Sanremo, la corruzione tra le mutande e il casinò

di Franco Manzitti
Pubblicato il 24 Ottobre 2015 7:25 | Ultimo aggiornamento: 23 Ottobre 2015 19:33
Sanremo, la corruzione tra le mutande e il casinò

Sanremo, la corruzione tra le mutande e il casinò (foto Ansa)

SANREMO – Perchè Sanremo è Sanremo. Non bisogna recitare le massime di Pippo Baudo, grande presentatore di tutto e del grande Festival, per arrivare a spiegare come lo scandalo dell’assenteismo comunale, dei 35 arrestati e dei 200 indagati tra i dipendenti civici della “Città dei fiori” sia successo proprio qui.

Sanremo è Sanremo, è qualcosa “a parte”, è diverso e ci respiri una atmosfera che non è solo quella profumata dei fiori, delle serre, delle olive, delle canzoni, delle note, di un divismo antico e moderno, di una televisione che era e che ancora è la Televisione per eccellenza, c’era una volta un canale solo, tre serate sanremesi, giovedì, venerdì sabato e poi il Vincitore, da Nilla Pizzi, a Claudio Villa, a Domenico Modugno, Volare, Piove a oggi.

Sanremo non arriva alla ribalta ciclicamente e molto rumorosamente per notizie banali, rituali o comunque “normali”, siano di truce cronaca nera o di scandali leggeri o di una politica da “confine”, storie di giochi d’azzardo, di fiches rubate. C’è sempre un surplus, un eccesso, una esagerazione che colora la notizia, come quel vigile in mutande, con la pancia, sfatto, che passa il badge sul meccanismo che registra il cartellino e poi si gira e torna a casa.

Come quel dipendente comunale filmato mentre scende in mare con la sua canoa in orario d’ufficio e voga come un pazzo tra il porto vecchio e porto Sole, come quegli altri trenta infedeli che la guardia di Finanza arresta dopo due anni di indagini, di telecamere piazzate tra le palme e gli ulivi e gli oleandri del giardino favoloso di palazzo Bellevue, la villa Belle Epoque che ospita gli uffici comunali, di pedinamenti, di minuziose ricostruzioni per un plateale caso di fuga dal lavoro pubblico e retribuito.

Come quella bambina innocente, che va a timbrare per la madre e il padre, sciagurata coppia civica e bella sicura, quella bambina, nel gesto di far scivolare i cartellini nella fessura, quante volte lo avrà fatto, e poi va a scuola a fare il suo dovere di studentessa, mentre papà e mamma, impiegati fedelissimi, pagati, assicurati, garantiti, si fanno i cavoli loro e non certo il loro di dovere. Intanto il doppio stipendio comunale se lo intascano.

Come quei duecento dipendenti indagati, beneficiari del latte di una mucca grassa e prodiga che faceva ciucciare in tutto cinquecento impiegati in questa città di neppure quarantamila abitanti, che è Sanremo.

Bisogna respirarci un po’ a Sanremo, filtrare quell’aria unica che mescola il salino tra Capo Verde e Capo Nero con l’odore forte dei fiori sfatti del grande mercato in valle Armea, a poche centinaia di metri dal punto in cui hanno costruito un pezzo di autostrada, che poi si ferma nel vuoto perché avrebbe dovuto attraversare un cimitero. E chi ha fatto il progetto, lanciato la gara, pagato gli appalti e le relative tangenti, non ci aveva pensato che un’autostrada non può scavare via le tombe. Scandalo anni Ottanta.

Respirare e capire che questa è una città diversa, sfacciatamente bella con quelle ville, quei giardini a intervalli, tutti quegli alberghi principeschi di un’altra era, oramai quasi tutti chiusi e mezzo cadenti, ma è una città sfatta, che si continua a sfarinare di scandali. E’ come un grande letto a baldacchino, in una stanza elegantissima e preziosa di un palazzo padronale, con le lenzuola all’aria,le coperte rovesciate, i damaschi e le sete gettate a terra, ammonticchiate a caso.

E’ passata una tempesta, ogni tanto succede e ha spazzato via tutto. Una volta è lo scandalo dell’autostrada, un’altra volta sono gli appalti per il mercato dei Fiori, anni Settanta, un’altra volta ancora sono le guerre per accappararsi la madre di tutte le corruzioni il Casinò dei giochi, per conquistare la gestione della Casa da gioco, di nuovo anni Ottanta, un’altra volta è per comprare il posto di croupier, pagare la stecca che ti porta tra le roulettes , lo chemin de fer, il trente quarante, con la tua bella divisa nera, il cravattino, la scarpa lucida, scandalo anni Novanta. Il Casinò, dove puoi dirigere il gioco, beccarti le mance e anche infilare le mani nella cassa, in quel fiume di soldi che scorre nella pancia del Casinò, le sale con quell’atmosfera una volta di fumo e soldi, ora anche di rumori metallici le slot machines ingoia soldi.

Sarà perchè ci sono il Festival e il Casinò che Sanremo è Sanremo e possono succedere le cose che succedono in ogni angolo più o meno sfatto di questa città, che ti può sembrare Las Vegas, ma anche Asuncion del Paraguay, un giorno e una notte scintillante, splendente, un altro sfatta, marcia, con perfino la sua vegetazione rigogliosa e trasbordante abbandonata a se stessa, a ciuffi incolti, qua strapettinati là.

Lo scandalo dell’inchiesta Stakanov, un nome che calca l’ironia sbeffeggiante davanti a casi tanto eclatanti di assenteismo cronico, radicato, quasi endogeno tra questa popolazione cresciuta tra croupier, coltivatori di fiori, esperti di turismo, dipendenti pubblici, politici e amministratori, spesso marchiati da un destino diverso, ritma l’ultimo spolpamento che la città dei fiori subisce.

Non potevano più scoppiare scandali in un Casinò, che ne ha viste di tutti i colori dagli anni Cinquanta ad oggi ma che ultimamente, con il crollo dei business del gioco, spiegato dalla grande crisi finanziaria globale, non è più la mucca da mungere, l’obiettivo di ogni intrallazzo. Non potevano più scoppiare scandali nel mondo rutilante che circonda l’appuntamento numero uno, il Festival della Canzone, ora che la gestione è prevalentemente Rai e il Comune deve accontentarsi di un ruolo secondario, di mero patteggiamento sulle quattro contropartite offerte da quella stessa Rai, sempre meno forte, a un Comune sempre meno ricco. Non poteva intingere il biscotto quel sottobosco del gioco clandestino sgominato dalla crisi, né quell’altro che gravita intorno alle selezioni canore, mondo delle illusioni, dei sogni da avanspettacolo che trasborda in attesa della data fatidica di febbraio, quando Sanremo diventa veramente Sanremo, tra red carpet, dirette tv, sfilate e salamelecchi agli ultimi divi.

C’era rimasto il Comune, un tempo beneficiato dal Casinò, dai suoi ricchi proventi distribuiti per legge e statuto a tutta la Provincia, ma sopratutto alla città-madre, baciata dai fiori, dal sole, dal mare e anche dalle fiches dei giochi e dal loro fiume inarrestabile di soldi, sputati dal tappeto verde, rifluiti per mille rivoli nella politica, nell’amministrazione, nella grande spartizione che ha ingrassato generazioni e generazioni di sanremesi.

E in Comune lo scandalo è arrivato con la truculenza di quel vigile in mutande che timbra, con la dimensione globale della malattia assentesista, un virus per il 50 per cento dei dipendenti.

Palazzo Bellevue, la sede del Comune è uno splendido palazzo un po’ sospeso sopra la strada Aurelia, che trapassa Sanremo, la sala dove si riuniscono i consiglieri si chiama “Fiorentina” e avrebbe un aplomb di una classe che solo la Riviera più elegante, a tre passi dalla Cote d’azur possiede, nel suo mix architettonico e ambientale.

Ora da lì esce, però, l’ultima colata di fango sanremese e invade la città intera, scorre fino al Casinò, fin al teatro Ariston del Grande Festival, fino alle Promenade, dove resistono gli ultimo bastioni di un turismo che era “gran turismo” ed oggi è l’avanzo di una accoglienza per anziani padani e lombardi, neppure più i russi di una rapida toccata e fuga, quasi calamitati dalla loro Chiesa, un gioiellino delle bellezze sanremesi. Il sindaco di oggi Franco Biancheri, centro sinistra, civico, sapeva e aspettava, ma non ha avuto il tempo di intervenire. Il sindaco di prima Mauro Zoccarato, “figlio di Claudio Scajola, Forza Italia, aveva denunciato, ma non era successo nulla. Insomma Sanremo è proprio in mutande.