzate, la città che ora di colpo va di moda, di tendenza, perché dal boom boom di Grillo è partito il suo nuovo look.

In questo look ci si può mettere tutto, lungo la linea di fuoco della “Variante ligure”, che Blitz ha già raccontato misurando il brodo, in cui Giuse Grillo è nato, dal Grande Architetto, ai grandi comici, ai cantautori di un paio di generazioni, perfino ai preti d’avanguardia, come l’onnipresente Andrea Gallo, quello che per restare alla page ha appena dichiarato di essere stato molestato perfino da un vescovo, fino ai grandi cardinali passati per la Curia genovese, in primis Angelo Bagnasco l’arcivescovo di oggi e presidente della Cei, genovese da carruggi per nascita, fino a quattro che si siederanno nel Conclave, in una maggioranza che nessuna città al mondo ha nella tempesta vaticana.

Insomma si potrebbe dire tendenza Genova, che non a caso è la città più grillina d’Italia, dove il Movimento nato su quella collina holiwoodiana ha preso il 30,8 per cento dei voti, primo partito della città, schiodando quell’altra città che si era appena meritata la definizione di più bersaniana d’italia, quella che aveva votato più di ogni altra alle Primarie del Pd il segretario, Pierluigi Bersani, contro Matteo Renzi.

Insomma, si può anche usare, come fa Francesco Merlo su Repubblica, la definizione più alta che Genova si sia mai meritata dopo il suo secolo d’oro che fu il XVI della magnificente potenza navale e finanziaria, di città mondo. E come no, se la ex Suberba sforna i leader della nuova era politica-rivoluzionaria, personaggi del calibro di Beppe Grillo, il quale secondo Lorenzo Fazio, l’editore di Il Fatto Quotidiano e di Chiarelettere, la casa editrice più in voga che ci sia, sta attaccando i poteri mondiali, le lobbies affaristico finanziarie messe in crisi dal barbuto di Genova?

Rischia perché “minando” l’euro zona può far crollare un intero sistema occidentale e diventa quindi un pericolo pubblico mondiale, paventa Fazio, che non a caso è anche lui genovese e che ha appena stampato il libro del giorno, quello che contiene il verbo grillino scritto insieme dallo stesso Giuse Grillo, da Gianroberto Casaleggio e dal premio Nobel Dario Fo.

Città mondo o Genova per noi, con quella faccia un po’ così che canta oramai da decenni Paolo Conte, fratellastro di quella generazione di cantori-poeti, i cui germi stanno nel cuore della Genova-trendy, cool e chissà che altro, in questa storia recente di moti che partono proprio dall’ombelico zeneise e che assumono un po’ tanto facilmente l’epicità antica dei carbonari di Giuseppe Mazzini, dei condottieri alla Giuseppe Garibaldi, che era nato a Nizza,ma il padre era di Chiavari, appendice di Genova sul Levante, e lui infatti parlava in genovese e degli aedi come i succitati cantautori tutti anarcoidi, contestatori, ante litteram, salvo, forse, quel rustico d’amore che è Gino Paoli?

In mezzo a quella geografia lunga e distesa, che vede Grillo e Piano ai suoi estremi, ci sta uno che sarebbe il vero rivoluzionario del terzetto e che invece in tutta questa storia rimane come spiazzato: il marchese-sindaco Marco Doria, da quasi nove mesi primo cittadino, seduto nel palazzo del Comune, che è l’ombelico seicentesco di quella città, nel quale sali scalando un imponente scalone, attraversando un porticato di fianco e non molto lontano da quell’ascensore che, secondo il poeta Giorgio Caproni, si prende “per andare in Paradiso”.
“Quando salirò in Paradiso, ci andrò con l’ ascensore di Castelletto”,  ha scritto quel poeta, che non era genovese e che proprio per questo ha trovato il paradiso a Genova.

I genovesi non trovano il paradiso nella vecchia Superba e proprio per questo spesso se ne vanno e, comunque, sono partiti da qua nelle loro battaglie o nelle loro imprese o nelle loro grandi creazioni artistiche, culturali, musicali, architettoniche.
Se ne vanno, senza mai farlo del tutto e così Renzo Piano rimbalza da Parigi e il resto del mondo a Vesima e così Beppe Grillo corre mascherato sulla spiaggia del Lido di Bibbione e rimbalza a Sant’Ilario e così Fabrizio De Andrè rimbalzava dalla Sardegna aspra e da Milano alle creuze genovesi e così Paolo Villaggio torna da Roma e gli fanno la festa come se fosse Cristoforo Colombo, il primo a andarsene di tutti.

L’elenco potrebbe continuare all’infinito travalicando secoli di storia e di partenze e ritorni, come quello dell’esule Giuseppe Mazzini, scappato e tornato poi solo da morto, con un funerale che aveva radunato 150 mila persone che sono proporzionalmente molto di più di ogni cerimonia moderna. Fughe e ritorni, abbandoni e rientri come quelli recentissimi e più mondani delle due Iene, Luca Bizzarri e Paolo Kessislogu, (sì, sono anche loro genovesi) che tornarono a vivere nei carruggi, dopo i successi spettacolari e che se ne andarono quasi scacciati per editto da un sindaco, Marta Vincenzi, che non sopportava le loro critiche al degrado dei vicoli stessi.

Genova non è trendy e cool e non è la capitale degli indignati, come oggi la si vuol far passare un po’ frettolosamente, ma è una città di single che mugugnano, si esasperano, ma amano perdutamente il posto dove sono nati e siccome hanno nei loro geni una buona dose di capacità creativa riescono a espanderla in questo andirivieni del quale non possono fare a meno.

Il sindaco-marchese Marco Doria, dai magnanimi lombi e dalla storia tanto lunga e profonda da far tremare i polsi, è il paradigma perfetto di questo stato d’animo che si alimenta nell’ombelico superbo di Genova. L’hanno eletto in faccia alle geometrie perfette del potere consolidato dei pre e post bersaniani, lui nobile comunista di padre ultra comunista, e raffigura in modo esponenziale la sua diversità politica e sociale dalla casta dominate, con la quale non si vuole mescolare e sta nel suo palazzo con l’alterità che solo uno con tanto sangue blù nelle vene e tanto rosso nella testa politica può condensare.

E’ il paradigma della ribellione genovese, perché anche lui è sbucato come un fiume carsico nel cuore della città, pur chiamandosi Doria, pur avendo uno status politico già svelato ma rinabissatosi carsicamente.

Belin è un Doria, hanno esclamato quando si è candidato a sorpresa, usando l’interiezione genovese che è come un marchio di fabbrica. Avevano usato la stessa espressione fulminante gli operai dell’ex Italsider ai tempi nei quali la presunta città-mondo era una capitale siderurgica, quando avevano visto apparire sotto i loro capannoni il ministro socialista craxiano De Michelis con le lunghe chiome sulla giacca. “Belin, è un capellone”.

La sorpresa, ma anche il disincanto della parolaccia che smitizza e ingoia la sorpresa, con lo stesso accento di protesta e di irrisione come quello di Beppe Grillo che è più cattivo solo perché lui viene dai monti sopra Genova, dove la parlata cantilenante assume un tono aspro, rauco, aggressivo.

No, Genova non è la capitale de los indignados, di un nuovo trend che solo là dentro ha isolato i suoi germi, tramandati nei secoli: da Colombo che va a cercare i soldi per le sue scoperte da Isabella , a Renzo Piano che costruisce torri, musei e cattedrali in ogni continente, a Villaggio che qua faceva solo comparsate goliardiche e da Roma ha fatto sbellicare l’Italia….
Genova è lo sbocco di un fiume carsico che raccoglie questa tendenza della protesta, del mugugno isolazionista e lo sforna con veri e propri colpi di genio.

Quante primogeniture anche politiche sono nate nei meandri di questa geografia loca, tra la Vesima di Piano e la sant’Ilario di Grillo! Non è nato qua nei caruggi sprofondati tra il porto e le colline paradisiache il Partito Socialista italiano, progenitore di tutta la sinistra parlamentare e extra, e non è scoccato qua il famoso 30 giugno 1960, che fece svoltare la politica italiana dalla destra tambroniana, al primo centro sinistra, non a caso nel 1961 formatosi per governare il Comune di Genova?

E non è ancora a Genova che si è vista l’alba del terrorismo degli anni di piombo con la banda XII Ottobre, i cosidetti Tupamaros della val Bisagno e poi con il primo sequestro politico, quello delle Br ai danni del giudice Mario Sossi e poi con il primo omicidio della Stella a cinque punte, quello dell’altro giudice, Francesco Coco.

Primogeniture terroristiche, ma anche grandi risposte popolari, come il no al terrorismo dopo l’omicidio dell’operaio Guido Rossa e la infinita sequela degli scioperi contro le manovre economiche dei governi di Roma. Il fiume carsico sboccava con ondate fortissime, dove se non a Genova che era la prima a rispondere sempre con moti di piazza, barricate.

Alla fine Genova resta una Repubblica marinara il cui carattere si è forgiato lungo quella striscia di terra tra le acque profonde del Mediterraneo e le colline che la proteggevano alle spalle, dove non a caso c’è la seconda muraglia di forti, dopo quella cinese, che la storia abbia mai visto costruire. Per continuare a viverci hanno rosicchiato la terra e riempito pezzi di mare, ma sono rimasti lì, aperti al mondo e abili a scavalcare per andarsene, se no si sarebbero estinti.

Oggi possono piangere per la decadenza della città, il calo demografico, la caduta verticale dell’era industriale fordista, l’incertezza delle prospettive del futuro. Ma da qualche parte sbuca sempre qualcosa di nuovo, sia il marchese Doria che diventa sindaco, seicento anni dopo i trionfi dell’ammiraglio Andrea Doria, sia l’archistar Renzo Piano, uno dei cento personaggi più conosciuti al mondo, sia il rivoluzionario Beppe Grillo che trasforma il mugugno ombelicale della sua razza nel marchingegno che fa impazzire la politica italiana, sia lo sberleffo dei comici come Mauirizio Crozza, le Iene Bizzarri e Kessislogu, diventati l vati moderni, siano i cantori che aggiornano sul pentagramma politico i loro versi dalla “Canzone popolare”, inno del Pd veltroniano a “Cara Democrazia” , eco grillina, di Ivano Fossati……Non aveva torto il padre Dante, genovesi razza diversa. Capaci oggi di avere in lizza Grillo, possibile presidente del Consiglio, Piano possibile presidente della Repubblica e Bagnasco possibile pontefice massimo.