Genova (e la Liguria) si estingue: restano i vecchi e le badanti

di Franco Manzitti
Pubblicato il 22 Settembre 2011 13:09 | Ultimo aggiornamento: 22 Settembre 2011 16:22
Yacht Club Genova

Una veduta di Genova (Lapresse)

GENOVA – In certi viali alberati della nobiltà residenziale genovese, nel bostoniano quartiere di Castelletto, sulle alture morbide sopra i vecchi “caruggi” o nella più hollywoodiana Albaro, quasi in riva al mare, la scena si ripete ad ogni metro. Anziani curati e ben vestiti camminano aggrappati a badanti di tutte le razze o vengono sospinti su carrozzelle luccicanti. Strade quasi deserte di passanti, con il traffico automobilistico rarefatto, ma percorse da queste coppie diseguali per età, razza, censo che ritrovi ad ogni angolo, soprattutto nelle stagioni dolci o nelle ore assolate di questo settembre scintillante, quando tutti i parametri del mondo occidentale sembra stiano per saltare. Parametri ko, dalle banche dove le palanche dei genovesi rimpinzano le casseforti, dai listini di borsa che sono un orologio rotto, ancor prima che tutti lo immaginassero negli scagni o negli ex scagni della ex potenza finanziaria del secolo XVI, quando la Repubblica di Genova dominava il mondo, inventava il tasso di sconto e finanziava gli imperatori di allora, Carlo V prima di tutti, gli Obama senza default di oggi, quando i Dogi andavano a Parigi dal re Sole, magari a inchinarsi, ma da pari a pari.

Nel retroporto immenso e vuoto, i genovesi di oggi si azzuffano come quelli di ieri, solo che ieri erano potenti e frequentavano le Corti di Re e imperatori e oggi non riescono neppure a bussare ai portoni chiusi per loro della politica locale. E dove sono finiti i geni tramandati di quella potenza finanziaria e mediterranea, celebrata da storici e studiosi, da Fernand Braudel a Jacques Attalì, il futurologo alla moda, consigliere di Sarkozy? Signore eleganti con le sciarpe della migliore seta, acquistate in quei negozi ultra-understatement della riservatezza genovese, ma con lo sguardo perso nel vuoto, vacillano su quei viali al braccio di ragazze russe statuarie, bionde e di una bellezza fuori da quello spazio zeneise, nella passeggiata delle dieci di mattina e percorrono, insieme a anziani ex avvocati di grido, ex armatori, ex imprenditori magari dall’impero sbriciolato dalle tempeste della trasformazione post industriale, questo deserto demografico che è diventato Genova, che è diventata la Liguria dell’anno 2010, dell’ultimo censimento che un po’ tragicamente viene definito “annientamento demografico”.

Un milione e seicentodiciassettemila abitanti in Liguria hanno prodotto la miseria di 11.983 nascite e 21.714 morti, con un saldo a vantaggio dei defunti di 10 mila unità. Anche l’Italia è un paese che invecchia e muore, ma qua su questi viali genovesi e nel resto di questa regione, che ha deciso di estinguersi in silenzio, la velocità del processo è decuplicata. L’Italia nel 2010 ha perso 25 mila abitanti, se fosse andata nella velocità della Liguria e di Genova ne avrebbe persi 250 mila: un’apocalisse. Genova, capitale di questo deserto, cammina lenta e silenziosa come quegli anziani abbarbicati a un esercito di 45 mila badanti, un fenomeno tanto esplosivo che le teste d’uovo degli stati americani dell’Arkansas hanno spedito a Genova i loro esperti per studiare un fenomeno inedito per manifestazione e anche per definizione: l’usura delle badanti.