Genova, il diluvio delle responsabilità

di Franco Manzitti
Pubblicato il 5 Novembre 2011 - 11:04 OLTRE 6 MESI FA

GENOVA – Innocenti, la strage degli innocenti. Questo è l’urlo che esce dalla pancia ferita,allagata, distrutta, sommersa della città di Genova nella livida mattina dopo, quando ancora si alza lo sguardo verso un cielo nero grigio e verso le distruzioni che sono a terra, tra i due fiumi assassini, il Bisagno e il Fereggiano.

Sono morte innocenti Djala Shiprese, albanese, 35 anni e le sue bimbe Gioia di 8 anni e Janissa di 11 mesi, Serena Costa, di 19 anni che ha salvato il fratellino ed è stata inghiottita dalle onde di fango, Angela Chiaramonte di 41 anni e Evelina Pietranera di 51 anni, che aveva appena dato il cambio al marito nell’edicola della maledetta via Fereggiano. Morti o meglio morte innocenti, donne, ragazze, bimbe, infanti, femmine in una città al femminile che andavano a scuola o tornavano in una mattinata impossibile o come l’edicolante lavoravano in una strada che stava per diventare un fiume spaventoso, un Rio delle Amazzoni scatenato, ma non nella foresta pluviale, i n mezzo a un quartiere ultracementificato con le auto posteggiate pronte ad essere trascinate dalla corrente e a diventare proiettili assassini.

Non dovevano essere lì, non dovevano uscire di casa, non dovevano stare nell’epicentro di una tragedia climatica epocale, a decine di metri dal corso di un rio-fiume-torrente che stava per centuplicare la sua portata di secchezza storica, di siccità perfino irridente. Chi lo controllava quel fereggiano, fino dove sono saliti a controllarlo, fino a dove hanno misurato la pienezza del suo corso gonfiato di quattro metri in un quarto d’ora, con quali trombe hanno urlato a valle che stava per esplodere?

Era un fiume studiato, radiografato, perfino finito in una clamorosa inchiesta giudiziaria di Tangentopoli nella quale alcuni politici si erano spartiti una maxitorta per costruire il suo scolmatore, che avrebbe deviato la corsa assassina, la piena improvvisa, l’imprevedibilità monsonica, invocata con voce di pianto dalla signora sindaco Marta Vincenzi.